Inchiesta

Brunetta e quelle bugie sull’export

18 agosto 2010

Il ministro si vanta del boom delle esportazioni: vero che sono cresciute, ma il livello è ancora lontano da quello di qualche anno fa. E il nostro tessuto produttivo è troppo piccolo per essere realmente competitivo

Se si cerca con Google “boom esportazioni” si apre una valanga di link nei quali ognuno con la propria ottica, pare che descriva un ulteriore positiva esplosione dell’economia italiana. Non fa eccezione il ministro della pubblica amministrazione Renato Brunetta sul Corriere della Sera, il quale, parlando di non so quale paese, afferma all’inizio dell’intervista: “Finalmente l’economia comincia a tirare. Produzione industriale in crescita tumultuosa, export a due cifre, disoccupazione in calo. Tutto questo è avvenuto senza crisi sociale, senza crisi del sistema bancario, senza la temuta desertificazione imprenditoriale; anzi, con una buona tenuta del potere d’acquisto delle famiglie e una perfetta tenuta del welfare

UN INCREMENTO INSPIEGABILE? - Il motivo della soddisfazione, lasciando da parte gli altri indicatori citati dal ministro, è alimentato dal dato Istat che indica uno spettacolare 22% di esportazioni in più rispetto al mese precedente. Bene! Non so cosa c’entri il governo in questo, ma è una notizia positiva. Se non ci fosse stata intenzione di marchetta mediatica, sarebbe stato grazioso se il quotidiano avesse almeno riportato i grafici che l’Istat pure pubblica per dare una indicazione più puntuale ed aderente ai fatti. I grafici sono i seguenti:

Siccome i dati non mentono, è importante ed onesto rilevare che se miglioramento per fortuna c’è, purtuttavia la strada per ritornare ai massimi ante-crisi è ancora lunga e costellata di ostacoli in parte al di fuori del controllo italiano ed indipendenti dalla volontà e dall’efficienza delle imprese. Da due anni abbondanti, siamo sempre allo stesso punto: la crisi è esterna all’Italia, non riguarda le banche italiane, ma ha inciso pesantemente sull’economia reale e sulla manifattura esportatrice punto di forza del sistema Italia.

IL CASO DEL COMMERCIO CON L’ESTERO – Contestualmente al rapporto ISTAT è stato pubblicato il Rapporto ICE 2009-2010 in collaborazione con ISTAT, analitica indagine sul mondo italiano dell’esportazione. Per degli uomini di governo che sono tanto apparentemente attenti a manifattura, imprese, economia reale (su cui farebbero bene a chiarirsi le idee) non sarebbe stato sbagliato parlarne e non sarebbe stato male se l’informazione, specie quella specializzata invece che titoli roboanti e fuorvianti ne avesse fatto oggetto di attenzione per informare adeguatamente i lettori e per innescare finalmente un dibattito sull’economia italiana. Oltre alle analisi sui settori e le categorie di prodotti esportati, il rapporto ICE si occupa anche di aspetti legati alla dimensione ed alla struttura delle imprese esportatrici e, da pag. 293 in poi, propone una interessante analisi la quale, sia pure focalizzata sulla regione Marche scelta come campione, tende a studiare e verificare le relazioni tra dimensioni-proprietà delle imprese-livello di adozione di pratiche manageriali e le loro performances assumendo come riferimento il ROS (Reddito operativo sul Fatturato). Per inciso, questo studio prende spunto e riferimento dallo studio di Nicholas Bloom e John Van Reenen della Stanford University Why Do Management Practices Differ across Firms and Countries? Che studia esattamente il tema sia pure proiettato su una dimensione territoriale mondiale ed assumendo parametri diversi. Il motivo per evidenziare il rapporto Istat non è analizzare i dati relativi alle esportazioni e la loro composizione ma osservare la tabella che segue

Essa indica il numero degli operatori per classi di fatturato e mostra il peso preponderante delle piccolissime imprese con soglie di fatturato da esportazione fino a 750mila euro. A ribadire la preponderanza di piccolissime aziende nel tessuto economico italiano, aiuta la tabella di seguito che propone anche un raffronto con i competitori dell’Italia:

Su questo aspetto sarebbe utile focalizzare l’attenzione. L’ostacolo maggiore alla costituzione di nuove imprese è di certo la burocrazia tanto da indurre il governo ad occuparsene dando il via ad una curiosa e discutibilissima iniziativa di modifica dell’art. 41 della Costituzione per poter procedere non a semplificazioni ma alla posposizione degli adempimenti ad un momento successivo all’apertura delle imprese. Paradossalmente la realtà dice che la dinamica anagrafica delle imprese è comunque vivace. Questo non vuol dire che non sia necessario non disboscare, ma dovrebbe orientare l’attenzione al dopo, alla vita delle imprese costellata da ostacoli infiniti che ne condizionano la crescita e le potenzialità.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>