Il dramma di Norman Zancone

da Luca Scialò Norman Zarcone era un giovane palermitano di 27 anni, laureatosi in Filosofia della conoscenza e della comunicazione...

da Luca Scialò

Norman Zarcone era un giovane palermitano di 27 anni, laureatosi in Filosofia della conoscenza e della comunicazione col massimo dei voti presso la Facoltà di Lettere di Palermo. Stava per conseguire anche il dottorato in Filosofia del linguaggio, che avrebbe terminato il prossimo dicembre con l’ultimo esame ad ottobre. Ma tormentato da un futuro incerto, forse inesistente per ciò che sognava di fare, ha preferito terminare anzitempo i suoi studi e la sua giovane vita, buttandosi dal terrazzo del settimo piano della sua Facoltà.

Norman prima di morire, ha lasciato un biglietto al padre con il seguente messaggio: “la libertà di pensare e anche la libertà di morire. Mi attende una nuova scoperta anche se non potrò commentarla”. Il padre, Claudio Zarcone, 55 anni, dipendente regionale in pensione, parla senza mezzi termini di omicidio di Stato, perché il figlio era molto depresso per il suo futuro, e si dice certo che, per la carriera universitaria, saranno favoriti i soliti raccomandati. Inoltre, secondo il padre, i docenti ai quali si era rivolto gli avevano detto che non avrebbe avuto futuro nell’ateneo.

Norman era fidanzato da tempo e cercava un lavoro anche per potersi sposare; per arrotondare svolgeva l’attività di bagnino al circolo nautico, guadagnando 25 euro al giorno. Alcuni testimoni hanno raccontato di aver visto il giovane, poco prima di morire, mentre fumava una sigaretta seduto sul davanzale dello stabile. Dopo qualche minuto hanno sentito il terribile tonfo. Ha detto bene il signor Claudio Zarcone: trattasi di omicidio di Stato. Il nostro Paese sta condannando i ventenni e i trentenni, e molto probabilmente le generazioni successive, ad una vita ansiosa, depressa, senza certezze, senza prospettive. Ci sta costringendo a vivere solo il presente, a non vedere oltre il giorno dopo; perché oltre ancora non ci è concesso. Il tutto, con pesanti ripercussioni anche sui nostri rapporti interpersonali.

Il nostro non è un Paese per giovani, e nella fattispecie, non lo è per laureati e dottorati. Non possiamo “spendere” i nostri titoli in aziende perché ormai non ce ne sono quasi più; ci sono solo ditte che non possono darti oltre 500-600 euro di retribuzione. Non possiamo spenderli nella ricerca, sociale o scientifica, perché i fondi sono sovente carenti; e i nostri politici preferiscono fare cassa tagliando le risorse a ciò che contribuisce ad un futuro migliore, ossia la ricerca, mentre spendono e spandono per guerre ingiuste e in terre lontane. Non possiamo spenderli nella pubblica amministrazione, perché i concorsi pubblici sono rari e vi si presentano centinaia di miglia di disperati, anche non più giovani.

Ci fanno frequentare corsi di laurea o dottorati non spendibili poi nel mercato del lavoro, o all’interno degli stessi atenei. Creati “ad hoc” per assegnare una cattedra a questo o quell’altro “barone”. Addirittura lo scorso anno, molti giovani diplomati hanno preferito iscriversi alle università estere, quali Londra in primis; e, cosa ancor più grave, perfino in Romania e in Libia. Paesi sulla carta molto più indietro di noi dal punto di vista socio-economico. Anche se non so ancora per quanto. E la situazione attuale mi lascia presagire che quest’anno non ci sarà certo un’inversione di tendenza.

Il tutto, mentre noi giovani italiani ci accontentiamo di scrivere un Blog, partecipare a Forum di discussione su internet, dibattere in un’auletta di un partito, di una facoltà, di un’associazione, ma poi non concludere nulla di concreto; accontentandoci di un corteo il sabato mattina o di una fiaccolata quando viene assassinato ingiustamente qualcuno. Quasi come se lo facessimo per stare in pace con la nostra coscienza. E, dato ancora più grave, secondo alcune recenti stime, a fare ciò (ossia ad interessarsi alla politica) è solo il 30% dei giovani italiani. E’ davvero giunto il momento di andare oltre, di effettuare presidi permanenti dinanzi al Parlamento; dare fastidio alla Casta, far sentire la nostra presenza fisica.

Per carità, il disagio giovanile è un fenomeno che esiste da quarant’anni, ossia da quando i giovani hanno deciso di ribellarsi alle norme sociali precostituite, rompendo con il Mondo degli adulti, non dando più per scontate e automaticamente accettate le loro imposizioni. Ma tale disagio si sta aggravando negli ultimi tempi, sfociando nella disperazione, complici famiglie sempre più fragili e meno presenti nella delicata età adolescenziale, e appunto un futuro economico e professionale incerto, se non quasi inesistente. Con una società i cui valori di base sono ormai l’egoismo, l’edonismo e l’individualismo. Il caso di Norman incarna quello di milioni di giovani, meno giovani e giovanissimi italiani, laureati e non. E stiano attenti i nostri politici, perché un domani potrebbero trovarne uno sulla loro strada che ha deciso di scaricare il proprio malessere non su sé stesso…