di Alessandro Bernardini
postato alle 13:56 del 14 ottobre 2008 in EsteriTorna alla home

Il caso di due ragazze palestinesi di 16 anni strappate alle loro famiglie e arrestate senza che contro di loro sia stata formulata un’accusa precisa e senza un regolare processo.

L’art. 78 della Quarta Convenzione di Ginevra, relativo alla protezione di civili in tempo di guerra stabilisce che la Detenzione Amministrativa delle persone è permessa solo per “ragioni imperative di sicurezza”. In tempo di guerra. Ma che succede se una persona (in qualsiasi tempo) è sottoposta a regime di detenzione amministrativa senza che sia accusata di un bel niente e quindi senza la possibilità di avere un regolare processo? Cosa succederebbe se un paese abusasse del sistema di detenzione amministrativa e non lo usasse come strumento rigoroso e straordinario di prevenzione, ma come arma di punizione indiscriminata? Ergo: si arrestano le persone senza uno straccio di prova semplicemente per toglierle di mezzo. Da quel che ricordo, durante le dittature si usavano questi “mezzucci” per eliminare gli oppositori politici.

LA SITUAZIONE ISRAELIANA - Parliamo di Israele tanto per cambiare. Il sistema di detenzione amministrativa israeliano è quanto di più discutibile ci possa essere in un paese che si definisce democratico (benché non abbia una costituzione, i matrimoni civili e si definisca stato ebraico e quindi basato su precetti religiosi). E’ curioso che i minori israeliani (anche quelli degli insediamenti illegali) siano giudicati sulla base del diritto civile israeliano mentre quelli palestinesi su quella militare. Il diritto civile israeliano stabilisce che un fanciullo è “un individuo che non ha raggiunto l’età di 18 anni”. Al contrario, la legge militare israeliana applicata ai palestinesi dei Territori, considera i fanciulli palestinesi maggiorenni dall’età di 16 anni. Crescono più in fretta, sono più maturi, sarà la vita di strada!

L’ARRESTO - E’ la notte del 5 giugno 2008 nella città di Betlemme. L’Israeli Security Agency (Agenzia di Sicurezza Israeliana, ISA) entra nelle case delle famiglie Salah e Siureh. Salwa e Sara entrambe di 16 anni e mezzo vengono bendate, ammanettate e portate via su una jeep militare. Senza spiegazioni, senza un’accusa precisa. Le due ragazze sono portate prima nella prigione di Telmond e in seguito in quella di Ofer per essere interrogate. Qui una mappa dei centri di detenzione israeliani: un numero impressionante per un paese così piccolo. Le famiglie si muovono per cercare di capire che cosa è successo alle ragazze. Perché le hanno arrestate? Che cosa hanno fatto? In che guaio si sono cacciate? Nessuno risponde. Un aiuto arriva dall’ong palestinese Addameer che inizia a seguire il caso di Sara e Salwa. L’organizzazione supporta i prigionieri politici palestinesi attraverso consulenze legali, campagne in difesa dei diritti umani e contro le torture, ed è partner di Amnesty International, Human Rights Watch, OMCT (World Organization Against Torture) e  FIDH (la Fédération internationale des ligues des droits de l’Homme).

INTIMIDAZIONI - Secondo gli avvocati di Addameer gli interrogatori delle ragazze vertono sulla loro appartenenza o meno ad organizzazioni politiche. Le due detenute negano ogni legame a gruppi armati o politici di qualsiasi genere. Alla fine dell’interrogatorio sono riportate a Telmond, trattenute là per due giorni e poi trasferite alla prigione di Addamoun. Sempre secondo l’ong palestinese, sin dal momento del loro arresto Salwa e Sara subiscono atteggiamenti intimidatori e violenti. Al loro arrivo nel carcere di Ramle le fanno spogliare e un’ufficiale donna le ispeziona in bocca e tra i capelli. La procedura prevede perquisizioni corporali. Raccontano agli avvocati che la perquisizione è umiliante e che nessuno parla con loro in merito alle motivazioni dell’arresto, nonostante le ripetute richieste di spiegazioni. Silenzio assoluto.

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