di Alessandro D'Amato (Gregorj)
postato alle 14:31 del 26 Maggio 2008 in InterniTorna alla home

Non è tutto rose, fiori e integrazione nel quartiere romano dove tre negozi gestiti da stranieri hanno subito un’aggressione a sprangate. E non tutti credono alla versione ufficiale, su quanto accaduto in un quartiere raccontato come “integrato” e “speciale”…

Perché so’ fascisti, so’ sempre stati così. Mascalzoni e vigliacchi. Menano e scappano. Ma noi siamo pigneto 1solidali. Tutto il Pigneto“. La mattina dopo il fattaccio, arriva l’attacco vero e proprio ai tre negozi gestiti da immigrati del Bangladesh: quello dei giornalisti. Non puoi girare l’angolo che ne incroci qualcuno, e tutti sembrano avere imparato a memoria la parte da recitare. Soprattutto chi l’aggressione l’ha subita, e deve ripetere a chi passa con taccuino o microfono in mano ed eventualmente telecamera in spalla la stessa litania: “Sono sei anni che lavoro qui. Mai ricevuto minacce, sempre pagato quello che dovevo e lavorato. Io sono uomo, non ho paura, ma qui lavorano anche mia moglie, mio figlio. Io ogni tanto vado in banca, al mercato, e li lascio al negozio. Adesso come posso farlo?“. Chi può essere stato? Alcuni puntano il dito contro quelli di Casa Pound, un tizio si dice sicuro che a fare il colpaccio sia statapigneto 2 gente che poi se n’è andata allo stadio. Un altro ancora (”ahò, io so’ nazista, eh? La penso come loro“) pensa ai “pischelletti che stanno al di là del ponte, con le croci celtiche tatuate“. Il comitato di quartiere indice un’assemblea per il pomeriggio: “E’ il risultato del clima creato dalla campagna elettorale aggressiva di questi giorni - dice il presidente - Con i loro negozietti gli immigrati svolgono una funzione sociale, perché con i centri commerciali i piccoli esercizi sono stati tutti chiusi e sono perfettamente integrati. Oggi siamo tutti solidali con loro“. Un abbraccio. Quasi soffocante. Perché il Pigneto è un quartiere speciale. Un modello per l’integrazione, rispetto agli altri romani.


pigneto 3L’ALTRA CAMPANA - Ma c’è anche chi non la pensa così. “Guarda, io ero al bar di fronte ieri sera - dice Mauro - Primo, non ho sentito nemmeno una volta dire ‘negri di merda’ e cose simili. Ho notato che sono entrati, hanno dato due colpi e sono usciti. ‘Andatevene via, bastardi’, gridavano’. Non ho notato le svastiche né altro. E per me le svastiche non c’entrano niente in questa storia“. Perché? “Perché se io voglio fare una ’spedizione punitiva’ la faccio con il casco, che protegge di più e meglio. Mica con la sciarpa che può cadermi così mi riconoscono“. “Perché voi giornalisti non ci avete capito un cazzo - interrompe Alessandro - Invece di fare le domande agli altri, perché non ve le fate voi? Dico io: a via Macerata ci stanno sei negozi di stranieri, più su c’è il baretto che è stato già assaltato qualche volta, a via Ascoli i negozi sono sette. Perché questi hanno fatto ’sto percorso a ostacoli? Se era punitiva, perché non punirli tutti? Perché solo alcuni?“. Dimmelo te il perché. “Ma chivvisincula. Oggi sul giornale c’era scritto: alcuni abitanti ce l’hanno con gli extracomunitari. Pensate un po’ che cazzo vi pare“. Un signore di mezz’età butta per terra davanti a una giornalista del Tg3 regionale - che non manderà in onda l’episodio - un pacco di documenti, tra cui una patente di quelle rosa vecchio stampo: “L’ho trovata sul marciapiede. E a scanso di equivoci: mia cognata è thailandese“.

PISTE OSCURE - Ti dico una cosa: li vedi quei tizi lì appoggiati all’angolo della strada? A volte sono cinque, altre persino dieci - a parlare è un ragazzo con gli occhiali scuri e i capelli corti, che non vuole dire il suo nome - Tutto il giorno a fare il palo. Dalla via esce spesso gente con buste grosse in spalla, e poi sparisce. Quando passano le guardie, o fischiano o si mettono a chiamare al cellulare“. E questo che vorrebbe dire? “Niente. Due anni fa al bar all’angolo di via Ascoli, la sera dell’inaugurazione, hanno lanciato due pietroni sui vetri e sfasciato tutti i motorini parcheggiati davanti. Tutto normale no?“. No, non è normale. Sottovoce, si sussurra di un “regolamento di conti”, di concorrenza (anche se in mercati illegali), di un segnale per far capire che il problema non è la razza, e nemmeno la nazionalità. E tutto questo si fa per due borsette Gucci contraffatte? “No, ma per altro sì“. Ma sono voci basse, che hanno paura di stonare rispetto al mainstream generale. Che vuole il tutto inquadrato in ottica razziale, anche se il gestore del primo negozio assaltato ha parlato di vendetta per un portafoglio rubato (con 500 euro dentro; chi gira con somme del genere in tasca?). Solo paranoie? No, perché nel frattempo si vocifera - e si arriva persino a scrivere sui giornali - che sia stato proprio qualcuno del quartiere a organizzare la vendetta verso il primo a causa del furto del portamonete, e poi a passare al secondo per mettere a posto qualche querelle condominiale. Anzi, ormai si sa che tra poco li andranno a prendere. Un italiano sulla cinquantina, il capo, e gli altri dietro. Sono stati loro, proprio loro. Quelli che vivono da anni nel ritrovo dandy e politically correct che ne faceva un appuntamento di classe per certa gente un po’ radical e tutta chic. Nonostante si sproloquiasse di quartiere “per bene”, sotto covava la rabbia di tutte le nostre periferie.

UN QUARTIERE NORMALE - Intanto ci si prepara per l’assemblea popolare del pomeriggio. Anche se qualcuno non ci andrà: “Solidarietà, eh già, solidarietà. Peccato che non abbiano colpito i sottoscala, altrimenti potevamo fare una colletta per comprargli reti e materassi nuovi“. “Ma lo sai? Oggi sono andato al negozio di liquori assaltato, ho comprato due cose: è la prima volta che mi fa lo scontrino e pure lo sconto“. Sui muri delle strade scritte contro ‘i fasci‘ e poster dei centri sociali. Questo è un quartiere troppo normale per poter essere davvero speciale.

Edit: sull’episodio - e sul racconto qui tratto - si esprime anche Malvino

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