di Donatella Lai (uyulala)
postato alle 09:16 del 31 Maggio 2008 in CulturaTorna alla home

Le aziende farmaceutiche sono spesso guidate da logiche non proprio cristalline e talvolta pericolose, ma la demonizzazione dei farmaci non può portare a nulla di buono.

Ogni tanto ricevo segnalazioni di articoli che riguardano il ruolo delle industrie farmaceutiche nella ricerca scientifica in medicina, articoli come Do You Believe in Objective (Ha! Ha! Wink, Wink!) Science? oppure alcuni pubblicati su siti quale www.disinformazione.it, portale peraltro di ottima qualità che punta l’accento su aspetti poco divulgati di problematiche fra le più varie. Tali scritti solitamente mettono l’accento su una caratteristica legata alle ricerche sulla farmacologia, ossia la non obiettività delle stesse. Una parte della verità. Le industrie farmaceutiche sono aziende. In quanto tali sono soggette a tutte le regole tipiche di qualunque altro tipo di industria. Hanno necessità di mantenere alti i fatturati, seguono le regole del mercato, fanno azioni di marketing a volte molto spinte. D’altro canto danno lavoro a tantissimi dipendenti nelle mansioni fra le più varie, sia in incarichi di alta specializzazione come quella della ricerca, sia in impieghi più modesti, come quelli legati all’igiene e alla pulizia dei locali, che in un tipo di industria ad alta specializzazione dev’essere assolutamente perfetta.

LOGICHE DI MERCATO - Come tutte le aziende, a livello internazionale entrano in concorrenza reciproca al punto che è altamente probabile che siano soggette a giochi reciproci di spionaggio industriale. Il giro di soldi mantenuto dalle industrie del farmaco è inimmaginabile proprio per tutte queste ragioni e per chissà quante altre ancora. Usciamo quindi per un momento da una logica di etica ed entriamo in quella che muove tutte le organizzazioni a scopo di lucro. Le aziende farmaceutiche, come ogni altro tipo di aziende, punteranno ad aumentare i profitti; nello stesso tempo dovranno essere competitive e quindi investiranno molti soldi per la ricerca in modo da poter disporre di prodotti sempre nuovi. Infatti un’azienda farmaceutica dopo 10 anni dalla messa in commercio di una molecola ne perde il brevetto con conseguente perdita drastica di introiti.

UNO SU MILLE CE LA FA - Perché un nuovo farmaco possa essere messo in commercio in un paese occidentale esso deve passare al vaglio di sperimentazioni molto serrate che vengono effettuate per fasi progressive. Basta che la nuova medicina non superi un livello e la commercializzazione del farmaco verrà bloccata, e in questo modo tutti gli investimenti erogati per quella molecola andranno persi. Ogni azienda si vede fallire l’introduzione sul mercato di molti farmaci all’anno, sono infatti assai pochi i medicinali che verranno commercializzati rispetto a quelli sintetizzati, credo che le percentuali si aggirino intorno all’1/1000. Visto come stanno le cose c’è da chiedersi se è possibile che vengano messe in atto scorrettezze più o meno gravi per permettere ad un farmaco di “sfondare” il mercato. Ovviamente la risposta è sì, ed è di queste scorrettezze che si parla nell’articolo linkato all’inizio.

VERITÀ PARZIALI - Guardiamo però l’altro lato della medaglia, l’altra parte di verità. Nel mondo occidentale l’aspettativa di vita secondo alcune stime è di 85 anni per l’uomo e 89 per la donna, stime meno ottimistiche parlano comunque di cifre medie superiori ai 75 anni, mentre nel 1960 si aggirava intorno ai 65 anni. Il tasso di mortalità infantile negli ultimi 50 anni è drammaticamente crollato, fino al punto che nelle società industrializzate è diventato un evento raro la morte in età prepuberale. A cosa è dovuto tale allungamento della vita e tale riduzione della mortalità infantile? Indubbiamente il miglioramento delle condizioni igieniche e dell’alimentazione hanno giocato e giocano un peso notevole, ma questi due fattori da soli non sono sufficienti per ottenere un risultato così clamoroso. A cosa è dovuto allora tutto ciò? Ovviamente ai farmaci e alla ricerca che sorregge la messa in commercio degli stessi.

I MERITI DEI FARMACI - Senza farmaci io non sarei sopravvissuta, soggetta com’ero da bambina a gravi tonsilliti ricorrenti; senza i vaccini pochi di noi avrebbero raggiunto la maggiore età; in ogni momento della nostra vita potremmo essere preda di polmoniti fulminanti. Quando mia madre era bambina si è vista morire di tubercolosi la metà dei suoi coetanei. I farmaci hanno potuto permetterci di vivere più a lungo, ci permettono di vivere meglio, rendono lievi alcune malattie che senza cure sarebbero gravi o mortali e rendono tollerabili molte malattie croniche. Nel campo specifico della mia specialità, la psichiatria, molti scordano che è grazie ai farmaci che è stato possibile chiudere i manicomi, resi nel passato necessari in quanto molte malattie psichiatriche hanno un decorso devastante sia per l’individuo che per il contesto sociale di provenienza del malato. E questo valeva non solo per le psicosi ma anche per i disturbi depressivi “veri”.

CAMPAGNE PERICOLOSE - Ecco perché guardo con forte sospetto gli atteggiamenti demonizzanti i farmaci e le case farmaceutiche. Una campagna che presenta solo la metà della verità di fatto divulga una mentalità terroristica demolendo una larghissima fetta di cure senza però dare al cittadino un’alternativa né una speranza paragonabile a quella che deriva dall’uso razionale dei farmaci. Tali propagande manichee allontanano una visione sensata e a tutto tondo legata a luci ed ombre del potere delle industrie farmaceutiche e suggeriscono soluzioni a mio avviso non percorribili, quali quelle dell’abbandono di molte terapie farmacologiche. I movimenti di consumatori dovrebbero indubbiamente mantenere alta l’attenzione sulle modalità di ricerca, validazione, produzione, marketing e distribuzione dei prodotti farmaceutici onde evitare il rischio di derive illecite di tutte queste fasi del lavoro di tali industrie, e dovrebbero fare pressioni sui governi e sugli istituti universitari statali.

TUTELARE L’ETICA COL MERCATO - A mio avviso infatti spetta a questi organismi il compito di radicare una cultura etica nella produttività delle aziende produttrici di medicinali. Stati e università potrebbero organizzare gruppi di ricerca e di studio sulla produzione farmaceutica, possibilmente costituiti non solo da studiosi indipendenti ma anche e soprattutto da ricercatori appartenenti a case farmaceutiche in concorrenza fra loro, che avrebbero tutto l’interesse ad esercitare un serrato controllo reciproco. In questo modo l’eticità delle ricerche sarebbe garantita proprio grazie agli stessi meccanismi di natura economica che possono farla mettere attualmente in secondo piano. Non viviamo in una società ideale e l’unico modo per sopravviverci è quello di prendere atto che non esiste nessun campo completamente “cattivo”, così come non esiste alcuna soluzione ideale e totalmente “buona”.

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