Pandorum

04/08/2010 - Il rifugio ideale dal caldo sole dell’Italia sono di certo gli oscuri, lunghi e claustrofobici corridoi di una nave che solca lo spazio ripiena di orrore e mistero… … in questo caso portati sul grande schermo da Pandorum, novello esponente

     
 

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Il rifugio ideale dal caldo sole dell’Italia sono di certo gli oscuri, lunghi e claustrofobici corridoi di una nave che solca lo spazio ripiena di orrore e mistero…

… in questo caso portati sul grande schermo da Pandorum, novello esponente di quella commistione tra fantascienza e horror che, in mani francesi, ha saputo dare dei frutti ben più che discreti con Dante 01 ed Eden log, e perfettamente dimenticabili nel caso di Chrysalis. Solo che questa volta non c’è un francese dietro la macchina da presa, bensì un tedesco. Non ci si lasci ingannare dalla presenza di un mascellone Dennis Quaid di serie B, il volto più noto a miglior mercato che si possa trovare in questi anni, o da quella del bostoniano Ben Foster. Il film è Germania quasi al 100%: girato a Berlino, dal tedeschissimo Alvart e con un resto del cast ancor più ariano (eccezion fatta per il simpatico Cung Le di Bodyguards and assassins e True legend). La tradizione della fantascienza impegnata non è estranea alla Germania (il primo titolo che mi viene in mente è Eolomea, ma sono passati veramente tanti, troppi, anni…). Questo Pandorum sa ispirarsi a cotanto passato?

EDEN – L’incipit di Pandorum può benissimo essere catalogato come “catastrofico”. Le scritte a schermo ci parlano di un futuro in cui la Terra, a causa di una dilagante sovrappopolazione, non ha più risorse per il sostentamento di tutti. Ma la scoperta di un nuovo pianeta, praticamente identico al nostro, riaccende le speranze dell’umanità. Che surgela 60000 persone in una nave guidata da un equipaggio di tre membri e diretta verso questa nuova terra promessa. Quando due di loro si risvegliano prima del tempo però, ci si rende immediatamente che qualcosa è andato storto. Rumori cupi di fondo echeggiano nella nave a corto di elettricità e con un reattore mal funzionante che rischia di spegnersi da un momento all’altro. Del resto dell’equipaggio nessuna traccia (o sarebbe meglio che non ce ne fosse traccia…). Comincia quindi un claustrofobico viaggio all’interno di oscuri corridoi per trovare un modo di riaccendere la speranza umana.

TIRIAMO LA CINGHIA – Pandorum può essere considerato tranquillamente il nuovo paradigma all’avanguardia della Impact pictures. La cui politica produttiva viene sintetizzata più o meno con: “Facciamo vedere il meno possibile, spendiamo il meno possibile, ma spacciamo il tutto per un blockbuster cinematografico”. La trasposizione del mercato da cassetta che si spaccia adatto alla poltroncina rossa del cinema. E che trova il suo esemplare più famoso in Resident Evil, anche se questa logica produttiva è cominciata ben prima. Per l’esattezza nel 1997 con Event horizon (in Italia Punto di non ritorno) il quale ha talmente tanti punti in comune e talmente evidenti con Pandorum (anche solo leggendo la trama qui sopra riportata) che accennarli diventa pura noia. Il denominatore comune tra Punto di non ritorno, Pandorum e la Impact Pictures si chiama Paul W.S. Anderson, celeberrimo regista noto come un “Uwe Boll che almeno sa tenere la macchina da presa in mano (anche se ogni tanto se lo scorda)”: vedasi Mortal Kombat, Alien vs Predator o Death race.

PARTIRE BENE E’ LA META’ DEL VIAGGIO? – Una volta spiegato perché lo schermo del cinema rimarrà nero per il 90% della pellicola (non avevano i soldi per la bolletta della luce), andiamo ad analizzare più a fondo quali sono le caratteristiche peculiari di Pandorum e se esso può essere salvato dal mare magnum di mediocrità della sua casa produttiva. Innanzi tutto alla regia non c’è W.S. Anderson, ma Alvart. Questo si traduce in una regia meno commerciale, e questo, ahi Alvart, non è necessariamente un bene. Pandorum comincia invero sorprendentemente col piede giusto. La claustrofobia delle prime scene (il risveglio dall’ibernazione, i condotti dell’aria, il primo impatto con i corridoi) è ben realizzata, con intelligenza e un’ottima scelta di ritmo. Anche la trama (non) si dipana con una ben dosata saggezza. Tuttavia dopo questi minuti promettenti non c’è molto altro che possa essere ascritto ai meriti di Pandorum. Il primo impatto con la “minaccia” ospite nella nave è d’effetto, anche se essa è fin troppo banale e trattata in altri casi con tutt’altra saggezza (i Reavers di Serenity?). Come Rec o 28 giorni dopo ci insegnano: non basta solo far agitare i cattivi come degli ossessi, ma è necessario anche metterli nel contesto giusto e con un “design” giusto. Pandorum, anche in questo caso, fa solo le cose a metà.

CONFUSIONE – E se riprende da Punto di non ritorno anche un minimo accenno filosofico per la sua trama, questo lo fa senza lanciarsi in filippiche alla 2001: Odissea nello spazio che in un film del genere sarebbero risultate ridicole. Non viene detto nulla di sconvolgente, ma almeno c’è un po’ di sugo con cui condire le instabili condizioni mentali dei propri protagonisti. Ma se essi sono confusi, probabilmente il loro sceneggiatore lo era molto di più. Pandorum è ripieno di elementi buttati a casaccio e sviluppati solo a metà (quelli esposti nel paragrafo precedente erano solo alcuni di questi aspetti: poi c’è l’arca di Noè biologica, il tizio vietnamita, …). Sui quali lo spettatore potrebbe anche chiudere un occhio se non fossero così tanti e non coinvolgessero il titolo stesso del film: del Pandorum i personaggi si ricordano giusto di nominarlo un paio di volte a casaccio e null’altro effetto ha sulla pellicola. Lasciando l’impressione che non solo sia un film riuscito a metà, ma pure coi buchi (e per fare una ciambella, si sa, ce ne vorrebbe uno solo). Il ritmo di Alvart può piacere e di sicuro qua e là si trovano svariati pregi, ma il destino di questo Pandorum è quello di essere, per sempre, solo un horror estivo qualunque.

     
 

3 Commenti

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  3. Gio scrive:

    Pessimo. Come pessimo è stato Io sono Leggenda, stessa disgustosa minestra ambientata in città e non su un’astronave.

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