Se ad Alemanno non piace l’Altra Economia
22/09/2010 - Chiude la Città sorta a Campo Boario con la benedizione di Veltroni e dedicata al commercio equo e solidale e all’agricoltura biologica. Riccardo Troisi, presidente del Consorzio: “Così si cancella il progetto iniziale” Al ristorante puoi gustare l’Altro antipasto –
Chiude la Città sorta a Campo Boario con la benedizione di Veltroni e dedicata al commercio equo e solidale e all’agricoltura biologica. Riccardo Troisi, presidente del Consorzio: “Così si cancella il progetto iniziale”
Al ristorante puoi gustare l’Altro antipasto – si chiama così – a base di fiordilatte, tostine di pane con patè di verdure, formaggi, salumi di maiale nero reatino e polpettina di melanzane, al modico prezzo di sei euro. Il bianco di pollo in crosta su vellutata di ceci è il piatto più costoso: 14 euro. Se invece metti un piede nel ‘supermercato biologico’, puoi trovare 500 grammi di fettuccine a 3 euro e 60 centesimi. Al bar il tartufo nero è buono, ma costa 2 euro e 50. Per questo si chiama Città dell’Altra Economia. Ma non sembra questo il motivo che ha spinto il Comune di Roma a chiuderla: secondo il Campidoglio ci sono 250mila buone ragioni per farlo.
DOV’E', DOVE STA - La Città dell’Altra Economia è sorta all’interno del Campo Boario, dove prima a Roma stava il mattatoio di Testaccio: occupa 3.500 mq recuperati dall’edificio delle antiche Pese del Bestiame, dalle tettoie e dalle pensiline dove un tempo venivano maciullate le bestie. Si può entrare dal M.A.C.R.O. quando è aperto, oppure da Largo Dino Frisullo, passando per una via interrata che porta al centro sociale Villaggio Globale. Prima, nel piazzale antistante si era piazzato un campo Rom, poi “spostato” dalla giunta Veltroni che, all’epoca dello sgombero, aveva garantito un recupero della zona. Detto fatto: nei locali antistanti all’ex mattatoio è sorta la Città, ovvero “uno dei primi spazi in Europa interamente dedicato a quelle pratiche economiche che si caratterizzano per l’utilizzo di processi a basso impatto ambientale, che garantiscono un’equa distribuzione del valore, che non perseguono il profitto e la crescita a ogni costo e che mettono al centro le persone e l’ambiente. La Città nasce come luogo di promozione di tutta l’altra economia romana, offrendo a tutte le imprese del settore spazi espositivi, luoghi di incontro, formazione, ricerca e sviluppo”. Un ritrovo ‘di livello’, non troppo frequentato di sera, piuttosto movimentato nelle domeniche, grazie anche alla vicinanza di Porta Portese.
CHE SI FA, CHE SI FA – Quando non ci sono i gazebo, l’interno è costituito da una serie di aree e strutture coperte adibite rispettivamente a sala mostre, Linux Club (della Free Software Foundation Italia), supermercato biologico, bar/tavola calda, spazio energie rinnovabili e finanza etica. Chi entra con l’aria di trovare un mercatino dell’usato rimane colpito quando vede una carta da gioco infilata in un anello e un cartellino del p
rezzo con la scritta “5 euro” attaccato, ma il sito internet ci spiega che la città “è uno dei primi spazi in Europa interamente dedicato a quelle pratiche economiche che si caratterizzano per l’utilizzo di processi a basso impatto ambientale, che garantiscono un’equa distribuzione del valore, che non perseguono il profitto e la crescita a ogni costo e che mettono al centro le persone e l’ambiente. La Città nasce come luogo di promozione di tutta l’altra economia romana, offrendo a tutte le imprese del settore spazi espositivi, luoghi di incontro, formazione, ricerca e sviluppo. Il progetto della Città dell’Altra Economia è stato elaborato dal Comune di Roma insieme al Tavolo dell’Altra Economia, un gruppo di lavoro permanente di circa 40 organizzazioni no-profit, rivolto ad avvicinare le istituzioni e i cittadini alle associazioni che propongono modi alternativi di produzione, consumo, risparmio e lavoro. L’ampia partecipazione è un criterio di azione che, applicato con successo in fase di progettazione, viene utilizzato anche nella gestione della Città”.
E VELTRONI DOVE STA? – Un’idea della precedente amministrazione, che infatti l’aveva inaugurata in pompa magna: “Per tutti noi oggi è una giornata molto attesa e bella – diceva il sindaco Walter Veltroni il giorno del tagli del nastro – Qui i cittadini avranno la sicurezza di acquistare merci che non sono state realizzate sfruttando l’ uomo o danneggiando l’ ambiente. La spesa fatta in questo posto avrà perciò un valore etico e ambientale. Mi auguro che diventi un luogo molto popolare. Da qui vorremmo che partisse un messaggio alle famiglie: acquistate e consumate responsabilmente, non sprecate, tutelate l’ ambiente e i diritti umani”. “E’ uno scenario magico – scriveva con enfasi Repubblica - quello della Città dell’ Altra Economia: l’ immenso spiazzo aperto di 1.100 metri quadrati dove fino alla metà del ’900 si macellavano le carni già prefigura la nascita di una nuova piazza, che sarà luogo di incontro del rione e della città. Da qui la vista si sorprende del Gazometro, del treno che passa sul ponte della ferrovia, del Monte Testaccio con la croce cristiana e i cocci delle antiche anfore romane. Quelle contenevano olio e grano provenienti dalle colonie dell’ impero, il mercato dell’ Altra Economia propone e vende prodotti che rifiutano e
condannano nuove schiavitù. Dunque commercio equo, finanza etica, turismo responsabile, agricoltura biologica, energie rinnovabili, riuso e riciclo, software libero”. Era il 30 settembre 2007, quasi tre anni fa.
IL DIAVOLO DEI DETTAGLI – E infatti proprio tre anni doveva durare l’accordo tra il Comune di Roma e il Consorzio della Città dell’Altra Economia, come ci racconta il presidente Riccardo Troisi. Dopo quel periodo, si poteva decidere un nuovo affidamento della durata di altri sei anni, oppure la messa a bando dell’area. Ma nel frattempo è arrivato Gianni Alemanno. Con la nuova amministrazione targata PdL all’inizio i rapporti erano sorprendentemente buoni: c’era stata un’apertura, i primi contatti sembravano vedere il sindaco intenzionato a confermare lo spazio, lasciandolo al Consorzio. Poi, ad un certo punto, il buio. “Vedremo, decideremo”, avevano detto all’ultimo incontro, ma da un certo momento in poi i referenti del sindaco diventano irreperibili. Ad aprile, quando mancano tre mesi alla data fatidica, il Comune fa sapere di aver cambiato idea. Metterà l’area a bando, dopo averla risistemata per dei lavori che devono partire a ottobre, e durare qualche mese. Subito dopo uscirà la gara, aperta “ad imprese della filiera agricola e biologica e alle nuove tecnologie per l’ambiente e l’energia”. Mentre per la gestione degli spazi comuni ad uso pubblico (sala conferenza, spazi espositivi sale riunioni e piazzale antistante) l’amministrazione non intende più assumersi la responsabilità della cogestione, ma vuole affidare a terzi la loro gestione. Perché? Perché il Comune ha pochi fondi, e così facendo risparmierebbe 250mila euro.
250MILA BUONE RAGIONI – ”Contrattualmente non è possibile concedere proroghe né nuovi insediamenti oltre il periodo di tre anni. Peraltro si precisa che attraverso il nuovo bando di gara l’Amministrazione comunale risparmierà circa 250mila euro l’anno per la gestione e manutenzione
della Città dell’Altra Economia, spese queste ultime che con il nuovo bando saranno a carico del futuro gestore”, dichiara il Dipartimento delle Periferie del Comune. Sembra strana, la questione dei tre anni, visto che gli accordi tra il Campidoglio e il Consorzio dicevano che si poteva confermare il contratto per altri sei anni. In ogni caso, la decisione del Comune è formalmente legittima, e non appellabile dal punto di vista giudiziario. Da quello politico, sembra in effetti strano che Alemanno e la sua giunta non abbiano un piano per l’area, e non abbiano deciso a chi darla in gestione. Il bando in arrivo, infatti, parte dal presupposto che possa esistere un mercato che ritiene talmente remunerativo il luogo da poter sborsare almeno 250mila euro oltre alle spese di avviamento del nuovo progetto, che sarebbero comunque ingenti. Ad oggi, la cifra indicata da Alemanno come ‘risparmio sicuro’ non lo è, anche perché la zona deve continuare ad essere sorvegliata e la gestione ordinaria comunque garantita. Mentre, se è vero che devono essere effettuati dei lavori, anche questi costituiranno un ulteriore esborso per la municipalità. Anche se il costo non è stato ancora comunicato. Nel frattempo, il Consorzio si è organizzato con una petizione on line da sottoscrivere per non far chiudere il progetto, due grandi feste il 26 settembre e il giorno della chiusura, il 29, nelle quali interverrà anche Ascanio Celestini. Riccardo Troisi, presidente del Consorzio, è molto arrabbiato con il Campidoglio:
Al Comune di Roma imputiamo la rottura del progetto iniziale: dall’altra economia tutta scegli due settori, biologico e rinnovabili, che sono un pezzo dell’insieme, non il tutto. Commercio equo e solidale, finanza etica, consumo e riciclo, turismo responsabile, software libero sarebbero escluse. E poi gli imputiamo disinteresse del luogo pubblico, con affidamento al privato del luogo nel suo insieme.
Però i cittadini di Roma risparmiano 250mila euro. Voi non riuscireste a pagarli?
Per farlo dovremmo far pagare per entrare, le sale, gli spazi: adesso il piccolo agricoltore biologico qua viene, se gli chiediamo 100 euro non ha più convenienza. Puoi chiedere un contributo, ma non un affitto vero e proprio. Il luogo pubblico dev’essere mantenuto come tale, se una piccola associazione chiede di poter fare un convegno o un piccolo evento c’è bisogno di uno spazio che glielo garantisca gratuitamente.
Il vostro bilancio come sta?
Il nostro bilancio è in attivo di 5-10mila euro, ma su un fatturato di 60/70mila. Però c’è da dire che il nostro è un consorzio che dà lo spazio, è un ente di raccordo, non ha attività economica; ognuno di noi poi, al suo interno, ha fatto un suo consorzio nelle singole aree. Il bio ha sette cooperative che vendono e hanno la loro autonomia di bilancio, come il commercio equo. Tutti insieme facciamo due milioni di euro di fatturato, abbiamo 26 dipendente.
E non riuscireste a far uscire i 250mila che il Comune oggi paga per mantenere l’area?
No, perché qui paghiamo gli affitti. Quei soldi, che il comune oggi spende per questo spazio, li spende per 120mila euro a causa dei guardiani notturni che deve pagare perché la zona è quella che è. E spesso ci siamo ritrovati vetrine sfondate e cose del genere. Arrivano a 140mila euro, anzi. Il resto sono luce, manutenzione del piazzale, pulizie bagni e riparazioni: quella dell’aria condizionata è costata 10mila euro. Non riusciremmo mai a coprire quell’importo, con le entrate attuali.













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