Amarcord: quando Fini fece dimettere Matteoli, La Russa e Gasparri
05/09/2010 - Ai bei tempi di Alleanza Nazionale una chiacchierata al bar tra i tre colonnelli finì sui giornali. E Gianfranco si arrabbiò. Tanto. Era la torrida estate del 2005. Tanto torrida che tutti cercavano refrigerio nei bar, e si davano appuntamento
Ai bei tempi di Alleanza Nazionale una chiacchierata al bar tra i tre colonnelli finì sui giornali. E Gianfranco si arrabbiò. Tanto.
Era la torrida estate del 2005. Tanto torrida che tutti cercavano refrigerio nei bar, e si davano appuntamento per discutere anche di questioni piuttosto spinose. E fu così che poteva capitare, dalle parti di piazza di Pietra, di ritrovare personalità di un certo livello. Come ad esempio i tre colonnelli di An Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. A prendere un Aperol e due bicchieri di the freddo all’arancia. Ma soprattutto, ricorda Francesco Bei di Repubblica, a parlare di quel leader lì, Gianfranco Fini, che non riconoscono più dopo le sconfitte elettorali (l’Elefantino con Mario Segni alle Europee) e qualche passo falso in politica.
QUATTRO AMICI AL BAR – Si tolgono la giacca e parlano a ruota libera del partito, ma soprattutto di Gianfranco Fini, del suo stato di salute, della sua effettiva capacità di guidare An. Sono reduci dal convegno sul partito unico, che si svolge contemporaneamente a palazzo Wedekind. Proprio il palazzo del Tempo, dal quale escono per un aperitivo uno stagista di 28 anni in forza al quotidiano e il vice caposervizio del politico. I due giornalisti si siedono proprio al tavolo accanto a quello dei colonnelli. Ascoltano tutto avidamente, bene attenti a non dare nell’ occhio. E il giorno dopo sul quotidiano romano esce questo articolo:
Luogo dell’incontro, il gran caffè «La Caffettiera», a piazza di Pietra, a due passi dal Parlamento. È lì che ieri mattina, tra un intervento e l’altro del convegno sul partito unico organizzato dal comitato di Todi, si sono riuniti Altero Matteoli, Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri. Praticamente il 60% del gotha di Alleanza Nazionale (mancavano all’appello Gianni Alemanno e Francesco Storace). Un aperitivo che si è subito trasformato in un’occasione per fare il punto sulla situazione del partito. Ma anche un pre-incontro prima della cena tra Gianfranco Fini e i suoi colonnelli. I tre, però, non si sono limitati a riempire qualche casella vuota dell’organigramma (coordinatori regionali ecc.), ma si sono scatenati in un vero e proprio processo a Gianfranco Fini. «È malato – ha tuonato La Russa – non lo vedete che è dimagrito, gli tremano le mani. Non so di che tipo di malattia si tratti, ma o guarisce o sono guai. Non possiamo permetterci di affrontare una campagna elettorale con Fini in queste condizioni». Il più preoccupato, però, sembra Altero Matteoli. «La vera questione – dice il neo-responsabile dell’organizzazione del partito – è chiedersi chi è Fini oggi. Dobbiamo rispondere a questa domanda». E poi aggiunge: «Dobbiamo andare da lui prima di agosto, altrimenti parte per le ferie e scompare. Dobbiamo andare e dirgli: “Gianfranco, svegliati!”. Che ne so, se serve, prendiamolo a schiaffi, ma scuotiamolo!». La Russa e Gasparri annuiscono. «Forse – aggiunge Matteoli – comincia a pentirsi di aver fatto l’accordo all’assemblea nazionale». «Fidati – gloi risponde La Russa – è stato meglio così». Gasparri non sembra proprio convinto e allora La Russa insiste: «Se fossero nate una maggioranza e un’opposizione sarebbe stato un massacro per il partito». Dopo gli attacchi arriva il momento delle ricette. Che fare? «O diciamo che andiamo avanti senza Fini – ipotizza Matteoli -, ma non possiamo permettercelo, oppure troviamo una soluzione». Sul partito, inoltre, spesa come una spada di Damocle, la questione del partito unico. «Se anche l’Udc ci sta – dice Gasparri – noi dobbiamo capire cosa fare». «Sì – lo blocca La Russa – però sul partito unico non possiamo far fare le trattative a Gianfranco. Non è capace. Quelli gli telefonano, gli dicono che vogliono togliere quello e mettere quell’altro, e lui dice sempre di sì». Matteoli, però, sembra avere la soluzione. «Credo che se noi teniamo la barra dritta – chiosa – possiamo andare avanti». Gasparri e La Russa sembrano d’accordo. Cominciano a squillare i cellulari, gli appuntamenti incombono. I tre si alzano, pagano e se ne vanno. Non prima che Matteoli, forse per stemperare un po’ la tensione, racconti un aneddoto. Qualche risata e poi via verso le attività istituzionali. Il vertice di piazza Di Pietra ha dato ottimi risultati.
Apriti cielo. Anche perché sembra che i virgolettati usciti sul quotidiano siano solo una minima parte della lunga conversazione (sarebbe stata pronunciata qualche battuta anche sul ministro Stefania Prestigiacomo, in attesa che il gossip su una relazione tra i due venga definitivamente sdoganato da Berlusconi) a cui hanno assistito.
THE DAY AFTER – Il giorno dopo scoppia il finimondo. letto il resoconto del Tempo – non nuovo a rivelazioni “da tavolo accanto”, come quella di Elisabetta Gardini contro Giulio Tremonti – Gianfranco Fini, scrive Repubblica, esplode: decide che la misura è colma e si fa chiamare al telefono i responsabili. Tre telefonate di identico tenore: “Ora, per coerenza – dice gelido il presidente di An - mi aspetto le vostre dimissioni. E non provate a smentire l’ articolo perché c’ è la registrazione. Comunque martedì ci sarà l’ ufficio di presidenza e saranno c….vostri. Saprete allora le mie decisioni”. Clic. Telefono riagganciato in faccia. Il più affranto pare sia Ignazio La Russa, che si trova a Milano quando lo raggiunge la telefonata del vicepremier. Lo richiama. Prova a spiegare a Fini che il senso delle sue parole era esattamente l’ opposto di quello attribuitogli dal quotidiano, che la sua preoccupazione era per “l’ amico” che vedeva “affaticato” e per questo suggeriva a Matteoli e Gasparri di affrontare le beghe dell’organigramma “dopo l’ estate”. L’estate del 2005 è passata, e Matteoli, Gasparri e La Russa sono passati in blocco con Berlusconi abbandonando Fini a Futuro e Libertà per l’Italia, un nuovo partito che somiglia molto alla vecchia An. E i colonnelli, come ha ricordato il presidente della Camera, sono sempre alla ricerca di generali da cui farsi comandare. Silvio ne tenga conto.













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Da questo articolo emerge chiaramente il fatto che, Fini non è un santo, visto che vovela cacciare a pedate i suoi tre più stretti collaborati…Pertanto, non può dire che, la sua cacciata dal PDL è una misura di stampo stalinista…e la sua, quando era il leader di AN, che cos’è ..?
ma se i coordinatori del pdl dicessero che Silvio è malato, Silvio non li farebbe dimettere?
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: vado via dal Pdl ma sto nel centrodestra. Vediamoc he ne pensa Berlusconi