di Pietro Di Giorgio (Libertyfirst)
postato alle 10:28 del 14 ottobre 2008 in EconomiaTorna alla home

Che siamo in un tunnel ormai lo sanno tutti. Il problema è che per uscirne bisognerebbe sapere per quale strada ci siamo entrati e quale sia la via giusta per venirne fuori. E, tutto sommato, chi l’ha detto che un po’ di recessione non finisca per farci del bene?.

L’economia non gode di buonissima salute e la politica monetaria sembra aver perso efficacia. È probabilmente possibile spiegare gran parte dei problemi guardando questo tre grafici. Quello in alto è il tasso di riferimento dei federal funds, fissato dalla Federal Reserve, dal 1990 al 2008: è il tasso con cui le banche americane si scambiano le riserve per il riequilibrio giornaliero della liquidità.  Il grafico al centro è la differenza tra il livello dei prezzi al consumo (CPI - Consumer Price Index) e il livello dei prezzi di produzione (PPI - Producer Price Index): tale differenza è calcolata integrando la differenza tra questi due indicatori. Il grafico in basso è il tasso di crescita nominale (blu) e reale (rosso) dell’economia americana, in cui sono evidenti le recessioni del 1991 e del 2000. Il grafico al centro richiede una spiegazione. Le aziende sopportano costi di produzione e ottengono ricavi vendendo il prodotto: i profitti lordi sono la differenza tra ricavi e costi, e sono positivi per via delle preferenze temporali. Un bene capitale che produrrà 100 dollari di beni finali tra un anno, oggi ne vale meno di 100, perché quei beni saranno disponibili solo tra dodici mesi. Se ipotizziamo, a puro titolo di esempio, che il suo valore odierno  sia di 90 dollari, ne consegue che l’azienda guadagnerà 10 dollari (visto che quello è il prezzo al quale lo venderà) sui 90 dollari di spese sostenute per produrlo. Come approssimazione, ho considerato il tasso di rendimento proporzionale alla differenza tra l’indice dei prezzi al consumo e l’indice dei prezzi di produzione: se i prezzi al consumo crescono più rapidamente dei prezzi di produzione, infatti, aumentano i profitti; altrimenti i profitti si riducono.

QUANTE NE ABBIAMO VISTE - Nel 1990 l’economia era in recessione, e la Fed tagliò i tassi. All’epoca i prezzi al consumo aumentavano più rapidamente dei prezzi di produzione, e quindi i profitti aumentavano e gli investimenti potevano essere stimolati dalla politica monetaria. Il tasso di profitto aumentò per tutti gli anni ‘90, grazie alla globalizzazione e all’innovazione tecnologica legata all’informatica. La cosa sembrava sostenibile, tanto che i tassi di profitto si tennero alti anche quando i tassi furono innalzati. Addirittura, durante l’acme della new economy, ricominciarono ad aumentare considerevolmente. Spaventata dalla “irrational exuberance“, la Fed alzò i tassi e ciò ridusse il tasso di profitto. L’economia entrò presto in recessione (i dati di GDP sono annuali e non si vede, dal grafico, in che trimestre del 2000 la situazione è precipitata: precipitò tra il primo e il secondo trimestre del 2000, poco dopo l’aumento dei tassi della Fed). Vista la recessione, la Fed decise di tagliare i tassi. Il problema è che il tasso di profitto continuò a scendere, quindi diventava sempre più difficile stimolare gli investimenti. E’ inutile tagliare il costo del capitale se il capitale non rende. In pratica, la crescita economica successiva è stata dovuta solo al settore finanziario: che se l’è procurata puntando tutto sull’indebitamento, sul rischio sistemico e sul trade deficit. Crescita immaginaria, anche se il GDP non se n’era accorto.

LA CRISI E’ “REALE” - Aziende come General Electrics, oggi, soffrono a causa delle loro divisioni finanziarie in perdita. Ma un paio d’anni fa, se ricordo bene, accadeva il contrario: i profitti erano soprattutto finanziari. Allo stato attuale la politica monetaria è inefficace perché non ci sono più opportunità di profitto, perché i fattori di produzione sono troppo sopravvalutati rispetto ai beni al consumo, quindi produrre costa troppo rispetto a quanto rende. Nessun taglio dei tassi e nessuna espansione del credito può stimolare gli investimenti. Un altro motivo dell’inefficacia della politica monetaria è che anni di crescita puramente finanziaria hanno causato una fragilità sistemica tale da rendere troppo rischioso prestare: troppo leverage, troppo duration mismatch, troppo debito, troppa dipendenza dai risparmi esteri. Nessuno se ne accorse prima, perché il rischio era cancellato dall’abbondanza di liquidità (un paio d’anni fa, i bond spazzatura avevano uno spread minimo rispetto a quelli sicuri). Solo ora ci si rende conto del problema. Per ritornare alla normalità, occorre una radicale svalutazione dei beni capitali, ma ciò è impedito dalle politiche espansive del credito: soltanto una grave recessione potrebbe aumentare il tasso di profitto e stimolare quindi il risparmio e il prestito. Per uscire dalla crisi occorrerà anche ridurre il duration mismatch, il leverage e tutti gli altri eccessi finanziari. Ma ciò da solo non sarà sufficiente: come insegna la Scuola austriaca, le recessioni hanno radici nell’economia reale. Quell’economia reale che anni di scelte di politica monetaria interventista hanno cercato inutilmente di censurare. Oggi è arrivato il conto.

(I Rotodollari sono di Cannibale)

COMMENTI (2)STAMPA - FALLO LEGGERE