di Pietro Di Giorgio (Libertyfirst)
postato alle 10:33 del 20 ottobre 2008 in EconomiaTorna alla home

Come uscire dal tunnel della recessione? Rimandare la soluzione di alcuni problemi sicuramente non aiuta. E quel farmaco luccicante che ora appare come un toccasana nel lungo periodo potrebbe rivelarsi velenosissimo…

L’articolo di Stefania DellerioIl male e il peggio” tocca due punti importanti relativi all’attuale crisi finanziaria: prima di tutto, esistono dei problemi tecnici che richiedono un’analisi approfondita e non slogan ideologici, e poi, per quanto uno possa avercela con banche, banche centrali e governanti, trovare un colpevole non equivale a trovare una soluzione. La priorità è trovare una rotta che impedisca alla nave di infrangersi sugli scogli, e questo non è un problema semplice, stretti come siamo tra la Scilla della crisi finanziaria e la Cariddi degli squilibri macroeconomici strutturali. Vediamo perché.

RIASSUMENDO GLI EVENTI DEGLI ULTIMI VENT’ANNI - Si può dire che, attraverso l’uso anticiclico delle politiche monetarie, a partire dal 1987, gli USA sono riusciti a non avere una vera recessione dal 1982, con qualche incertezza nel 1990 e nel 2000. Fino al 2000 è sembrato che la cosa potesse durare in eterno. Alcuni, gli austriaci in particolare, sottolineavano la natura insostenibile del boom già dagli anni 90, se non prima, però l’aumento della produttività legato alle tecnologie informatiche e all’apertura dei mercati ha lasciato queste voci in sordina. Altri, soprattutto i seguaci della new credit view (come Stiglitz), sottolineavano l’instabilità finanziaria dei cosiddetti “Paesi in via di sviluppo”, dopo le crisi finanziarie russa e asiatiche.

DOPO IL 2000 È CAMBIATO TUTTO - Come facevo notare nel mio precedente articolo “Perché siamo nei guai”, la politica monetaria sembra aver perso efficacia. Tutta la ripresa dal 2000 al 2007 si è basata su squilibri macroeconomici le cui conseguenze di lungo termine, economiche e geopolitiche, rischiano di essere epocali: indebitamento privato alle stelle, deficit commerciale con la Cina, e una finanza affetta da tendenze suicide (dipendendo in maniera scriteriata da condizioni inverosimili, ad esempio la perpetua crescita dei prezzi delle case). I problemi sono molti, teorici e politici. Non è il caso di parlare di quelli che l’attuale crisi pone alla teoria economica, tra teorie avulse dalla realtà (viene in mente quella del ciclo economico reale) e altre comunque incomplete, pur se in grado di spiegare perlomeno alcuni degli odierni problemi.

ALTERNATIVE - Quelli politici sono più impellenti, come sempre durante una crisi. La prima opzione è il “business as usual”: continuare come si è fatto negli ultimi vent’anni. Il problema è duplice: da un lato, la politica monetaria sta perdendo efficacia, quindi mantenere lo status quo sembra una pia illusione; dall’altro, il “business as usual” è alla radice dei problemi strutturali di cui sopra. La seconda opzione è il “muoia Sansone con tutti i filistei”: smettere di tenere in piedi un sistema che evidentemente non è in grado di reggersi in piedi da solo. Questa scelta ha dei vantaggi, almeno nel lungo termine, ma bisogna stare attenti alle conseguenze immediate: per primo fallirebbero moltissime banche; poi moltissime istituzioni finanziarie; quindi moneta e credito collasserebbero, e avrebbero la peggio di conseguenza moltissime aziende; infine, ci sarebbero milioni di disoccupati, e l’output rimarrebbe basso per un po’ di tempo, probabilmente almeno due o tre anni. Il costo immediato è evidente, il beneficio si vedrebbe solo se si arrivasse vivi al terzo (o al quinto, chissà?) anno di depressione.

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