di Luca Conforti
postato alle 10:56 del 22 ottobre 2008 in EconomiaTorna alla home

L’intervento del governo contro il pericolo di scalate straniere ai danni delle imprese italiane nasconde in realtà una strategia opposta: favorire l’ingresso di capitali dal Medio Oriente.

(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore).

Opa? Quale Opa? Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi parla del pericolo di scalate straniere ai danni delle imprese italiane, Giulio Tremonti prepara addirittura un decreto. Sembra di vedere l’immagine speculare della famosa scena del film Frankenstein Jr in cui il dottore dice allo stralunato assistente Aigor: “Sono un chirurgo di una certa fama, potrei fare qualcosa per quella gobba”. E quello risponde: “Gobba? Quale gobba?”. Solo che mentre in quel caso si rideva proprio per l’evidente protuberanza sulla schiena di Aigor, qui non si capisce dove sia, l’intento umoristico, e nemmeno quello reale, di un’affermazione così priva di riscontri.

INTORBIDIRE LE ACQUE - Il premier sa interpretare molti ruoli, ma in nessun caso lo fa senza preparazione, la sua uscita serve a coprire una manovra del tutto opposta: puntellare i grandi gruppi italiani in difficoltà con partecipazioni di minoranza da parte dei fondi sovrani arabi, considerati più affidabili e più moderati nelle pretese dei concorrenti europei o degli “avidi” asiatici. Sono evidenti le ragioni politiche per cui una tale scelta non può essere raccontata in modo così diretto: susciterebbe titoli su Libero tipo quello scelto da noi o, ben più pericolosa, la reazione della Lega. In generale, per una maggioranza eletta grazie alla paura dello straniero e ai sentimenti d’insicurezza dei cittadini, quei turbanti bianchi e quelle barbe da musulmano ortodosso non sono per niente presentabili. Quindi è stato necessario intorbidire le acque: presentare un pericolo imminente (le scalate ostili), promettere soluzioni immediate (il decreto) e infine presentare l’ingresso degli arabi come una concessione fatta a loro, ma alle nostre condizioni.

I CAPITALI ARABI - Allora non è vero che il governo non vuole capitali stranieri nelle imprese italiane? Esatto: il ministro degli Esteri Franco Frattini è andato negli Emirati Arabi ad incontrare il direttore del fondo sovrano di Abu Dhabi. Ottima accoglienza è stata data ai libici in Unicredito, e tale rimarrà anche se cresceranno in Eni, Telecom o altrove. Si aspettano notizie dal Qatar. D’altronde la storia degli investimenti dei fondi sovrani di Tripoli (Fiat, Banca di Roma) li iscrive tra i fidati. Lo stesso Berlusconi ha avuto come socio in Mediaset prima il principe saudita Al Waleed e ora lo stesso fondo Adia incontrato da Frattini. L’ultimo e decisivo indizio è quanto rivela Oscar Giannino riguardo alle intenzioni di Tremonti: «Si tratta di procurarsi risorse aggiuntive da chi le ha, e senza aggravi per il bilancio italiano. Cioè dai fondi sovrani che hanno surplus valutari come la Cina o gli Emirati. Diciamo che dobbiamo preferire gli Arabi». I motivi di questa preferenza è che quei fondi sovrani non chiedono mai d’interferire nella gestione (Berlusconi già mal sopporta le ingerenze di Telefonica in Telecom); in più hanno capitali propri non condizionati dal mondo del credito statunitense e soprattutto sono culturalmente pronti a mischiare contropartite economiche e politiche.

POSSIBILI ALLEATI - Come ha detto lo stesso Tremonti: «Non sono soggetti di mercato, ma bisognerà trovare un modo di rapportarcisi». Insomma li vede come dei possibili alleati nella sua lotta al modello anglosassone che tanto critica. In che modo ce lo dice lo stesso Giannino: «Il governo ha deciso di farlo in prima persona, prendendo in carico allo Stato un compito sin qui svolto dalle grandi banche d’affari americane, lautamente remunerate». La parte più interessante però è la collocazione temporale: il direttore di Libero Mercato racconta di un incontro avvenuto con il ministro appena formato il governo: «L’idea non nasce oggi, Tremonti ci pensava da tempo a come aprire le porte alla finanza islamica più trasparente, ma a condizioni che fosse lo Stato a farsi primo attore delle condizioni richieste e praticate, come dei settori d’intervento. Per evitare scalate ostili, sorprese sgradite, e magari principi finanziatori anche dei terroristi». Quindi guardare al Medio Oriente non è né una scelta determinata dal precipitare delle crisi, né dall’insorgente pericolo delle scalate ostili, che semplicemente hanno una probabilità prossima allo zero.

OPA OSTILI E TRASPARENZA - Su questo argomento va fatta chiarezza: cosa manca perché si verifichi un’Opa ostile su azienda o una banca italiana? Segue breve elenco:

1) Manca l’occasione: tutti i grandi gruppi quotati a Piazza Affari sono blindati, con azionisti di riferimento, patti di sindacato e persino alleanze sotterranee che non rendono disponibile sul mercato una quantità di azioni sufficiente a far cambiare i soci di controllo. Certo le alleanze e la lealtà vacillano di fronte a offerte allettanti se non fosse che
2) Manca il denaro: se uno volesse sfruttare il calo della capitalizzazione per fare qualche buon affare dovrebbe fare un’offerta in contanti, il che significa farsi prestare qualche decina di miliardi dal mondo bancario. Le stesse che sono costrette a chiedere soldi allo Stato per evitare il fallimento. Tremonti vuole sfruttare questa difficoltà abbassando il livello della partecipazione oltre la quale scatta l’obbligo di Opa totalitaria dal 30% al 20%, anche se questo in linea di principio rende più probabile e non meno l’evenienza di un’acquisizione.
3) Manca l’opportunità. Le scalate ostili in Europa sono una rarità, persino ai “vecchi tempi” (fino all’anno scorso) quando si poteva contare sulle leggi europee e il sostegno della Commissione i governi sono riusciti a bloccare le velleità di imprese straniere (Autostrade-Abertis, Endesa-E.On, Enel-Suez) e anche quando sono usciti sconfitti (Edf su Edison, Endesa-Enel) hanno comunque potuto prima bloccare la vicenda per mesi e poi negoziare un compromesso. Ora che si sdoganano gli aiuti di Stato, il potere delle cancellerie è incredibilmente più grande. Sgombrato il campo da questa “finta minaccia” rimane la scelta deliberata del governo: si possono fare due critiche preventive: le modalità poco trasparenti e manipolatorie con cui viene perseguita e l’indicazione di massima che quando politica e impresa si mischiano ne risente proprio l’efficienza della gestione. Ma proprio ora che le argomentazioni “anti-mercato” del ministro dell’Economia non possono essere liquidate così facilmente, una politica simile dovrebbe essere discussa pubblicamente. Non decisa a porte chiuse.

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