postato alle 09:18 del 21 ottobre 2008 in Rassegna stampaTorna alla home

Pecunia non olet, come è noto da Vespasiano in poi. Ma l’ingresso salvagente di Gheddafi in Unicredit, diventandone addirittura il secondo azionista - la Banca Centrale della Libia, insieme con la Libyan Foreign Bank e la Libyan Investment Authority, ha dichiarato infatti di essere salita al 4,23% della banca guidata da Alessandro Profumo – è un po’ il segno dei tempi. Che pare proprio siano tempi bruttini.

GOLPE AZIENDALE - L’odierno sbarco dei cosiddetti fondi sovrani libici ricorda infatti lo sbarco della finanza libica in Italia nel 1976: non sono arrivati qui con i cannoni, come invece abbiamo fatto noi a suo tempo al canto di “Tripoli bel suol d’amoreeeee”, bensì con la finanziaria di Stato Lafico, che comprò nientepopodimenoché il 9,7% delle Fiat. Erano i tempi in cui in Italia impazzava il terrorismo anche rosso, che ha fatto vittime anche alla Fiat, motivo per cui nessuno amava investire nel Bel Paese. E poi la casa di Torino è stata sempre più ammirata per le giacche, le barche e le amanti di Gianni Agnelli, detto l’Avvocato anche se non lo era, che per la qualità delle sue auto. Tant’è che Carlo De Benedetti, diventato amministratore delegato della Fiat pur essendo ancora poco più di un sconosciuto, ne venne cacciato dopo meno di cento giorni perché aveva capito come fare, manovrando in Borsa, per papparsi la principale industria italiana. De Benedetti, detto l’Ingegnere, era stato compagni di scuola di Umberto Agnelli, fratello minore e un po’ invidioso di Gianni, forse quindi desideroso di fargli le scarpe usando come grimaldello il grande fiuto borsistico e le abilità azionarie dell’Ingegnere. Il golpe comunque non riuscì, e Umberto – a mo’ di punizione - restò sempre in seconda fila.

IL LIBERO MERCATO - A differenza di De Benedetti, Gheddafi era ovvio che non potesse tentare colpi gobbi. A lui bastava il dividendo. Quando c’era. Poi, accusato dagli americani di essere un terrorista, Gheddafi fu costretto a scendere di quota, vendendo e guadagnando un sacco di quattrini, ma restando comunque con una piccola percentuale di azioni torinesi nella Lafico. Poi, passata un po’ la puzza di terrorista, o aumentato il profumo dei petrodollari, le mani finanziarie del colonnello Gheddafi sono diventate azioniste al 7,5% della Juvenuts, altro pallino di casa Agnelli. Riammesso in società anche nei salotti buoni, tra il ‘97 e il ‘98 Gheddafi con Lafico ha investito sia nella Banca di Roma che nel gruppo tessile Olcese. Questo era guidato da Gaetano Miccichè, oggi grande capo dell’investment banking di Intesa Sanpaolo: non si sa mai quindi cosa può riservare il futuro. Infine, a proposito di petrodollari, poiché da tempo l’Eni opera anche in Libia, ricca pure di gas, ecco che Lafico ha rilevato una piccola quota del cane a sei zampe. 

I SERVIZI, IN FONDO A DESTRA - L’ingresso di Gheddafi in Unicredit ha rimpolpato l’allarme di Berlusconi – che pure è stato un po’ lo sdoganatore del libico- e di Francesco Rutelli sul pericolo di shopping strategico da parte di partner forse non ancora del tutto invitabili a cena a Macherio o in Sardegna, di sicuro non in Vaticano. Secondo il Cavaliere “c’è il rischio Opa ostili, ho avuto conferme dai paesi arabi. Ma il tesoro sta correndo ai ripari, stiamo infatti studiando norme per difendere le nostre imprese”. Oddio, avrebbero fatto meglio a difenderle, prima, dagli incapaci, dai ladri e dagli appetiti dei politici e annessi e connessi. Chiudere le stalle a buoi scappati o ad Alitalia in picchiata non è cosa molto sana. Per parte sua Francesco Rutelli – che non dimentichiamo è il presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica - ci ha messo un tre di bastoni: “Non vorremmo accorgerci che pezzi del nostro futuro sono stati comprati non in una logica di mercato, ma di occupazione. I servizi devono offrire delle analisi al governo”. Dove per servizi non si intende il settore servizi dell’economia italiana, bensì i servizi segreti.
Come si vede, l’atmosfera è piuttosto pesante.

(Vignetta di Giulio Laurenzi)

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