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Perché con Renzi il Pd sarebbe andato peggio

Il partito guidato da Pierluigi Bersani ha rimesso in discussione la leadership del segretario democratico. Per molti ora è nato il grande rimpianto dell’occasione persa con Matteo Renzi, il sindaco di Firenze che aveva entusiasmato una parte di elettorato “lontano” dal PD, il cui consenso si sarebbe rivelato essenziale per vincere le politiche 2013.

FALSO MITO – Il coro delle vedove renziane è partito dalle prime proiezioni del Senato di ieri, dopo esser stato abbastanza silente nella lunga fase svoltasi tra la fine delle primarie e lo svolgimento della campagna elettorale. Con Renzi si vinceva, il Pd avrebbe sfondato – il 40% era l’obiettivo dichiarato del sindaco, che non si è mai accorto che nella storia italiana la Dc raccolse un simile consenso solo in due occasioni, lontane ormai qualche decenni. La brillantezza e la novità rappresentata dal sindaco di Firenze, insieme alla sua capacità di parlare con un elettorato meno tradizionale rispetto a quello a cui si è rivolto Bersani, avrebbero però secondo il coro delle vedove renziane riscritto la storia. Una simile valutazione però si basa su considerazioni fondamentale errate, visto che la stessa forza del sindaco di Firenze sarebbe servita relativamente a poco nel quadro emerso dal voto di ieri. Di Renzi si è sempre detto che aveva un’unica capacità di attrarre i voti di centrodestra, ma a patto che esiste una significativa differenza tra apprezzamento personale, reale, e intenzione di voto, mai testata, il problema del centrosinistra non è stato certo il famoso “elettorato settentrionale”.

RENZI UMILIATO – E’ difficile fare considerazioni assertive senza la controprova dei dati, ma per capire perchè la tesi del Renzi più forte di Bersani sia quantomeno molto fragile basti considerare dove ha sfondato Grillo, e dove il sindaco di Firenze è andato peggio alle primarie. Renzi è stato letteralmente annichilito da Bersani al Sud, mentre nelle grandi città italiane è stato sconfitto anche con percentuali umilianti. A Roma il sindaco rottamatore è arrivato terzo al primo turno, e Bersani ha vinto con il 70% nella città simbolo del tonfo del PD. Nella capitale infatti la flessione rispetto al 2008 è stata assai marcata, pari a 13 punti percentuali, con un crollo di 250 mila voti, ed il MoVimento 5 Stella ha praticamente appaiato i democratici nelle preferenze dei romani. Una simile contrazione si registra nelle maggiori città italiane, con la parziale eccezione di Milano, dove il Pd cala, ma meno che nel resto d’Italia. Pare difficile affermare, sulla base dei dati, che il Pd sarebbe potuto andare meglio con un candidato che aveva palesato simili debolezze nelle zone dove poi i democratici hanno sofferto maggiormente.

DOVE SERVIVA RENZI – Il partito di Bersani ha sofferto ancora di più al Sud, la zona più ostile al sindaco di Firenze, mentre dove in teoria Renzi era più forte, ovvero il Nord ricco di berlusconiani e leghisti attratti da lui, i democratici sono andati meglio rispetto alla media nazionale. Dove forse sarebbe servito Renzi sono le regioni rosse. Anche nell’Italia centrale il Pd è calato molto, soprattutto in Umbria e Marche, e l’ostilità dell’elettorato di centrosinistra verso la leadership, già manifestatasi alle primarie, si è riproposta anche alle politiche. Questo dato palesa anche un errore di Bersani e del suo staff, che ha sottovaluto l’enorme segnale di sofferenza lanciato contro di lui alle primarie nei luoghi dove il PD è sempre andato meglio. La vicenda del Monte dei Paschi di Siena è stata la ciliegina finale su una torta già frantumata.

FRATTURA A SINISTRA – La storia non può essere riscritta, ma è interessante confutare due falsi miti che girano intorno alla possibile leadership del Pd di Renzi. La prima è la non ricandidatura di Berlusconi, la seconda è che solo le tematiche di rinnovamento possano contare. Berlusconi ha più volte dimostrato di considerare in primo luogo i suoi corposi interessi quando prende scelte politiche. Se è vero che il leader del Pdl temeva la gioventù di Renzi rispetto al passato comunista di Bersani, è ilare pensare che il Cavaliere avrebbe regalato l’Italia e la Lombardia al centrosinistra solo per timore del sindaco di Firenze. Berlusconi ha avuto l’intuizione di capire quanto Monti fosse impopolare a destra, mentre il PD ha subito la sofferenza sociale acuitasi con le scelte più dolorose, alcune anche necessarie, introdotte dall’esecutivo dei tecnici. Le elezioni si giocano sui dati economici, e pensare che la più grave recessione della storia recente non lasciasse tracce nell’elettorato era ed è un’idea molto superficiale. Monti ha pagato l’esplosione della sofferenza sociale, ma la rabbia dei ragazzi disoccupati da lungo tempo, delle tante persone che hanno pers il lavoro o degli esodati di è rivolta anche contro il Pd. Il messaggio politico di Renzi è sempre stato contradditorio, ma se fosse stato fedele al suo schema “liberale” fatto di sì a Ichino e no alla Cgil, si sarebbe aperta una battaglia campale nel centrosinistra che avrebbe probabilmente danneggiato ancora di più il Pd rispetto al disastro attuale. E in quel caso Berlusconi, in un modo o nell’altro, ne avrebbe approfittato ancora di più, così come Grillo.