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pubblicato il 20 luglio 2010 alle 18:11 dallo stesso autore - torna alla home

Sostegno bipartizan per Acqualiberatutti. L’obiettivo è favorire la gestione privata dei servizi pubblici locali. Col successo dei quesiti referendari – dicono – sarebbe inevitabile “una nuova tassa” ed il ritorno agli sprechi e ad una politica “clientelare”

Quella del no alla apertura al mercato della gestione dell’acqua pubblica è una strada che alla collettività conviene percorrere? E’ questo l’interrogativo che pongono gli oppositori del referendum che provano a smorzare il facile  No alla gestione sovietica dellacqua: nasce il comitato per il no al referendumentusiasmo dei referendari, reduci dal deposito di circa un milione e 400.000 firme in Cassazione per abrogare l’articolo 23 della legge 133/2008, il cosiddetto “decreto Ronchi”, che regola in materia di gestione dei servizi pubblici locali, dell’articolo 150 e del comma 1 dell’articolo 154 del Codice dell’ambiente.

UNA NUOVA TASSA – Una denuncia forte contro i tre quesiti parte da Acqualiberatutti, neocomitato per il no al referendum per la nazionalizzazione dei servizi idrici, presentato oggi alla Camera e che sta raccogliendo le adesioni di politici di entrambi gli schieramenti, ricercatori, professionisti e società civile: ”Se vincerà il fronte del sì, uno dei risultati inevitabili sarà che gli italiani dovranno pagare una nuova tassa per l’acqua, dal momento che per far fronte agli sprechi e ai necessari investimenti di ammodernamento degli acquedotti servono 60 miliardi di euro“.

RITORNO AL PASSATO – Secondo Acqualiberatutti chi ha firmato contro la privatizzazione dell’acqua, in realtà ha firmato contro la libertà di organizzazione del settore, per il ritorno ad uno status che ha visto per decenni il dilagare delle inefficienze e degli sprechi nella gestione dei servizi: “Le attuali norme prevedono che, ferma restando la proprietà pubblica dell’acqua, la gestione dei servizi sia affidata tramite procedure di gara trasparenti - ha spiegato Antonio Iannamorelli (Pd), uno dei promotori - Se vincessero i sì, si tornerebbe ad una gestione di sprechi, piu’ imposte ai cittadini e un uso clientelare della cosa pubblica“.

ADESIONI BIPARTZAN – “Il comitato per il sì ha fatto una propaganda falsiticata, facendo passare un messaggio errato – ha poi sottolineato Benedetto Della Vedova (Pdl), uno degli aderenti ad Acqualiberatutti – Il decreto Ronchi non prevede certo che l’acqua diventi privata. Quello che e’ in discussione e’ il servizio di trasporto dell’acqua dalla sorgente al rubinetto, che ha dei costi. Ma il fronte del si’ vuole che tutto ciò sia fatto dello Stato, tornando quasi ad una gestione sovietica del servizio. Eppure in Italia la libera concorrenza sul fronte dell’elettricità e della telefonia ha dato grandi risultati“. Il comitato si costituirà ora, conclude Piercamillo Falasca, uno dei promotori, “presso la Corte Costituzionale. Ci batteremo per sottolineare l’incostituzionalita’ dei quesiti referendari. Metà dell’acqua trasportata si perde e viene sprecata. E se si elimina qualsiasi forma di redditivita’ del servizio, nessuno fara’ mai gli investimenti necessari“.