Fiat, gli operai di Melfi e quel licenziamento truccato
22/08/2010 - L’azienda dice agli operai reintegrati dal giudice del lavoro di non presentarsi in fabbrica. Ma in tribunale aveva fatto marcia indietro sul blocco del robot e del carrello. Pugno di ferro in guanto d’acciaio. La Fiat, nonostante la sentenza del
L’azienda dice agli operai reintegrati dal giudice del lavoro di non presentarsi in fabbrica. Ma in tribunale aveva fatto marcia indietro sul blocco del robot e del carrello.
Pugno di ferro in guanto d’acciaio. La Fiat, nonostante la sentenza del giudice del lavoro che li reintegrava in servizio, ha intimato ai tre operai licenziati a Melfi perché avevano bloccato uno dei carrelli per il rifornimento delle linee produttive di non presentarsi al lavoro alla riapertura di lunedì prossimo. Eppure la sconfitta in tribunale per l’azienda è dipesa da una contraddizione presente nella versione presentata al magistrato.
“NON PRESENTATEVI” - La Fiat ha fatto sapere ai tre operai che alla riapertura della fabbrica lunedì prossimo, “non intende avvalersi della loro prestazione” ma che continuerà a rispettare gli obblighi contrattuali. Il 6 ottobre sarà discusso il ricorso presentato dal Lingotto contro la decisione del giudice di Melfi. La Fiat continua nel suo comportamento “antisindacale” commenta Masini. E la Fiom sta valutando con gli avvocati se ci sono gli estremi per un’azione penale ha detto il segretario regionale della Fiom Basilicata, Emanuele Di Nicola, poichè il giudice aveva deciso “per il reintegro immediato dei tre lavoratori”. Lunedì comunque dalle 12 ci sarà un presidio della Fiom davanti all’azienda, anche per “informare i lavoratori”, ha spiegato Di Nicola, sottolineando che “chiederemo che i lavoratori entrino come da ordinanza del giudice che è un giudice della Repubblica italiana. Marchionne non può pensare che le leggi dello Stato siano rispettate solo per fare profitto, ma devono essere rispettate anche quando di mezzo ci sono i lavoratori”.
CHI HA INCASTRATO IL ROBOT DI MELFI – Eppure il giallo del robot non è di così facile soluzione. I fatti sono questi: il 6 luglio, durante uno sciopero degli operai del turno di notte alla Fiat di Melfi, si blocca uno dei carrelli per il rifornimento delle linee produttive. Una settimana dopo tre operai, Antonio La Morte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli (i primi due sono delegati Fiom), vengono licenziati con l’accusa di aver sabotato la produzione bloccando il famoso carrello. Il 21 arriva la causa civile da parte del sindacato e il 9 agosto il tribunale accoglie la tesi della Fiom e ordina alla Fiat di reintegrare i lavoratori, mentre l’azienda annuncia ricorso e su giornali come il Corriere della Sera ci si strappa le vesti per lo strapotere del sindacato che non permette di licenziare i fannulloni, a causa delle toghe troppo garantiste nei confronti dei lavoratori. Peccato che alla ricostruzione manchi un pezzo.
L’UDIENZA DELLA DISCORDIA - Ovvero, e ne parla Giovanni Fasanella su Panorama, manca il racconto di come è andata l’udienza: fra i motivi del decreto di reintegro, il magistrato indica innanzitutto una contraddizione presente nelle due versioni della Fiat, quella della prima contestazione dei capireparto ai tre operai e quella successivamente fornita in tribunale. Nel primo caso, l’azienda aveva sostenuto che i tre operai si erano messi “davanti al carrello in maniera da impedirne deliberatamente il transito”, e per questo erano stati invitati a spostarsi. Nella seconda versione, invece, l’azienda è stata più cauta, sostenendo che il robot si era fermato “per un contatto nella parte anteriore (bumpers)”, tanto che “per riavviarlo è stato necessario premer un pulsante di reset posizionato sullo stesso”.
TESTIMONIANZE DISCORDI – A questo si sono aggiunte le testimonianze degli operai, molti dei quali non avevano aderito allo sciopero Fiom: quasi tutti hanno confermato che il carrello era già fermo quando gli operai si trovavano sulla sua linea. Non solo: quando i tre si spostarono, scrive sempre Panorama, il robot non ripartì come avrebbe dovuto, e si rese necessario l’intervento di un caporeparto per resettarlo. Insomma, il motivo del reintegro risiede nel comportamento dell’azienda durante il processo: ai media ha raccontato che i tre avevano bloccato il carrello, in aula ha invece parlato di cause sconosciute, forse perché rischiava di essere smentita dalle testimonianze. E adesso Fiat questi operai non li vuole: padronissima, ma ancora deve spiegare chiaramente perché.













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Dalle motivazioni della sentenza del giudice del lavoro che reintegra al lavoro i tre operai licenziati, si evince che la sentenza stessa è lacunosa, superficiale e sommaria. Ha fatto bene la Fiat a presentare ricorso e ad assumere la decisione di non far lavorare i tre dipendenti licenziati pur garantendo loro lo stipendio.
In particolare, mi lascia perplesso come sia potuto accadere che uno dei
carrelli utilizzati per il trasporto di materiali utilizzati nella catena di lavorazione si sia bloccato improvvisamente. E’ risaputo che questi carrelli viaggiano su piste magnetiche e nella massima sicurezza, essendo dotati di sensori in grado di bloccare la loro marcia, qualora, per una qualsiasi ragione, il percorso viene ostruito (persone, oggetti ecc.). Solo
l’intervento di un caporeparto, attraverso una semplice operazione di
resettaggio, ha consentito di risolvere il problema. Sono convinto che su
tutta la vicenda, all’interno del reparto è calato un velo di complice
omertà da parte di chi ha visto e, non ha potuto o voluto riferire la verità dei fatti.
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