L’onorevole Cicchitto guarda i gatti

10/08/2010 - Vittime sacrificali del giustizialismo o non troppo sofisticati meccanismi retorici? Mercoledì scorso 4 agosto, nella sua dichiarazione di voto sulla richiesta di dimissioni da parte del sottosegretario Caliendo, l’onorevole Fabrizio Cicchitto ha detto: «Oggi in questa seduta della Camera si

     
 

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Vittime sacrificali del giustizialismo o non troppo sofisticati meccanismi retorici?

Mercoledì scorso 4 agosto, nella sua dichiarazione di voto sulla richiesta di dimissioni da parte del sottosegretario Caliendo, l’onorevole Fabrizio Cicchitto ha detto: «Oggi in questa seduta della Camera si rinnova una sorta di rito tribale grazie a chi, almeno una volta al mese, ha bisogno di immolare un sacrificio umano a quel valore supremo, il giustizialismo, che ha sostituito il dio che è fallito e tanti altri miti, tutti fortunatamente esauritisi nel 1989 [...] Oggi la vittima sacrificale deve essere il sottosegretario Caliendo». Lasciando da parte la questione politica della vicenda, domandiamoci: da dove trae l’onorevole Cicchitto tale linguaggio “sacrificale”? Da dove lo prende a prestito per dar forza al suo discorso? Da quale stereotipo, da quale canone? Proviamo a rispondere: dal linguaggio religioso, in particolare dalla scrittura giudaico-cristiana. La Bibbia, infatti, ha al suo interno, come referente linguistico primario, da Adamo a Gesù, il perseguitato dalla folla, l’espulso dalla comunità, il capro espiatorio, la vittima sacrificale che grida il proprio lamento in cerca di riscatto. Il resoconto evangelico ben s’inserisce nel ceppo ebraico, dacché anche Gesù, oltre che ebreo, fu capro espiatorio, fu la vittima perfetta, colui che fu perseguitato e ucciso senza alcuna ragione. Ma per quali motivi diciamo che Gesù Cristo fu una “vittima perfetta”? Perché intorno a lui si creò la completa unanimità vittimaria del tutti contro uno. Le parole politiche par excellence di Caifa («Considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera» Gv, 11-50) attestano che Gesù fu il capro espiatorio intorno al quale la società, nella quale egli visse e agì politicamente, tentò di riconciliarsi a sue spese tentando di far convogliare su un solo responsabile le tensioni che la disgregavano e sovvertivano. La vicenda della Passione di Cristo non è una vicenda originale in campo religioso, nel senso che essa ripercorre, in un certo qual modo, tutte le vittimizzazioni religiose precedenti; con una differenza fondamentale però: Gesù si fa vittimizzare riuscendo a proclamare sino in fondo la sua innocenza e mostrando, inoltre, come la violenza che sconvolge e frantuma la comunità è un fenomeno solo e sempre umano di cui tutti sono responsabili o complici.

LA FOLLA – Delle tante cose che si possono dire riguardo all’umanità – in forma generale s’intende – è che essa dovette, ha dovuto, deve e dovrà avere sempre a che fare con la sua stessa violenza. Ma la percezione globale di quanto la violenza sia pericolosa per il destino dell’uomo non è che parzialmente avvenuta. Addirittura ci sono moltitudini che ancora ritengono che la violenza sia un attributo divino (vedi soprattutto l’islam, ma anche il fondamentalismo cristiano, ebraico o indù). Ritorniamo adesso alla vicenda politica. Sostenere che Caliendo sia una vittima sacrificale è un falso oggettivo: infatti, lo sarebbe stato solo se tutti lo avessero vittimizzato, solo se tutti lo avessero voluto espellere, solo se tutti gli avessero volentieri vomitato addosso rabbia e rancore illudendosi, così, di ritrovare la smarrita concordia. L’onorevole Cicchitto usa dunque il termine a sproposito, sia perché su una vera vittima sacrificale convergono tutte le istanze vittimarie della società e non solo di una parte; sia poi perché un vero capro espiatorio non ha alcuna voce gracchiante a difenderlo, come nel caso di Caliendo. Usare il linguaggio sacrificale senza essere dei sacerdoti o degli eretici, vuol dire farne un uso profano, altamente depotenziato, svilito, privo di significanza. Quanto valore ha il continuo ripetersi dello stereotipo della persecuzione riguardo al supposto giustizialismo nelle attuali vicende politiche? C’è stato per caso, nel caso Caliendo et similia un’orda mimetica giustizialista paragonabile a quella delle monetine contro Craxi? («Bettino vuoi pure queste?»). Crediamo proprio di no. Alzi la mano chi allora, in quel dato momento storico, davanti al televisore ad assistere in diretta al processo Cusani, con Di Pietro che interrogava i vari Craxi e Forlani, chi allora (non ora!) era dalla parte di questi ultimi contro il presunto Persecutore Togato? Berlusconi stesso, grande “amico” e beneficiario del potere craxiano, sfruttò alla grande nei suoi canali televisivi il vento del giustizialismo per trasmettere programmi persecutorî contro la classe politica del tempo (ricordarsi per es. il Funari tribuno) mettendola impudicamente alla berlina per i suoi proficui consigli per gli acquisti. Persino Cicchitto e gli ex craxiani defilati di secondo piano, adesso ai vertici del PdL, hanno fatto carriera sulle ceneri di quei dirigenti socialisti passati al rogo mediatico-giudiziario (dirigenti che, se fossero ancora in carica, li avrebbero sicuramente mantenuti a livello di portaborse, dato il loro spessore politico e intellettuale).

COMUNICAZIONE - Oggidì, nelle nostre, presunte, società civili avanzate i rituali vittimari si compiono a mezzo stampa o a mezzo tv, vale a dire attraverso il medium dei media (internet, forse per la sua natura democratica e libertaria, ancora non riesce a catalizzarei masse informi eterodirette). Quindi, come può chi detiene il potere effettivo della maggior parte dei mezzi di comunicazione di massa in Italia temere di essere vittimizzato? Una piazzale Loreto post-moderna, allo stato dato, non è francamente ipotizzabile dato che sul palcoscenico mediatico e informatico è improbabile venga vittimizzato il Padrone del Teatro Italia. Su questo particolare l’onorevole Cicchitto glissa sornione, ma si dà lazappa sui piedi da solo quando dichiara: «Questa deriva viene sollecitata e gestita dal giornale-partito la Repubblica e ha la guida politica di Carlo De Benedetti, che ha un grande potere finanziario e mediatico, un’inesorabile ferocia politica ma che, purtroppo, non ha carisma personale. In questo forsennato ricorso al giustizialismo, come arma totale di distruzione individuale e collettiva dell’avversario, come strumento essenziale per fare la lotta a Berlusconi, visto che i voti non ci sono, vi è però qualcosa di più profondo». Sì, qualcosa di più profondo. Ma cosa? Due cose si notano d’acchito: la prima, che la deriva giustizialista-vittimaria oggi la può condurre, appunto, solo chi possiede o controlla un mezzo di comunicazione di massa; la seconda che lo stesso Cicchitto, a sua insaputa, usa l’indice accusatorio contro un individuo, una persona, additando, appunto, Carlo De Benedetti, affibbiando a questi, come fosse un Edipo, uno stereotipo vittimario preciso: l’invidia nei confronti di Berlusconi. Ma si rende conto, l’onorevole Cicchitto, di stare usando lo stesso tipo di accuse che presume siano rivolte a colui che sta difendendo? Si accorge che non sa usare il linguaggio vittimario? No, non si accorge perché non è consapevole di essere un minimo ingranaggio del meccanismo precipuo che il sistema Potere usa per perpetuare se stesso nella modernità secolarlizzata.

     
 

1 Commento

  1. Lucia scrive:

    Un articolo che è l’equivalente di un “massacro” politico di proporzioni bibliche! :) Bel pezzo…

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