Ai lavoratori e in generale alle classi medie occidentali conviene bere fino in fondo l’amaro calice di un rallentamento netto delle proprie economie. Solo questo potrebbe fermare la corsa del petrolio
L’alternativa che stiamo vivendo ora è più penalizzante e “regressiva” nel senso che si abbatte sui meno ricchi, attraverso l’inflazione (“la tassa più ingiusta” la chiamava Keynes). Il reddito reale si sta riducendo, distruggendo potere d’acquisto e capacità di risparmio, succede da noi, ma anche nei paesi emergenti, persino per gli esportatori di petrolio, come riporta l’Economist di questa settimana.
AIUTI DALLA FEDERAL RESERVE – Ma andiamo con ordine: tutti gli economisti sono d’accordo che dal punto di vista “reale” (produzione di merci, import-export, investimenti) gli Usa sarebbero in recessione da almeno sei mesi, ovvero avrebbero dovuto registrare una crescita negativa del Pil. Non è avvenuto grazie alla politica iperespansiva della Federal Reserve che ha abbassato il costo del denaro al fine di evitare il crollo del proprio sistema bancario esposto ai mutui subprime. La concessione di mutui a persone che difficilmente avrebbero potuto rimborsarli è stata a sua volta innescata da un altro periodo di denaro facile concesso per fronteggiare la crisi della New Economy. Insomma Greenspan come Bernanke hanno permesso al sistema finanziario di non pagare fino in fondo i propri errori e di spostare la “bolla” (una quantità di derivati che ingrossa i bilanci degli istituti di credito ma non ha basi sull’economia reali) dall’Hi Tech, agli immobili e ora alle materie prime. Funziona: nel senso che quel maledetto segno meno sul Pil gli Usa potrebbero evitarlo per tutto il 2008(1). A quale prezzo? O meglio a quali prezzi?
INFLAZIONE E FLESSIBILITÀ – È come nel film di Robert Zemeckis, “La morte ti fa bella” dove due attrici, per evitare di invecchiare, si sottopongono a dei trattamenti sempre più estremi fino a perdere del tutto l’umanità. Purtroppo il conto dello “stregone” lo paghiamo anche noi: l’inevitabile crollo del dollaro, causato dall’effetto combinato di tassi troppo bassi e rallentamenti economici, ha innescato la corsa del petrolio, dando alla quantità di denaro in fuga dalle borse e dell’immobiliare una chiara indicazione di dove si possono fare guadagni sicuri. Dall’oro nero si è poi passati alle altre materie prime, rame, acciaio, e infine i cereali. Risultato i tassi d’inflazione di tutto il mondo si sono messi a correre. Fino agli anni ‘90 quando ad un periodo di crescita economica seguiva un aumento dell’inflazione si parlava di “surriscaldamento”. Le banche centrali rispondevano alzando il costo del denaro accettando un rallentamento economico, dopo era il tasso di disoccupazione a diventare prioritario, superata la soglia “socialmente accettabile” dei senza lavoro si tornava ad allentare le briglie della moneta.
Un meccanismo che appare vecchio da vent’anni, cioè da quando i guru della New economy teorizzarono che il ciclo espansione/recessione poteva essere battuto evitando il surriscaldamento. Alla fine del millennio era la tecnologia a garantire l’aumento continuo della produttività, ora è la flessibilità della globalizzazione a permettere di tenere bassi i costi e quindi i prezzi. Entrambi fenomeni, per quanto positivi, stanno fallendo le promesse “millenaristiche”. Il sasso nell’ingranaggio sono le materie prime: se lavoro e capitale oramai hanno raggiunto una flessibilità globale, il terzo fattore della produzione dell’analisi classica, le materie prime appunto, si sta rivelando molto più rigidi sia per motivi reali (scarsità e limiti tecnologici) e politici (si pensi alla geopolitica).
RIPERCUSSIONI NEL MONDO - Così l’inflazione è tornata dimostrando che non c’è nessuno che si possa ritenere al sicuro. Fortissime le difficoltà di chi è povero e non ha materie prime, come l’Africa e in misura minore l’America Latina (persino il Venezuela, felice della corsa del petrolio paga con il 29% di inflazione annua). Ma anche la Cina che tiene al sua moneta forzatamente svalutata, sta pagando secondo uno studio della Banca mondiale (vedi Working paper n. 4620 e 4621)a parità di potere d’acquisto l’economia asiatica è più piccola del 40% rispetto alla crescita nominale. Una discrepanza così grande mette in dubbio sia che il tasso d’inflazione ufficiale sia veritiero, sia che il tenore di vita dei cinesi stia continuando a crescere. Naturalmente più che un problema di qualità statistica, rientrano in gioco i dubbi di sempre sulla libertà e la bontà di uno sviluppo economico diretto da una dittatura.
Non vincono nemmeno i paesi arabi, che stanno ora pagando in termini d’inflazione importata la corsa del loro petrolio. Sia chiaro, per gli sceicchi i margini rimangono enormi, ma per le economie locali, almeno un terzo degli extraguadagni se ne vanno per comprare prodotti europei, giapponesi e americani. Non sempre il barile potrà tenere il passo di un’inflazione pari al 15-20% annuo che si registra nell’area del golfo persico.
MALE NECESSARIO – Il rischio è quello dunque di una spirale: l’inflazione nei paesi emergenti aumenta l’instabilità mondiale e il prezzo delle materie prime. Nei paesi ricchi invece colpisce chi spende la maggior pare del proprio reddito per energia e alimentari (+21% e +16% la corsa in Europa dei prezzi in questi settori), vale a dire le classi medio basse. Le imprese e i ricchi hanno naturalmente più armi per rispondere (armi che contribuiscono ad alzare i prezzi), ma l’effetto macroeconimico complessivo è la distruzione della capacità di risparmio e, visti i tassi d’interesse reale negativi, erosione del patrimonio. Insomma un impoverimento strisciante, ma costante. L’alternativa sarebbe appunto una recessione vera a cominciare dagli Usa. Banche e imprese in crisi, fallimenti e fusioni dei più esposti e gli inevitabili tagli al personale. Un calo del pil usa avrebbe effetti sulla Cina e l’Europa con recessioni altrettanto dure e probabile aumento dei disoccupati. Rimane un prezzo preferibile con diversi possibili risvolti positivi. La Cina sarebbe costretta a puntare più sul suo mercato interno visto che l’avanzata delle proprie merci supera le capacità di assorbimento dell’Occidente. E soprattutto solo la recessione vera e certificata potrebbe fermare la corsa del petrolio.
(1) Funziona talmente bene che negli Usa è in corso un dibattito tra il dipartimento del commercio, depositario delle statistiche economiche ufficiali, e diversi think thank economici per cambiare la definizione classica di recessione (due trimestri consecutivi di pil negativo) per evitare il paradosso che il rallentamento del 2008 non appaia nelle serie storiche come un anno di recessione.









Regalateci la recessione, plsss!…
Almeno calerà il prezzo del petrolio e ci toglieremo tutti i problemi della crescita drogata di oggi….
Questo articolo è stato segnalato su ZicZac.it….
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Regalateci la recessione, plsss!…
Almeno calerà il prezzo del petrolio e finirà questa crescita drogata!…
giusto, giusto
per evitare un progressivo impoverimento e l’ inflazione, meglio una bella recessione e tanti bei licenziamenti
tanto a spostare i bambolotti da un posto all’ altro chiamiamo il mago Silvan
Fortissime le difficoltà di chi è povero e non ha materie prime, come l’Africa e in misura minore l’America Latina
Qualcosa non mi sconfinfera: i due continenti citati non strabordano di materie prime quasi in ogni dove?
Penso ci siano dei problemi strutturali a monte. Il “costo sociale” di una recessione è diventato per molti attori insostenibile, e questo spiega il crescente interventismo della politica fiscale e monetaria per cercare di ridurre gli effetti del ciclo economico. Il tutto trascurando bellamente che, come diceva Schumpeter, la distruzione è alla base di nuova creazione. Ecco, proprio questo concetto che per me e’ fondamentale in un sistema capitalistico sta diventando via via inaccettabile, da cui i tentativi da apprendisti stregoni di azzerare la variabilità. L’inconsistenza peggiore è che soluzioni di lungo periodo male si sposano con i sistemi democratici, per cui in un sistema siffatto il regolatore ha comunque un bias a favore dei provvedimenti “tampone”.
Ma ci sono dati sull’inflazione complessiva dei diversi paesi, prima di agitare questo allarme ?
E la recessione chi la paga maggiormente ?
Vuoi vedere i lavoratori che saranno licenziati o quelli che non potranno ambire ad alcun aumento salariale ?
Non è che con la recessione si uccide il malato per togliergli la bronchite ?
Una maggiore regolazione dell’economia no eh ?
calvin, ma bias è qualcosa con facial, cunnilingus, squirting e tutte quelle parole in inglese che cerchi di solito su Google?
Cunnilingus è inglese, certo ._.
Irlandese, per la precisione.
Non penso che la recessione risolva il problema.
Sarebbe auspicabile che i governi utilizzassero le energie alternative, anzichè, incrementare le centrali nucleari le cui scorie non verranno piu’ smaltite ed il cui costo per il “carburante” utilizzato non è affatto basso.
Inoltre, cerchiamo di limitare le richieste di beni di consumo superflui ed aumentare, invece, il materiale di scarto formato degradabile o recilabile.
“africa paese privo di materie prime” ma stiamo scherzando??
molto fantasiosa l’ipotesi di invocare una recessione per fermare il prezzo del petrolio, peccato che la recessione porterebbe ben altri problemi molto più gravi del prezzo del petrolio. Ma chi li scrive i pezzi di economia? Spero che il tocco finale sia una semplice provocazione…
pensatoio, ci avevano provato in URSS ma gli e’ andata male
wal io ho una soluzione ancora piu’ intelligente: torniamo al medioevo.
cmq visto il numero delle critiche ho la prova del 9 che questo pezzo e’ ottimo
greg, hai dimenticato BDSM.
ah il dubbio su materie prime e LatAm e Africa ce l’ho pure io. andrei a controllare.
A’ Calvin appena sentite parlare di regolazione subito vi viene in mente il Soviet Supremo
Questo si chiama shock anafilattico…
No no, si chiama ironia, serve solo per far notare che “piu’ regolazione” copre dalla legge antitrust al socialismo reale. In pratica non hai detto niente… Poi non mi dare del voi, sono una persona alla mano io
Più regole?!? E de che?!? Bear Stearns quando è andata all’aria rispettava alla grande (nell’ordine di 1:4, per molti) i parametri di Basilea2. Eppure, nonostante tutto, è saltata. Nessuna regola potrà mai imporre per legge di dare fiducia al prossimo. Prima di lei era andata per aria LTCM, sempre per una crisi di fiducia, pur contando sulle migliori teste della finanza al proprio interno (e pur avendo fatto, ex post, la strategia corretta di trading).
La corsa del prezzo del petrolio ha poco a che fare con domanda ed offerta, e direi pure con la speculazione finanziaria. Un bel test di cointegrazione tra prezzi del brent e aggregati monetari Usa è illuminante: le due variabili vanno (quasi) a braccetto. Normale, tendenzialmente, che manipolando l’unità di misura cambi il valore dato alla grandezza, peraltro. Ma vallo a spiegare a chi pensa di poter governare la vita del mondo intero.
La recessione non è una cura “automatica” all’inflazione.Si teme la combinazione delle due la “stagflazione”, autorevoli economisti come stiglitz pensano che proprio questa sarà la nostra sorte…
http://commentisfree.guardian.co.uk/joseph_stiglitz/2008/01/stagflation_cometh.html
Vabbe’ adesso stiglitz e’ un autorevole (macro)economista… A parte gli scherzi, la stagflazione è possibile (IMO) solo in presenza di shock esogeni. Augurandosi che in futuro non ci siano troppe guerre, dovremmo stare tranquilli…
A me l’articolo è piaciuto tantissimo, anche perchè in parte provocatorio. Getta il sasso nello stagno.
L’economia è soggetta al ciclo congiunturale. Il progresso si “nutre” quasi di questo, ce lo ricordava Joseph Schumpeter, dicendo, più o meno che le fasi di trasformazione sotto la spinta di innovazioni maggiori sono la “distruzione creatrice”, i drastico processo selettivo nel quale molte aziende spariscono, altre ne nascono, e altre si rafforzano.
L’aver di fatto “addormentato” questo andamento naturale, alla ricerca del facile consenso, è una delle colpe più gravi (secondo me) di questa generazione di politici, banchieri centrali, economisti. Sul tema c’è stato forse l’unico piccolissimo dissenso – a proposito di Greenspan – con Gregorj da quando lo conosco.
Certo che le recessioni fanno male, talvolta anche molto. Purtroppo. Ma anche io preferisco le giornate di sole a quelle di pioggia, ma se qualcuno inventasse la macchina per far smettere di piovere io lo denuncerei per crimini contro l’umanità. perchè so che la pioggia è indispensabile.
Nessuno meglio di me, che vorrebbe vedere tutti felici e sorridenti, sa quanto sia meglio il sorriso delle lacrime. Ma il sorriso, che è un regalo, è un regalo che si conquista, non si costruisce artificialmente, e passa anche per il dolore e la tristezza. Non lo può mantenere artificiosamente in vita un banchiere centrale, o un Ministro del tesoro, rimandando a “dopo” la cura.
Per l’economia è successo qualcosa di analogo, e che ha solo rinviato il redde rationem, che però non può essere rinviato sine die. Questa è un’illusione che pagheremmo ben più cara di una recessione.
Tra l’altro, sullo sfondo, c’è il grande redde rationem, quello con il nostro pianeta, con un economia che o cambia (magari, cominciando a rallentare) o semplicemente di brucerà in un centinanio d’anni (forse, meno) tutto quello che resta. E allora, altro che recessione….Noi non ci saremo, ma se continueremo a fare del male in questo modo ai nostri nipoti, il disastro che lasceremo farà rimpiangere anche la recessione del’29.
Un grande sorriso economicomico a tutti
Mister X di Comicomix
la recessione del ‘29 fu in realtà superata dall’ aumento di domanda generato dalla fine degli anni trenta per la preparazione dell guerra mondiale
quindi crisi di domanda superata dalla domanda generata per la preparazione bellica
a questa successe un periodo di inflazione alla fine della guerra che facilitò la ripresa economica e la fase di riconversione,,,,,,,
anche io vorrei la felicità degli uomini, ma la guerra (a livello di artiglieria pesante, non nucleare) è necessaria ed inevitabile per superare le crisi perverse economiche
meglio una guerra oggi che una depressione domani
@Calvin: mah vabbe’stagflazione a parte, ci resta solo da capire che morte ci attende….iperinflazione permanente o grande depressione stile 29, mi sembra che chi comanda abbia in questi mesi ampiamente dimostrato di preferire l’iperinflazionamento del sistema…quindi imho continueremo su questa strada.
Calvin in un certo senso ha ragione quando dice che il costo di una recessione è diventato “insostenibile” e quindi la si cerca di evitare in qualsiasi modo: la recessione che si doveva avere nel 2001 è stata “annegata” nella liquidità, e il gioco è riuscito semplicemente perché basato sul dollaro, unica al tempo vera valuta di riserva internazionale.
Oggi il problema è molto più grave perché l’euro, benché inflazionato, si presenta come alternativa al dollaro, e un inflazionismo USA non può quindi esser più virtualmente senza fine (processi di storno, di sudden stop and reversal come li chiamerebbe Calvo, si sono già avvertiti e potrebbero facilmente esplodere).
L’aver annacquato il mondo si scarica in bolle su un mercato o su un altro, ma in ogni caso è correlato (e alimenta) tassi di interesse bassi che però squilibrano il rapporto tra investimenti (stimolati) e risparmio (depresso) con le dovute conseguenze inflazionistiche (disaccoppiamento del rapporto produzione-consumo, chiaro per l’economia austriaca che attribuisce una dimensione temporale a entrambi).
La Cina ha aiutato il mondo con produzioni a minor costo, ma non tutto è eterno e soprattutto la Cina non è un’isola…
Una recessione arriverà; quello che vediamo è semplicemente il top di un ciclo che non ha potuto chiudersi quando doveva e quindi ha accumulato ulteriori squilibri: questo renderà la recessione particolarmente forte (e questo fa paura)… ma sarà un modo per ripulire il mondo da forme di allocazione errata di capitale, preparando la nuova fase espansiva. Il mondo non finisce per un ciclo economico per quanto estremo sia. In questo senso anche io urlo “dateci ’sta depressione!”
Comunque pare che Calvin sia molto bravo, e pure un bel ragazzo….
Il vero male di quest’era sono gli incapaci, in un mondo sempre più complesso e vasto, che dobbiamo salutare positivamente poichè l’aumento di complessità e di dimensioni in un qualsiasi sistema è un indice di evoluzione, gli incapaci e i pigri stentano ad adattarsi. Ecco allora chi aspirerebbe al ritorno al passato, ecologisti del non fare nulla ed adesso anche gli aspiranti alla recessione, alla morte del malato per guarirlo. Non trovo nulla di strano che ci siano difficoltà di fronte all’ingresso prepotente di paesi una volta fuori dall’economia mondiale come Cina e India e altri nel mondo economico globale. Dobbiamo essere soltanto più bravi a far funzionare le nostre economie. Spero che la responsabilità sia data a politici che sappiano muoversi innovando e rispettando sempre la crescita e non che mettano l’impresa e l’evoluzione in difficoltà per difendere l’immobilismo. Anche nel piccolissimo delle famiglie ognuno dovrà impegnarsi e aspettarsi difficoltà. Chi saprà adeguarsi coglierà nuove opportunità di felicità e benessere. Chi non saprà adattarsi subirà il peggio come in qualsiasi processo evolutivo naturale.
La tesi “millenarista” (and now recesiùn) non mi convince del tutto.
Il dollaro ad esempio esiste ancora non per via delle politiche moetarie Usa ma perchè detenuto in enormi quantità dai petrolieri russo-arabi e dai fondi sovrani cinesi, che mentre lucrano sul greggio perdono sul capitale e switchare all’euro non possono ..
Idem cum patate la recessione in Usa, nessuno la vuole: dove andrebbero a vendere i cinesi o i petrolieri?
Si trascurano infine gli impatti di due fattori prossimi venturi: le tecnologie (Ogm in primis, energie alternative e nuovi giacimenti – sabbie canadesi – poi) e i grandi movimenti socio antropologici in corso: migrazioni, miliardi tra indiani e cinesi esposti al consumo e all’integrazione planetaria …
Personalmente mi sto convincendo che non abbiamo (più) tutte le carte teoriche per “leggere” un futuro diverso dai classici modelli standard sinora spacciati (liberalismo incluso; il socialmarxismo poi lo lasciamo ai cultori dell’archeologia industriale).
ciao, Abr
Anche io vorrei essere pieno pieno di dollari: il giorno che gli USA andranno davvero in forte recessione sarei quello pieno di liquido che potrei comprare mezzi USA e farmi pure dire grazie (questa mossa fa da perfetto hedging contro qualsiasi svalutazione del dollaro, perché è appunto una transazione dollaro contro dollaro).
Il commercio asiatico si sta spostando dagli USA a Europa e commercio infra-asiatico; gli USA sono importanti, ma sempre meno in questo senso. E c’è sempre un punto in cui i vantaggi passano i costi. Non diamo per scontato che il dollaro sparisca (ma si ridimensioni sì) ma nemmeno che il mondo non possa fare a meno degli USA dalla produzione delocalizzata in Asia…
“Comunque pare che Calvin sia molto bravo, e pure un bel ragazzo….
”
sempre peggio.
Secondo voi, cosa è andata a fare l’America in Iraq se non per avere il controllo della materia prima e per svuotare gli arsenali militari (e quindi creare nuova domanda?)Non dobbiamo quindi meravigliarci se la crisi dei mutui è correlata al prezzo del petrolio, in una sorta di compensazione economica. Gli USA stanno facendo pagare al mondo intero la loro spregiudicata finanza degli ultimi anni. Recessione? Inflazione? Fin quando il potere politico di un Paese tende all’immobilismo chi paga è sempre colui che non ha in mano la leva del prezzo.
Fossero davvaro andati in Iraq per quello sarebbero stati davvero bravi… con l’accordo Oil For Food incameravano petrolio già a buon prezzo, mentre ora rischiano un import di inflazione.
Io credo siano in quell’area per altri motivi essenzialmente geopolitici (Cina e Russia fanno esercitazioni militari comuni, Pakistan e India hanno giocato a chi aveva più soldatini sul confine, la Turchia ha mire evidenti sull’Iraq curdo, l’Iran è pericoloso per dissidi tra il potere temporale che giustifica il suo primato con l’approssimarsi della fine del mondo e il potere clericale, escluso Khamenei, che non ci sta…), e non per controllare formalmente qualcosa che controllavano già in buona parte (gli americani sono un po’ bischeri, ma possono esserlo così tanto).
Che la spesa militare sia comunque spesa pubblica e come tale stimolo alla domanda e quindi alla produzione è una stronzata, anche se probabilmente quasi tutti i Governi un po’ ci credono. Per buttar via qualche missile però sarebbe bastato anche uno dei moltissimi poligoni militari senza rischiare vite umane e quindi consenso elettorale.
Ma io non vedo una compensazione economica tra crisi dei mutui e petrolio; posso vedere un legame nel fatto che l’origine è essenzialmente la stessa: inflazionismo monetario. Ma i meccanismi sono troppo diversi: uno è lo stimolo all’indebitamento mentre viene allungato il processo produttivo (da cui una successiva carenza di liquidità che alza i tassi e stronca i debitori, come è giusto che sia), l’altro è la variazione del rapporto moneta circolante su bene disponibile.
preg. dott. Patrizio
spero che a proposito di stronzate, la mia era una rielaborazione storica inconfutabile
e riguardava una guerra seria, mondiale…non ste 4 cacatelle di calci in culo dell’ irak
naturalmente io mi riferisco alla necessità di una ulteriore guerra mondiale ma da combattersi a livello max di artiglieria missilistica non nucleare per l’ eccesso di danni che questa comporterebbe
al limite consentirei pure le bombe intelligenti, basta che non si danneggino valori immobiliari
….credo che anche Lei non potrà non essere d’ accordo su ciò in considerazione della preparazione economico-militare che mostra di avere
spero….sia chiaro….che a ,,,,
proconsole,
io mi riferivo al solo Iraq e in risposta a Sparv.
possibile terza guerra mondiale? quello va oltre i miei pensieri, non la sottoscrivo come visione ma nemmeno penso di confutarla.
recessione superata grazie alla guerra? no, non ci credo per nulla; superata perché dopo la guerra si sono aperti altri mercati, forse: la guerra di per sé è mero consumo, e non getta alcuna base per crescita a lungo termine. Quel che deriva poi dalle conquiste fatte (territori spoliati o nuovi mercati per l’export) è un altro paio di maniche.
No no, queste ricostruzioni fantasiose della grande depressione sono antistoriche. ma siccome ci voglio scrivere un post in futuro, per la gioia di greg che ama moltissimo questi miei espluà, non dico altro.
bum!
(rumore di colpo di pistola sulle balle)
Bravo Mario!Sono convinto che i luminari della BCE trattino la questione di comunella per dividere le spese a metà!Le illogicità dei tassi in europa lo dimostrano pienamente!Oggi l’inflazione ha un solo nome,caro greggio!Ed i luminari ci fanno credere che aumentando i tassi il petrolio diminuisce!Ma perchè li paghiamo?Le stesse fregnaccie le posso dire anch’io!
@ tutti
Scusate. La frase è scritta male, doveva essere così : “Fortissime le difficoltà di chi è povero e non ha materie prime, in (e non “come”) Africa e in misura minore America Latina”. E questo spiega il “persino” del Venezuela che è ricco di petrolio, ma paga con il 29% di inflazione annua. Ripeto il concetto: “Soffrono di più quei paesi poveri senza materie prime, ma anche quelli che ne hanno”.
Accetto le critiche nel senso che ovviamente recessione non è il rimedio all’impoverimento, ma ora rappresenta il male minore. La tesi dell’articolo è che con una recessione si è costretti a cambiare qualcosa nel sistema economico (la famosa distruzione creativa) perché colpisce lavoratori e aziende. In questa situazione invece si colpiscono solo i lavoratori e in generale i redditi fissi, quindi l’incentivo a cambiare è minore. Con l’aggravante che i tassi negativi distruggono capitale che potrebbe essere investito nel cambiamento.
Temo che la scelta sia tra avere una recessione netta ora o lasciare che un lento impoverimento da inflazione si trasmetta ai consumi fino a sfociare in una depressione (recessione con incapacità dell’economia di uscirne). Ogni rallentamento porta con sé il rischio che non sia né breve, né indolore, ma ricordate che nessuno ha ancora trovato il modo di evitare la parte “bassa” del ciclo economico, stanno solo sperimentando un modo per farlo pagare in maniera diversa. Sull’accettabilità sociale della recessione c’è l’esempio del Giappone che ha pagato con oltre dieci anni di depressione l’incapacità di far pagare una crisi vera al proprio paese. Anche a Tokyo hanno creduto nel potere salvifico dei tassi bassi. Non ha funzionato.
@ enzo
Chi ha tassi più alti paga meno il petrolio: è un fatto. Inoltre almeno da quota 100 dollari in sù le quotazioni del greggio seguono pedissequamente l’andamento del dollaro. Sarà un caso.
La crisi è s i s t e m i c a…
L’alternativa che stiamo vivendo ora è più penalizzante e “regressiva” nel senso che si abbatte sui meno ricchi, attraverso l’inflaz…