di John B (John)
postato alle 18:02 del 14 ottobre 2008 in EconomiaTorna alla home

Il petrolio finirà presto, prestissimo. Tra vent’anni, dicono i più pessimisti. E lo dicono da anni. A dire il vero, vent’anni fa dicevano la stessa cosa…

Questa rubrica tratterà serialmente il debunking di miti internettiani e non. A tenerla, il “terribile” John di crono911.

Il petrolio è una risorsa non rinnovabile, per cui è destinata ad esaurirsi, prima o poi. Fin qui sono tutti d’accordo. Ma quando si passa a quantificare quel “prima o poi”, scopriamo che le teorie sono tante. Qualcuno sostiene che il petrolio finirà prestissimo, roba di pochi anni, al massimo venti, come ha ribadito Carlo Rubbia di recente. Qualcun altro assicura che durerà ancora per qualche secolo. Quando si fa notare che le previsioni sono un tantino discordanti, c’è chi interviene a chiarire che non si parla di esaurimento vero e proprio, ma di “picco di Hubbert”, ossia dell’anno in cui la produzione di petrolio raggiungerà il suo culmine e da quel momento in poi inizierà a scendere inesorabilmente, fino a esaurirsi nel giro di un certo numero di anni nel corso dei quali il divario tra domanda e offerta sarà tale che i prezzi attuali, al confronto, saranno un miraggio. Ma anche questo chiarimento serve a poco: nel 2005 l’esperto Chris Skrebowski e il geologo inglese Colin Campbell affermavano con sicurezza che il picco sarebbe stato raggiunto nel 2008 (e così non è stato), e nello stesso anno l’IEA (International Energy Agency) prevedeva invece il picco “tra il 2013 ed il 2037”. Cerchiamo allora di districarci un po’ in questa matassa di dati e di provare a delineare il confine tra ipotesi realistiche, speculazioni, miti e leggende.

IL PREZZO E’ UN’ALTRA STORIA - Il primo mito da sfatare è quello secondo cui i prezzi altissimi cui il petrolio è pervenuto in questi ultimi anni siano il segnale evidente che l’oro nero inizia a scarseggiare. Questa considerazione sarebbe verosimilmente corretta ove il mercato del petrolio fosse perfetto o quasi, ossia fosse retto dalle leggi della domanda e dell’offerta in un quadro di libera e leale concorrenza. In realtà la gran parte della produzione del petrolio è nelle mani di un unico cartello di produttori (l’OPEC) cui si affianca un “sotto-cartello” rappresentato dall’OAPEC che riunisce i produttori arabi. Questo significa che la quantità della produzione e il prezzo sfuggono al principio della concorrenza e sono di fatto determinati unilateralmente, allo scopo di garantire la continuità dei flussi di denaro che entrano nelle tasche dei paesi produttori. In parole povere, sia che la domanda aumenti o che diminuisca,  i produttori possono garantirsi lo stesso guadagno agendo sui prezzi e sulla produzione a proprio piacimento. Pertanto i livelli attuali dei prezzi non dipendono dall’esaurimento delle riserve ma dai livelli della domanda e dai conseguenti adeguamenti operati dai produttori.

LE RISERVE STRATEGICHE - Quando parliamo di riserve bisogna fare attenzione a non confondere le “riserve strategiche” che qualche nazione si è premurata di creare per far fronte a situazioni di emergenza (tipicamente l’interruzione temporanea dell’approvvigionamento in situazioni particolari come guerre e catastrofi) e le riserve geologiche, intese come quantità di petrolio presente nei giacimenti. Il mito vuole che gli Stati Uniti siano i soli furboni a disporre di una riserva strategica: in realtà l’IEA richiede che tutti i paesi aderenti alla propria organizzazione dispongano di una riserva strategica in grado di soddisfare i propri fabbisogni per almeno 90 giorni. Altre nazioni, come la Cina, pur non aderendo all’IEA mantengono in ogni caso una propria riserva strategica.

COMMENTI (19)STAMPA - FALLO LEGGERE