Fini: la guerra dei falsi dossier continua. Ed è sempre più grottesca

Spuntano cinque documenti che dovrebbero mettere in difficoltà il presidente della Camera. E una serie di nomi. Che però smentiscono....

Spuntano cinque documenti che dovrebbero mettere in difficoltà il presidente della Camera. E una serie di nomi. Che però smentiscono. Oppure non possono farlo, perché impossibilitati: sono morti.

E’ una strana estate quella che va concludendosi, fatta di inchieste, spioni, dossieraggio, killeraggio mediatico, che ha appassionato i bagnanti più delle nudità spiaggiarole dei vip. Il giornalismo, che ha raggiunto un grado di faziosità mai visto prima né a sinistra né a destra, ha assecondato e fomentato questo modo indecente di fare informazione che avrà un copioso strascico nelle aule giudiziarie tra querele e accuse di diffamazione.

L’ULTIMA BOMBA - L’ ultima bomba nella guerra dei dossier l’ ha tirata fuori Franco Bechis, vice direttore di Libero che non e’ nuovo a notiziole “sensazionali” e che è anche l’amministratore del blog “Matilde di canossa”, autoattribuitosi falsamente la primogenitura dello scoop sulla casa a Montecarlo di Fini. Bechis , dalle colonne di Libero del 5 settembre scorso, ha parlato dei “Cinque veri scheletri nell’armadio di Fini”, propinando al lettore, in attesa della dose quotidiana di storie torbide e di ricatti, un pamphlet di tutto rispetto che narra una storia degna del copione di un film. Anche i personaggi ci sono tutti e sono adattissimi al caso: si va da Vittorione Sbardella detto “lo squalo” ( forse per la voracita’ palesata in certe occasioni), che negli anni 90 e’ stato uno dei pilastri della DC romana, a “Gio ‘ il biondo” alias Giorgio Moschetti, che per decenni è stato un vecchio lupo della politica nella Capitale e fu il segretario amministrativo della Dc capitolina, corrente andreottiana. Secondo Bechis, “Gio’ il biondo” (Moschetti) – dopo aver risolto i guai giudiziari relativi a tangentopoli del 1992- voleva tornare a cavallo e fece pressioni sul Presidente della Camera per essere ricevuto; ma la segretaria fedelissima di Fini, Rita Marino, lo porto’ in canzone per molto tempo. Scrive Bechis :

APPUNTAMENTI RINVIATI - Per mesi Moschetti chiese un appuntamento al presidente della Camera. Numerose le telefonate con la Marino, sempre molto cortesi. Ma l’appuntamento non veniva mai fissato. Finché in quel mese di novembre ( 2009 ) la segreteria della presidenza della Camera chiese alla segretaria di Moschetti di inviare un messaggio di posta elettronica con la richiesta di appuntamento, così sarebbe stato messo in scadenzario e avrebbe avuto una riposta ufficiale. A Moschetti - che chissà come ne era a conoscenza – venne in mente quel misterioso dossier.

Scrisse la mail con la richiesta di appuntamento e per motivarlo vi allegò quei cinque titoli, tre che riguardavano personalmente il presidente della Camera e due il suo partito. Cinque titoli che sembrarono la più classica delle parole magiche: una sorta di “Apriti Sesamo” in grado di forzare qualsiasi resistenza protocollare. La mail fu spedita e nemmeno un’ora dopo squillò il telefono nell’ufficio dell’ex tesoriere della dc romana: «Il presidente della Camera è lieto di incontrarla nel suo ufficio a Montecitorio la mattina del 7 dicembre “.

Bechis spiega poi che Moschetti chiese a Fini un qualche riconoscimento , una presidenza, un ” qualche cosa” in nome della passata amicizia e in conto delle notizie riservate in suo possesso. Nel romanzo della vice direttore di Libero si fa un salto nel tempo e si ritorna addirittura al 1991.

Tornando a un caldissimo giorno di agosto del lontano 1991. L’8 agosto 1991. Piazza del popolo, a Roma. Ristorante dal Bolognese. C’ è un tavolo prenotato e stanno arrivando gli ospiti. Il primo ad arrivare è un giovane politico missino, Gianfranco Fini. Il secondo è Giorgio Moschetti, cassiere della Dc romana di Vittorio Sbardella. Il terzo è il leader del Msi romano, il senatore Michele Marchio. A dire il vero c’è anche una quarta persona, all’epoca meno nota. È lui che ha guidato fin lì l’auto di Marchio, di cui è fedele assistente. Un giovane promettente, destinato a fare carriera. Si chiama Francesco Storace…

PROBLEMINO TEMPORALE - L’ articolo prosegue ricco di coloriti dettagli, manca solo l’ assassino e il commissario Poirot, poi il resto c’e’ tutto ma c’è anche una svista clamorosa che magari Bechis sapra’ spiegarci con il ricorso alla magia nera o cose simili. Come faceva  il senatore missino Michele Marchio ad andare a pranzo al ristorante ” dal Bolognese” nell’ agosto del 1991 se era morto nel 1990? E’ ovvio che qualcuno ci sta marciando , e molto, su questa storia tant’ e’ che lo stesso Francesco Storace dalla sua pagina di Facebook, smentisce di essere mai andato a quell’ incontro :

francesco storace :e qui ti sbagli di grosso. Quell’ incontro del 91 non c’e’ mai stato per il semplice motivo che marchio mori’ nel ’90. Moschetti ricorda molto male i suoi impicci…

Nella serata di ieri anche il buon Francesco Rutelli , per non restare indietro ai dossier altrui, rivela che : ‘Con Fini nel 1993 ci siamo sfidati per le elezioni a sindaco di Roma. In quella campagna elettorale mi diedero dei dossier contro Fini e li ho cestinati’. ‘I dossier -prosegue Rutelli- contenevano delle vicende personali e vere o false che fossero, io li ho buttati nonostante Fini fosse il mio avversario”. Abbiamo capito l’ antifona: se portate un poco di pazienza, scendo in cantina e vedrete che qualche dossier lo tiro fuori anche io.