Cultura

I paraocchi non aiutano la scienza

31 maggio 2008

Le aziende farmaceutiche sono spesso guidate da logiche non proprio cristalline e talvolta pericolose, ma la demonizzazione dei farmaci non può portare a nulla di buono.

Ogni tanto ricevo segnalazioni di articoli che riguardano il ruolo delle industrie farmaceutiche nella ricerca scientifica in medicina, articoli come Do You Believe in Objective (Ha! Ha! Wink, Wink!) Science? oppure alcuni pubblicati su siti quale www.disinformazione.it, portale peraltro di ottima qualità che punta l’accento su aspetti poco divulgati di problematiche fra le più varie. Tali scritti solitamente mettono l’accento su una caratteristica legata alle ricerche sulla farmacologia, ossia la non obiettività delle stesse. Una parte della verità. Le industrie farmaceutiche sono aziende. In quanto tali sono soggette a tutte le regole tipiche di qualunque altro tipo di industria. Hanno necessità di mantenere alti i fatturati, seguono le regole del mercato, fanno azioni di marketing a volte molto spinte. D’altro canto danno lavoro a tantissimi dipendenti nelle mansioni fra le più varie, sia in incarichi di alta specializzazione come quella della ricerca, sia in impieghi più modesti, come quelli legati all’igiene e alla pulizia dei locali, che in un tipo di industria ad alta specializzazione dev’essere assolutamente perfetta.

LOGICHE DI MERCATO – Come tutte le aziende, a livello internazionale entrano in concorrenza reciproca al punto che è altamente probabile che siano soggette a giochi reciproci di spionaggio industriale. Il giro di soldi mantenuto dalle industrie del farmaco è inimmaginabile proprio per tutte queste ragioni e per chissà quante altre ancora. Usciamo quindi per un momento da una logica di etica ed entriamo in quella che muove tutte le organizzazioni a scopo di lucro. Le aziende farmaceutiche, come ogni altro tipo di aziende, punteranno ad aumentare i profitti; nello stesso tempo dovranno essere competitive e quindi investiranno molti soldi per la ricerca in modo da poter disporre di prodotti sempre nuovi. Infatti un’azienda farmaceutica dopo 10 anni dalla messa in commercio di una molecola ne perde il brevetto con conseguente perdita drastica di introiti.

UNO SU MILLE CE LA FA - Perché un nuovo farmaco possa essere messo in commercio in un paese occidentale esso deve passare al vaglio di sperimentazioni molto serrate che vengono effettuate per fasi progressive. Basta che la nuova medicina non superi un livello e la commercializzazione del farmaco verrà bloccata, e in questo modo tutti gli investimenti erogati per quella molecola andranno persi. Ogni azienda si vede fallire l’introduzione sul mercato di molti farmaci all’anno, sono infatti assai pochi i medicinali che verranno commercializzati rispetto a quelli sintetizzati, credo che le percentuali si aggirino intorno all’1/1000. Visto come stanno le cose c’è da chiedersi se è possibile che vengano messe in atto scorrettezze più o meno gravi per permettere ad un farmaco di “sfondare” il mercato. Ovviamente la risposta è sì, ed è di queste scorrettezze che si parla nell’articolo linkato all’inizio.

11 commenti a I paraocchi non aiutano la scienza

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  4. Il tema come sai mi sta a cuore.

    Il tuo articolo è molto equilibrato e lo condivido. Penso che i governi dovrebbero agire di più, con meccanismi di premio per le buone pratiche e di punizione contro quelle scorrette.

    Ad esempio contro le case farmaceutiche che investono quasi esclusivamente nella ricerca che allunga la vita dei brevetti (con interventi minimali che non modificano i principi attivi ma sono solo interventi di marketing) per il “puro mantenimento” del profitto.

    Poi c’è la partita dei farmaci salvavita per le tante persone del cosiddetto terzo mondo il cui diritto alla salute è strangolato da pratiche di tutela del brevetto portate oltre i confini dell’etica. Di cui dovrebbero farsi carico tutti, comprese le case farmaceutiche

    E infine, la ricerca contro le malattie cosiddette rare (che non sempre lo sono, tra l’altro…) che dovrebbe essere incentivata sia con disposizioni normative che con sostegno di fondi.E magari non dando agevolazioni a chi non la fa.

    E le case farmaceutiche che fanno le furbe (e i casi non mancano) dovrebbero essere severamente mazzolate.

    C.

  5. Ciao C.
    Ciò che penso è che non si può chiedere ad un’azienda farmaceutica di fare qualcosa contraria ai propri interessi, ma si possono organizzare tante azioni a livello governativo in modo da rendere antieconomiche le pratiche non etiche. Le aziende, tutte, si muovono su logiche di profitto, le logiche etiche devono essere proprie degli organismi statali.

    Per quanto riguarda la ricerca sulle malattie rare, questa costituisce un problema non da poco: proprio le caratteristiche della ricerca farmaceutica rendono spesso non conveniente l’investimento in questo campo. Questo è uno dei campi in cui particolarmente devono intervenire dei correttori governativi. Fare tanto rumore per i cosiddetti “farmaci generici” o “bioequivalnti” spesso serve a mascherare le vere priorità, che sono quelle che hai elencato tu nel tuo commento.

  6. Mi piace molto il realismo, che per quanto mi riguarda provo a coniugare con i sogni, costruendo – ovviamente, nel mio piccolo – dei progetti.

    E’ l’analisi realistica che ci porta a fare passi avanti, ma solo se sostenuta dalla follia del desiderio di cambiare le cose. Vale per l’economia, la politica e per molto altro.

    I governi (magari, mediante opinioni pubbliche più attente) dovrebbero investire di più nella ricerca di base. Fatta dal pubblico, o dal privato “no profit”, magari in sinergia con le case farmaceutiche che invece sono spesso sorde, cieche e mute. (esempio: perchè esistono di fatto poche medicine “dedicate” ai bambini, e non parlo solo di malattie gravi?).

    I governi dovrebbero poi anche stimolare la convenienza ad investire nella ricerca applicata “reale” e non tollerare ed “avallare” (come avviene oggi) le pure operazioni di marketing. Ad esempio, mi chiedo quanti soldi vengano spesi dalle case farmaceutiche in pubblicità di prodotti di nessuna efficacia medica (perchè sono quelli che gli fanno aumentare fatturato e utili) e quanti destinati alla ricerca di prodotti che potrebbero curare non dico tanto malattie rare ma anche quelle a più elevata incidenza e (tra l’altro) causa di mortalità. Pur comprendendo le esigenze degli azionisti, che chiedono dividendi, certi dati fanno impressione, e forse qualcosa si potrebbe iniziare a cambiare. Con legislazioni, accordi commerciali, incentivi fiscali, ecc., all’interno di un’economia di mercato

    Ovviamente, non demonizzo le case farmaceutiche, ci mancherebbe altro. Senza di loro torneremmo in mano ad apprendisti stregoni che pensano davvero sia possibile curare i tumori con l’acqua di fiume (ci sono, ci sono…). Ma penso che bisognerebbe che abbiano uno “status” particolare e diverso da altre imprese. Produrre farmaci che salvano la vita non è come fabbricare scarpe. Mentre oggi, di fatto, è più o meno così. E a me non sta bene. Certo la colpa è soprattutto dei governi, e pure di pubbliche opinioni che preferiscono dormire guardando a qualche problemuccio di terzo piano tipo la grande minaccia dei ROM. Ma è anche delle case farmaceutiche.

    Sono noioso, vero? ^_^

    C.

  7. Come ti dicevo anche su OKNOtizie, no, non sei noioso.

    Affronti un argomento molto delicato che ha a che vedere, più in generale, con il sovvertimento delle scale di priorità tipiche della nostra società.

    I soldi che le case farmaceutiche “investono”, dirottandoli da altri settori più importanti, spesso vanno a finire in cose anche più strane del marketing verso prodotti inutili. La cosa più bizzarra a mio avviso è legata ai proventi pagati per i cosiddetti creativi e di formatori.

    I primi vengono profumatamente pagati per partorire idee che a noi medici poi alla fine risultano essere nella migliore delle ipotesi ridicole, i secondi organizzano costosissimi corsi per gli informatori scientifici (categoria di persone che a mio avviso sarebbe da santificare), allo scopo di insegnar loro come mettersi in relazione con noi medici.

    Ovviamente i formatori non capiscono unca… di relazioni interpersonali e sono solo persone “masterizzate”…. hanno alle spalle dei curricula studi altisonanti quanto umanamente inutili.

    Che tristezza…

  8. Ripreso sul mio blog. :-)

    “Uyulala spiega perché diffidare di quelli che “le case farmaceutiche brutte e cattive” (e poi magari si curano con l’omeopatia, ché la Boiron è una congrega di santi – ma questo lo aggiungo io).”

  9. Per Restodelmondo
    Grazie! Corro a vedere

  10. gloriademo

    “ma si possono organizzare tante azioni a livello governativo in modo da rendere antieconomiche le pratiche non etiche” era quello che stavo pensando.

  11. Pingback: Malattie dimenticate - La guerra di Carlo e la SLA : Giornalettismo

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