Il 9 novembre al Cairo dovrebbe tenersi l’importante incontro fra i rappresentanti di Hamas e Fatah (e delle altre formazioni politiche palestinesi) per discutere della possibilità di formare un governo d’unità nazionale che traghetti i palestinesi alle elezioni presidenziali del gennaio 2009, quando Abbas terminerà il suo mandato.
“Storie dal muro”, uno sguardo su Israele e Palestina, una rubrica tenuta da chi tutti i giorni cerca di capire qualcosa che sfugge spesso alla comprensione umana. Forse perché semplicemente è spiegata male.
L’incontro non si preannuncia affatto facile, tutt’altro, perché il livello di tensione fra le due fazioni è alto. Hamas chiede a Fatah un incontro preliminare bilaterale da tenersi prima del 9 novembre. Il 25 ottobre per l’esattezza. Mahmoud al Zahar, ex ministro degli esteri di Hamas, ora dirigente, dichiara:“Fatah e Hamas si incontreranno il 25 ottobre
sotto la mediazione egiziana, per appianare le divergenze sui modi di pervenire alla riconciliazione e mettere fine alle divisioni attuali tra i palestinesi”.
ABU MAZEN SI O NO? - Fatah, però, rifiuta l’offerta. Dall’Anp fanno sapere che una riconciliazione potrà esserci solo se inserita “In un quadro di dialogo a cui partecipano tutti i gruppi palestinesi”. Nessun accordo preliminare quindi, ci si vede tutti il 9 novembre. Un esempio di quanto le cose siano complicate? La vecchia guardia dell’Olp, dove Fatah spadroneggia, rifiuta il fondamento giuridico della scadenza del mandato presidenziale di Abu Mazen, mentre Hamas esclude qualsiasi possibilità di rinnovo alla presidenza oltre l’8 gennaio 2009. Per chiarire: Fatah afferma che il prolungamento del mandato di Abu Mazen è previsto dalla legge elettorale, mentre Hamas non ha mai riconosciuto gli emendamenti di quella legge. Lo statuto dell’Anp stabilisce che il presidente in uscita deve proclamare nuove elezioni prima della scadenza del mandato presidenziale altrimenti il governo ha il diritto e il dovere di affidare la presidenza allo speaker del parlamento. Questo è il nodo cruciale che può portare alla paralisi o peggio ancora ad uno scontro armato.
COSA C’E’ IN GIOCO - La mediazione è affidata agli egiziani tramite il capo dell’intelligence Omar Suleiman. L’Egitto mira a r
iconquistare il ruolo di unico intermediario tra Fatah e Hamas nell’area mediorientale. La proposta dagli egiziani è quella di un nuovo esecutivo formato da esponenti palestinesiindipendenti. Sarà curioso vedere, nell’eventualità che la proposta venga accettata, quanto le candidature saranno “pulite” o pilotate dai due schieramenti. I lavori si preannunciano difficili. Sul piatto c’è molto in gioco e le richieste sono alte: Hamas non vuole rinunciare al controllo della Striscia di Gaza e spinge per la formazione del governo di unità nazionale prima delle elezioni presidenziali. Si oppone invece alla possibilità di svolgere contemporaneamente le elezioni presidenziali e legislative nel 2010, opzione più gradita a Fatah che consentirebbe proprio il prolungamento del mandato di Abu Mazen.
























Ottimo articolo,
aggiungerei solo che tutti questi contrasti sono appannaggio delle leadership politiche palestinesi, e cadono sulla testa di una popolazione gia’ stremata da anni da anni di occupazione militare israeliane e ultimamente anche dall’embargo imposto dalla comunita’ occidentale.
Nat
Concordo pienamente. Chissà chi alla fine raccoglierà i frutti di questo potenziale disastro? Io un’idea ce l’avrei…In caso negativo: trafficanti d’armi, il nuovo governo israeliano, i “democratici” d’ogni sorta che vedono negli arabi il male oscuro del pianeta. Chi pagherebbe? La società civile palestinese, quella israeliana contro l’occupazione e tutti quell* che credono nella legittimità dell’autodeterminazione del popolo palestinese. E in caso positivo?