I costi e le opportunità dell’atomo in Italia tra passato, presente e futuro. L’uranio una risorsa scarsa – più del petrolio – e tempi di costruzione molto dilatati. Soprattutto per paesi come il nostro, che (ri)partono da zero. Forse la corsa alle centrali, semplicemente, non conviene
Sembra ormai diventato un appuntamento fisso, ogni tanto in Italia si discute di nucleare, salvo poi far cadere tutto nel vuoto, magari dopo un polverone di proteste. In queste situazioni è importante analizzare bene la situazione non solo contingente, ma soprattutto in una visione a lungo termine. Nei piani dell’Enel c’è la costruzione di quattro impianti di terza generazione (costo cadauno circa 3 miliardi di euro) entro il 2023, in Finlandia ci si impiega fino a 14 anni, in Gran Bretagna 10. La tecnologia di queste quattro centrali dovrebbe essere la cosiddetta “Generazione III+”, tecnologia che permetterebbe la riduzione delle procedure di approvazione, dei tempi e dei costi di costruzione, lunga vita utile dell’impianto (60 anni), presenza di dispositivi di sicurezza “infallibili” e migliore utilizzo del combustibile, tuttavia questa tecnologia dovrebbe essere disponibile tra il 2010 e il 2015. Un altro progetto molto interessante è Iris (International Reactor Innovative & Secure), un reattore sviluppato da un consorzio internazionale di cui fa parte l’ENEA.
COME SIAMO MESSI – La situazione energetica italiana è caratterizzata dalla difficoltà delle aziende private di operare nel mercato. Ci sono varie municipalizzate e qualche società straniera comunque in alleanza con capitale pubblico nazionale. Insomma, o denaro pubblico o straniero. Ma perchè si è creata questa situazione? Principalmente i motivi sono due. Il successo delle ex-municipalizzate dimostra come l’integrazione avvenga “verso monte”, con le imprese vicine ai clienti che riescono a guadagnare posizioni anche nella generazione. Inoltre quello elettrico è un mercato molto difficile in cui crescere, richiede grossi investimenti e un buon rapporto con le amministrazioni centrali e locali. Cresce chi ha disponibilità finanziarie sufficienti ad acquisire i concorrenti. Per di più in Italia vi è la presenza di operatori di grandi dimensioni che, o hanno ereditato posizioni di monopolio come l’Enel (anche se indebolito), oppure ha acquisito dallo stesso incumbent le centrali che per legge dovevano essere cedute per creare concorrenza nel mercato.
UN MERCATO DA RIFORMARE – Quando si decise il frazionamento del parco impianti di Enel, nonostante l’Antitrust dicesse il contrario, si scelse di creare tre imprese di grandi dimensioni, che sono finite in mani o estere o pubbliche per via dell’alto costo delle acquisizioni e dei forti rischi connessi alle incertezze del mercato e nel mercato dell’energia sono presenti poche imprese e i prezzi sono alti. Questa situazione, senza una visione strategica nazionale sull’energia, senza concorrenza sufficiente, ha portato ad un mercato non facile da gestire, con un costo dell’energia in Italia tra i più alti d’Europa, e che oltre a subire le pressioni e le distorsioni dovute al controllo pubblico ha anche, beneficiato dei vantaggi che ne derivano. L’ideale sarebbe la presenza di una rete pubblica (a livello Europeo) e tanti operatori privati: in questo modo lo Stato (o l’Europa) avrebbe la forza e la possibilità di stabilire una strategia di lungo periodo nei rapporti soprattutto con l’estero (da cui importiamo gran parte dell’energia di cui abbiamo bisogno) e l’alto numero e la media dimensione degli operatori garantirebbe la concorrenza.
LA QUESTIONE NUCLEARE – Quando si tocca questo argomento occorre fare qualche premessa: l’esagerazione dei rischi dell’energia nucleare causa paure inutili ed effetti negativi diretti, ma anche indiretti, e soprattutto non permette di fare una serena analisi sulla sua convenienza economica. Stabilire cioè se al di la dell’alto costo del petrolio e senza incentivi né sussidi pubblici il nucleare può essere conveniente. Oggi sono attivi a livello globale 439 reattori nucleari, tra il 1980 e il 1989 ne sono stati inaugurati ben 209, da allora la situazione è stabile; tra il 1994 e il 2005 ne sono entrati in servizio 43, con una riduzione del loro numero complessivo rispetto al picco storico del 2002. Per motivi di sicurezza e tecnologici l’età media degli impianti è di circa 21 anni, per cui la costruzione dei nuovi impianti (ne sono previsti 34) non compenserà (numericamente) la dismissione dei vecchi reattori. Nell’Europa a 25 sono in funzione 151 reattori, dodici Paesi non usano il nucleare e non hanno in programma di farlo, tra i tredici che lo usano, quattro (Germania, Belgio, Svezia e Olanda) hanno deciso di chiudere gli impianti esistenti mentre in Francia e in Finlandia saranno attive due nuove centrali, entrambe molto discusse anche per le sovvenzioni pubbliche che ricevono. In Finlandia c’è stato qualche problema che ha fatto slittare l’ultimazione prevista di un anno.
L’AMBIENTE – Obiettivo per il controllo del cambiamento climatico è la riduzione, da parte dei Paesi industrializzati, delle emissioni di gas serra del 60-80 per cento in pochi decenni. Il settore elettrico produce ben il 37% delle emissioni globali di CO2, e il nucleare è l’unica fonte termica a non produrre anidride carbonica. Risulta quindi conveniente dal punto di vista ambientale, a meno di considerare tutte le fasi del ciclo industriale, dall’estrazione dell’uranio alla produzione dei combustibili fino alla gestione delle scorie per millenni, che ci dicono che il nucleare non è a emissioni zero.
LA DIPENDENZA – L’Italia è un Paese estremamente dipendente dall’estero dal punto di vista energetico, sia per il petrolio sia per il gas, dipendenza in continua crescita, perchè cresce il fabbisogno e gli investimenti sono insufficienti. Il nucleare da questo punto di vista potrebbe alleviare la situazione di estrema dipendenza. Occorre tuttavia essere prudenti, per mettere in sicurezza la nostra condizione di dipendenza energetica occorre un mix energetico adeguato e ben diversificato, sarebbe pericoloso se si pensasse che basta il nucleare a risolvere i problemi. Bisogna poi considerare che anche l’uranio, come il carbone e il petrolio è una risorsa finita, ed è anche poco diffusa con concentrazioni elevate, si pensi che il 58% delle riserve conosciute si trova in tre soli Paesi: Australia, Kazakhstan e Canada. Riserve che ai tassi di consumo attuali si prevede si esauriranno in cinquanta anni.
I COSTI – Costruire una centrale nucleare di terza generazione (come dichiarato dal Ministro Scajola) costa attualmente circa 3 miliardi di euro, per costruire fisicamente l’impianto occorrono circa 50 mesi quando si fa ricorso a strutture semi prefabbricate, tuttavia prima della costruzione è necessario acquisire alcune autorizzazioni alla costruzione e alla messa in funzione che dipende molto dall’esperienza maturata in queste operazioni, generalmente non meno di 10 anni nei Paesi in cui il nucleare è una tecnologia utilizzata da tempo, essendo l’Italia una new entry, è molto probabile un periodo di gran lunga superiore ai 10 anni. Prevedendo quindi la posa della prima pietra tra tre anni (il ministro dello Sviluppo economico ha detto entro cinque anni), e’ probabile che l’impianto entri in funzione non prima del 2026. Il che significa che fino ad allora le risorse impiegate nella costruzione dei reattori rappresentano un costo opportunità di cui tener conto. Attualmente il prezzo della materia prima incide poco sul prezzo finale dell’energia nucleare. Tuttavia se l’uranio diventasse scarso con l’aumento del suo uso è possibile che il suo prezzo salga sensibilmente. Anche se è poco probabile si verifichi questa situazione, in questo secolo almeno, data la quasi sicura esistenza di riserve più ampie di quelle oggi conosciute.
IN INGHILTERRA E FRANCIA – La British Energy entrò in crisi nel 2002 quando la liberalizzazione del mercato elettrico rese il nucleare poco competitivo. Si salvò grazie ad un aiuto pubblico di 6 miliardi di euro, che in parte servirono per coprire le passività legate alla gestione delle scorie nucleari e al futuro smantellamento delle centrali nucleari. Stando in Europa, nel 2005, la Corte dei conti francese scoprì che a fronte di 13 miliardi di euro di accantonamenti dichiarati da Electricité de France per lo smantellamento delle centrali nucleari e per la gestione delle scorie radioattive, esistevano solo 2,3 miliardi di attivi effettivamente dedicati allo scopo. Occorre quindi calcolare bene i costi quando si parla di nucleare, perchè si tratta di un’industria in cui è facile fare bella figura oggi scaricando i costi sul futuro e sulla collettività. I costi di messa in sicurezza delle scorie e di smaltimento delle centrali risultano impossibili da calcolare. L’energia francese costa poco perchè il Governo francese scarica gli enormi costi dello smantellamento delle centrali dimesse sul bilancio dello Stato. Se anche il Governo italiano intende comportarsi in questo modo nulla da obiettare, però dovrà dirlo subito, in modo che i cittadini abbiano tutte le informazioni.
LA SICUREZZA E LE SCORIE – Questo è il tema più delicato da affrontare, si rischia facilmente di cadere in paure infondate e preconcetti. Uno studio del Massachusetts Institute of Technology presume un rischio di incidente tipo Chernobyl ogni 10mila anni/reattore, significa che costruendo dieci reattori in italia, in un arco di tempo di 50 anni avremmo il 5% di probabilità che si verifichi una catastrofe. Si tratta di una percentuale bassa, ma va considerata comunque quando si analizzano i pro e i contro. Le assicurazioni lo sanno bene: in tutti i paesi in cui si usa il nucleare, i gestori si possono assicurare fino a un massimale enormemente inferiore rispetto ai danni potenziali (anche se poco probabili). Risulta quindi che il rischio non coperto è totalmente a carico dei contribuenti. In più, non esiste una soluzione definitiva per lo stoccaggio delle scorie radioattive.
GLI INVESTIMENTI – L’Italia investe nel settore energetico in rapporto al Pil metà di quanto fanno Paesi come la Francia e la Germania, contribuendo alla perdita di competitività dell’industria nazionale. Si corre dunque il concreto rischio di distrarre le già esigue risorse puntando esclusivamente sul nucleare, mentre invece a questo andrebbe affiancata una politica di incentivo agli investimenti nelle energie, soprattutto quelle rinnovabili, dalle biomasse al geotermico, dall’idroelettrico al solare e all’eolico che sono in forte espansione e rischiamo di perdere anche questa strada che invece Germania, Spagna e altri paesi stanno percorrendo a tutta velocità e soprattutto si dovrebbe investire nei settori della ricerca che riguardano il risparmio e l’efficienza energetica.
LO STATO – Prima di ipotizzare la costruzione di centrali nucleari sarebbe opportuno stabilire la struttura finanziaria degli investimenti, la quota degli investimenti privati e le eventuali sovvenzioni pubbliche esplicite e implicite, come verranno gestite le scorie, chi pagherà lo smaltimento delle centrali una volta che saranno obsolete. Il Governo dovrà dotare il settore energetico di un quadro normativo adatto, chiaro e che sia possibilmente più lungo di una legislatura. Insomma è indispensabile trasparenza e certezza. Non è infatti dato sapere se ci saranno investitori privati disposti a finanziare un progetto così dispendioso, l’Enel ha le capacità tecniche (avendo partecipato alla costruzioni di diverse centrali tra cui il progetto Epr in Francia) per cui si potrebbe configurare un rafforzamento del suo potere nel mercato energetico italiano, e se gli investimenti saranno dirottati su questo settore dell’energia, trascurando le fonti rinnovabili, le piccole e medie imprese che stanno cercando di farsi strada nel rinnovabile fuggiranno all’estero, dove investire in queste fonti e’ possibile e conveniente. La questione, insomma, è complessa: speriamo che ad occuparsene siano persone un po’ più esperte di così.
Per approfondire: alcuni grafici utili.









Questo articolo è stato segnalato su ZicZac.it….
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Nucleare, ecco perché non conviene…
I costi e le opportunità dell’atomo in Italia tra passato, presente e futuro. L’uranio una risorsa scarsa – più del petrolio – e tempi di costruzione molto dilatati. Soprattutto per paesi come il nostro, che (ri)partono da zero. Forse la corsa alle…
questo articolo mi sembra chiaro e chiarificatore quando parla del nucleare, ma non altrettanto quando gli contrappone le altre fonti energetiche: il nucleare non è ad emissioni zero se ne consideriamo tutto il ciclo di vita, dall’estrazione dell’uranio allo smaltimento delle centrali, ma sulle altre fonti energetiche è stato fatto lo stesso calcolo? se no il paragone non è corretto. E la stessa osservazione vale per tutti gli altri punti.E le alternative quali sono? L’idroelettrico è già sfruttato quasi al 100%; il solare e l’eolico danno un aiutino, ma pensare che alimentino le grandi utenze è ridicolo, il geotermico è molto localizzato… per rimpiazzare il petrolio non basterà qualche pannello solare
è vero, max, bisogna sviluppare di più quel punto. Per ragioni di brevità, ho tagliato io l’articolo di Luca. Prima o poi ne parleremo diffusamente.
(e la penso anch’io come te sul pannello solare)
Articolo molto chiaro, e che soprattutto affronta l’aspetto del “mercato”, che mi lasciava perplesso.
Non capivo difatti come mai nessuno dei fornitori affrontasse seriamente le alternative rinnovabili.
Perche’ e’ innegabile la bellezza del nucleare, ma ci sono alcune proposte rinnovabili altrettanto affascinanti.
Ciao max, il trucco sta nel mix (scusa il gioco di parole ma non ho saputo resistere).
Il problema italiano lo puoi vedere parzialmente confrontando i grafici a torta, quello italiano con quello di altri Paesi europei, poi guardati la ripartizione dei consumi dei combustibili fossili. La mia intenzione era scrivere un megadocumento trattando anche il petrolio, ma il buonsenso mi ha fermato. Usiamo troppo petrolio, e lo usiamo gran parte per il trasporto. Fare una politica energetica senza affrontare una politica dei trasporti non servira’ dunque.
Tuttavia, se nelle nuove case ci fossero i pannelli solari, se dove e’ possibile si usassero le fonti rinnovabili, certo, si arriverebbe probabilmente ad un 7 per cento massimo, a patto di usare nuovi tipi di pannelli solari, per intenderci li sta studiando Rubbia in Spagna, dovrebbero avere una resa maggiore e piu’ stabile, poi il carbone sembra un tabu’, ma se limitassimo la produzione di CO2 nel trasporto potremmo utilizzare un po’ di piu’ il carbone, ci sono nuove tecnologie che permettono un inquinamento inferiore rispetto al passato. Insomma un giusto mix e qualche investimento in piu’. Il pericolo e’ che non vorrei si usasse il perenne annuncio del nucleare per non occuparsi di questi problemi.
[...] però, non credo che scriverò più questo post: Luca Vinci mi ha preceduto ed anche se lui sia più sfavorevole che favore dell’energia nucleare in Italia, mentre io [...]
3 punti per dire no al nucleare .
1 per avere almeno un 50% di energia prodotta da noi ci vorebbero 24 centrali nucleari
2 per smaldire le scorie radioattive a un costo elevato che va ad aumentere il costo della energia prodotta dal nucleare
3 dove depositare le scorie radioattive se ora abbiamo il problema dei rifiuti vedete voi se conviene
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