di A.V.
postato alle 09:47 del 30 Maggio 2008 in EsteriTorna alla home

Le trattative sul “nodo Golan” sono un segnale positivo. Il governo Olmert può dettare le regole, in quanto Assad ha molto più da perdere. Ma per muoversi deve mollare Hamas ed Hezbollah.

Tutto come previsto. L’ufficializzazione, nella settimana passata, delle trattative per la risoluzione del “nodo Golan” tra Israele e Siria è l’ultimo passaggio di un negoziato complesso attivo da mesi sotto la cenere. Tra i due paesi il dialogo si era interrotto otto anni fa, dopo un delicato ma speranzoso scambio di opinioni durante gli anni Novanta. Il biennio 2000-2001 è stato disastroso per tutte le pendenze che costituiscono la crisi del Medio Oriente. Anche per il processo di pace tra Israele e Siria. Oggi però entrambi i governi devono essere giunti alla stessa conclusione. Ha senso tener aperto un contenzioso sterile e vecchio di quarant’anni? Certo di critiche a Damasco se ne possono fare a iosa. Dall’autoritarismo del suo regime Baath, ai suoi ambigui – e alle volte più che espliciti – occhieggi con l’Iran, oppure con Hamas e Hezbollah. La Siria non è una santa, questo no. Del resto nemmeno Israele può vantare una politica estera immacolata. Ma se c’è in Medio Oriente un nodo che è più facile da sciogliere di quanto si creda, questo riguarda proprio il dialogo tra Damasco e Tel Aviv.

RIASSUNTINO PER I DISTRATTI - Le Alture del Golan furono occupate dall’esercito israeliano, nel 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni. In meno di una settimana Israele fece man bassa del Sinai a spese dell’Egitto, della Transgiordania Gerusalemme est compresa – a discapito della Giordania e appunto del Golan, allora sotto giurisdizione siriana. Da allora molte cose sono cambiate. In particolare il contributo tecnologico nel campo militare. La domanda infatti è: perché in passato le colline in questione erano tanto importanti per entrambi? Perché sia Israele sia la Siria potevano posizionare le loro rispettive artiglierie contro il nemico. Ma adesso al cannone si è sostituito il tiro missilistico. Che cosa importa controllare una piazzaforte per obici, quando le rampe di lancio dei missili possono distare migliaia di chilometri dal bersaglio? Certo c’è da aggiungere che proprio il Golan fornisce tra il 50 e il 70% delle risorse idriche richieste dalla potenza economica e agricola di Israele e che proprio sull’antistante Lago di Tiberiade si concentra la crema dell’attività industriale del paese. Logico, in questo caso, che Israele abbia interesse a non smobilitare e, da par suo, la Siria di insediarvisi.

TRATTATIVA FINCHE’ DURA - Ciononostante, è possibile che i due paesi abbiano seguito un procedimento logico molto simile. E che abbiano ponderato se sia meglio trattare piuttosto che tenere duro. Bashar el-Assad – tutt’altro che sprovveduto – è ben consapevole dello scarso valore delle sue carte. L’alleanza con l’Iran infatti non gli ha creato altro che problemi. Il regime di sanzioni a cui è sottoposto, da parte degli USA, nasce anche da questo. Bisogna ricordare inoltre il fatto che il Paese è ancora sotto osservazione per l’attentato del 14 febbraio 2005 a Beirut, che costò la vita all’ex premier libanese Rafiq Hariri. Motivo per cui le Nazioni Unite avviarono un’inchiesta di cui non si sa il risultato, ma che – si ipotizza – potrebbe svelare il coinvolgimento dell’intelligence siriana e di alcuni illustri esponenti della minoranza alawita al governo. Infine c’è da sottolineare l’elemento autoritario che è proprio del Baath.

SIRIA DEBOLE - Da tutto questo nasce una Siria debole, in difficoltà economica e soprattutto governata da un establishment conscio di non avere futuro se non cambia rotta. Non è un caso che, all’inizio di aprile Assad abbia posto agli arresti domiciliari suo cognato, Assef Shawkat, già capo dei servizi militari e soprattutto primo sospettato nel “caso Hariri”. Un ammonimento,questo, per tutti coloro che a Damasco insistono per la linea dura. A questo è seguita appunto l’ufficializzazione delle trattative con Israele, grazie alla capace mediazione della Turchia. Non si può dimenticare però che alle Alture dovrebbe far seguito un’altra serie di punti di scambio che, se rispettati, potrebbero davvero chiudere positivamente un capitolo nel processo di pace in Medio Oriente. Alla Siria infatti, in cambio del Golan, Israele chiede di rinunciare all’alleanza con l’Iran e di cacciare da Damasco tutti i rappresentanti delle fazioni combattenti e terroristiche (per esempio Jihad islamica, al-Saikah e Fatah al-Intifadah) o dei movimenti anti-israeliani (Hamas e Hezbollah). Se la Siria accettasse, dovrebbe rivedere la sua politica in Medio Oriente nella sua complessità. Difficile quindi auspicare che si giunga a un accordo in breve tempo. Il fatto però che che al do ut des israeliano sia seguito il silenzio, fa pensare che l’offerta non sia stata del tutto scartata.

ISRAELE FORTE - Ed è proprio su questo che poggia il punto di forza di Israele. Il governo Olmert può dettare il corso delle trattative, in quanto Assad ha molto più da perdere abbandonando il tavolo da gioco. D’altro canto pure a Israele chiudere la partita tornerebbe ben comodo. Il Golan infatti è più una metastasi geopolitica che un vantaggio strategico. Il fatto poi di conservarne il controllo economico e delle risorse potrebbe permettere alla macchina produttiva israeliana di creare un’area industriale a beneficio degli altri Paesi interessati – nella fattispecie Siria, ma anche Libano – dai connotati e con regole israeliane. Infine razionalizzare i rapporti con Damasco significherebbe indebolire indirettamente quelli che sono i veri nemici di Israele: Hamas, Hezbollah e tutti i gruppi terroristici attivi a Gaza. Questi ultimi resterebbero orfani di un governo a loro alleato e Israele potrebbe intervenire più liberamente per sconfiggerli.

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