Pecunia non olet, come è noto da Vespasiano in poi. Ma l’ingresso salvagente di Gheddafi in Unicredit, diventandone addirittura il secondo azionista - la Banca Centrale della Libia, insieme con la Libyan Foreign Bank e la Libyan Investment Authority, ha
dichiarato infatti di essere salita al 4,23% della banca guidata da Alessandro Profumo – è un po’ il segno dei tempi. Che pare proprio siano tempi bruttini.
GOLPE AZIENDALE - L’odierno sbarco dei cosiddetti fondi sovrani libici ricorda infatti lo sbarco della finanza libica in Italia nel 1976: non sono arrivati qui con i cannoni, come invece abbiamo fatto noi a suo tempo al canto di “Tripoli bel suol d’amoreeeee”, bensì con la finanziaria di Stato Lafico, che comprò nientepopodimenoché il 9,7% delle Fiat. Erano i tempi in cui in Italia impazzava il terrorismo anche rosso, che ha fatto vittime anche alla Fiat, motivo per cui nessuno amava investire nel Bel Paese. E poi la casa di Torino è stata sempre più ammirata per le giacche, le barche e le amanti di Gianni Agnelli, detto l’Avvocato anche se non lo era, che per la qualità delle sue auto. Tant’è che Carlo De Benedetti, diventato amministratore delegato della Fiat pur essendo ancora poco più di un sconosciuto, ne venne cacciato dopo meno di cento giorni perché aveva capito come fare, manovrando in Borsa, per papparsi la principale industria italiana. De Benedetti, detto l’Ingegnere, era stato compagni di scuola di Umberto Agnelli, fratello minore e un po’ invidioso di Gianni, forse quindi desideroso di fargli le scarpe usando come grimaldello il grande fiuto borsistico e le abilità azionarie dell’Ingegnere. Il golpe comunque non riuscì, e Umberto – a mo’ di punizione - restò sempre in seconda fila.
IL LIBERO MERCATO - A differenza di De Benedetti, Gheddafi era ovvio che non potesse tentare colpi gobbi. A lui bastava il dividendo. Quando c’era. Poi, accusato dagli americani di essere un terrorista, Gheddafi fu costretto a scendere di quota, vendendo e guadagnando un sacco di quattrini, ma restando comunque con una piccola percentuale di azioni torinesi nella Lafico. Poi, passata un po’ la puzza di terrorista, o aumentato il profumo dei petrodollari, le mani finanziarie del colonnello Gheddafi sono diventate azioniste al 7,5% della Juvenuts, altro pallino di casa Agnelli. Riammesso in società anche nei salotti buoni, tra il ‘97 e il ‘98 Gheddafi con Lafico ha investito sia nella Banca di Roma che nel gruppo tessile Olcese. Questo era guidato da Gaetano Miccichè, oggi grande capo dell’investment banking di Intesa Sanpaolo: non si sa mai quindi cosa può riservare il futuro. Infine, a proposito di petrodollari, poiché da tempo l’Eni opera anche in Libia, ricca pure di gas, ecco che Lafico ha rilevato una piccola quota del cane a sei zampe.
I SERVIZI, IN FONDO A DESTRA - L’ingresso di Gheddafi in Unicredit ha rimpolpato l’allarme di Berlusconi – che pure è stato un po’ lo sdoganatore del libico- e di Francesco Rutelli sul pericolo di shopping strategico da parte di partner forse non ancora del tutto invitabili a cena a Macherio o in Sardegna, di sicuro non in Vaticano. Secondo il Cavaliere “c’è il rischio Opa ostili, ho avuto conferme dai paesi arabi. Ma il tesoro sta correndo ai ripari, stiamo infatti studiando norme per difendere le nostre imprese”. Oddio, avrebbero fatto meglio a difenderle, prima, dagli incapaci, dai ladri e dagli appetiti dei politici e annessi e connessi. Chiudere le stalle a buoi scappati o ad Alitalia in picchiata non è cosa molto sana. Per parte sua Francesco Rutelli – che non dimentichiamo è il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica - ci ha messo un tre di bastoni: “Non vorremmo accorgerci che pezzi del nostro futuro sono stati comprati non in una logica di mercato, ma di occupazione. I servizi devono offrire delle analisi al governo”. Dove per servizi non si intende il settore servizi dell’economia italiana, bensì i servizi segreti.
Come si vede, l’atmosfera è piuttosto pesante.
(Vignetta di Giulio Laurenzi)



























nel 76 fummo utilizzati come spauracchio pe’ fa’ imbressiona’ la finanza demoplutogiudaicamassonica
oggi, lo stesso mandiamo messagggi de aiutateceeeee
asinnò apriamo le porte all’ arabbe
eppoi nun ce dimentichiamo che Craxe ce voleva bbene …e Berlusk è er fijo de……de…..Craxe
Quando leggo il nome di Rutelli, a prescindere da quel che dice, mi viene l’orticaria.
l’articolo di Luca Vinci della scorsa settimana (http://www.giornalettismo.com/archives/7734/anti-opa-berlusconi/) mi sembrava su toni diametralmente opposti: la preoccupazione era domandarsi a chi avrebbero nuociuto e a chi avrebbero giovato le misure anti-OPA “ostili” richieste da settori del mondo manageriale italiano e promesse da Berlusconi.
Cito da Vinci:
- AL ROGO CHI CI PUÒ AIUTARE – Il nostro mercato ha bisogno come aria di nuovo capitale, non riusciamo ad attrarne di straniero in situazioni normali, figurarsi ora con la crisi. Ebbene, non solo si vuole impedire a imprese straniere di investire sulle nostre imprese per paura ne acquisiscano il controllo, ma si criminalizzano tutti gli strumenti che in qualche modo potrebbero essere d’aiuto per affrontare meglio la crisi. In questi anni i fondi sovrani hanno accumulato un gran numero di titoli di debito pubblico, si è creata uno squilibrio nella ripartizione del rischio, farli entrare nel capitale di rischio delle nostre aziende in cambio dei loro titoli sicuri sarebbe d’aiuto. Ma date le premesse politiche (non solo italiane ovviamente) appare improponibile.-
Non sembrerebbero tutto questo gran male gli investimenti dei fondi libici nelle imprese italiane.
L’ingresso di Gheddafi in Unicredit ha rimpolpato l’allarme di Berlusconi, ma ha anche impedito che dovesse essere lo Stato a sobbarcarsi l’onere di ripristinare la fiducia del mercato in Unicredit. Non è sicuramente il salvatore della patria, ma se può esserci un interscambio positivo non vedo perchè opporsi.
Non sono certo io quello preoccupato per l’arrivo o meglio per l’irrobustirsi della permanenza degli investimenti libici, che comunque nel totale di piazza Affari sono poca cosa. L’arrivo di capitali dall’estero è inevitabile, oltre che auspicabile. Tutta la retorica sull’”italianità” da conservare ad ogni costo nei settori della nostra economia la trovo abbastanza ridicola, specie quando di tratta di non voler riconoscere il fallimento di molte “italianità” in campo produttivo o finanziario. Ho inteso solo mettere in risalto la schizofrenia - abbastanza ipocrita - del nostro atteggiamento. Dico “nostro” per educazione, ma potrei dire “di chi continua a fare il furbo”: cioè di chi vuole prendere senza dire grazie, continuando anzi a guardare dall’alto in basso e con sospetto gli ex poveri.
Un saluto.
pino