di Pietro Marmo (marblestone)
postato alle 08:30 del 12 Ottobre 2008 in CulturaTorna alla home

Un viaggio nella speranza e nella disillusione. Nella morte, nella rassegnazione. Senza ritorno. Mai.

 

Storie della domenica: ogni settimana, un racconto. 

Non avevo creduto ai pessimisti, quelli che mi dicevano che anche ad Ottobre la Sicilia era caldissima. Non me ne importava nulla. Steso sotto un ombrellone, a due passi dall’albergo, guardavo i camerieri girarmi intorno. Come comparse in una recita con poco pubblico, perdevano un po’ della loro perfezione e si lasciavano andare ad un passo scomposto, a dita che aggiustavano il cibo, ad imprecazioni

 

poco signorili. Non me ne importava niente. Ero andato in vacanza così tardi perché volevo pace assoluta, riposo da un anno di mail e telefonate, aerei e scioperi, congiure di dipendenti e guerre di colleghi. I miei pensieri si mescolavano alla sabbia, li lasciavo scivolare tra le dita e li sentivo andar via, sciogliersi in quel caldo afoso fuori stagione.

Un veliero tingeva l’orizzonte con vele multicolori. Giallo, rosso, blu, arancione, si gonfiavano di lontano e sulle palpebre pesanti sentivo il vento muoverle, carezzarmi, darmi sollievo dal caldo. Lentamente le vele sfumarono e ripresero vita in lenzuola, stese ai balconi a tappezzare una cittadina in festa. Petali di rose rosse, foglioline verdi profumate, fiori bianchi, piovevano su due giovani che avanzavano gioiosi davanti ad una folla ridente e danzante. Flauti di musici procedevano ai lati, ragazze sinuose, i volti celati da veli bianchi, volteggiavano a piedi nudi. Dalle finestre li chiamavano “Ravi, Talia” e lui non faceva tempo a rispondere, con un sorriso, un bacio, un grido. Accompagnava nell’aria la sua sposa e lei alzava lo sguardo al cielo mentre orecchini, bracciali, collane, rispondevano ai veloci gesti della danza vibrando luccicanti. Una ghirlanda di fiori incorniciava i lunghi capelli scuri, il volto dagli strani simboli dipinti, gli occhi profondi come il pozzo dei desideri. Un vestito grigio di perline velava il corpo slanciato ed elegante.

Estasiato mi unii alla danza e intorno vedevo visi e sguardi noti, simili ai camerieri, ai commercianti, ai giovani siciliani che solevano rincorrersi sulla spiaggia; solo la pelle pareva più scura e la lingua incomprensibile. Leggero raggiunsi grandi tavoli con dolci mai visti. Eppure le ciotole accoglievano intrugli simili alle cassate che avevano spazzato via i pensieri di lavoro, dolci al miele come quelli che mi preparava la nonna da piccolo, biscotti dal colore scuro, a spirale, varianti di quelli alla cannella che fintamente celava, nel palmo della mano, mia madre nei giorni di festa. Un matrimonio di qualche religione ignota. Cercai di parlare, di chiedere a qualcuno dove mi trovavo, ma dalla mia bocca non usciva fiato e nessuno mi rispondeva.

Ecco mio padre! Il naso, la fronte ampia, il sorriso sicuro e confortevole erano i suoi ma la pelle olivastra, la tunica ricamata e i sandali dorati mi destarono dall’illusione. Accolse altre persone, invitati forse, con uno sguardo amorevole, tranquillo. Somigliava a Ravi. La stessa tranquilla felicità, pieno di riguardi per tutti,  ad accogliere altri invitati. Di certo era suo padre. Mangiavo, ridevo, ballavo, contagiato da tanta allegria. Entrai in cucina dove colonne di cibo erano portate via velocemente; finalmente lasciavano alla stanza un po’ di spazio e a me aria, prezioso sollievo all’afa.

Ad un tratto tutti sparirono e rientrò Ravi seguito dalla sua sposa. Lo sguardo assente, gli occhi bassi e l’andare lento parevano quelli di un altro ma la mano che accolse il volto di lei era la stessa che l’aveva cinta in danza pochi attimi prima. La tunica rattoppata, i sandali laceri, i capelli sporchi non umiliavano gli occhi lucenti e fieri di lei, il ventre improvvisamente tondo che carezzava con mani leggere. Si allontanò con un sorriso e tornò con una collana di perle, la più bella tra quelle che aveva al matrimonio. La offrì a Ravi con un inchino e si ritirò nella sua camera. Talia prese una valigia e con la calma di Penelope, come se non volesse mai portare a termine l’opera, cominciò a svuotare i cassetti, gli armadi, casse piene di panni e ricami. Si portò le mani al volto, bloccò le lacrime e con precisione rimise tutto a posto, come una mamma che affida il bimbo alle scale di una chiesa, promettendo che nell’ombra veglierà sempre su di lui. Nella valigia trovarono posto solo cibo e foto dei cari. Alla fine non era nemmeno piena.

Ravi tornò mentre il sole, per un momento, parve coperto da una nuvola. I giovani si precipitarono alla finestra, la stessa aria di speranza e felicità del matrimonio, come se da quella nuvola dipendesse la loro vita. Ma la festa ritornò ad essere lutto. Un incendio aveva oscurato il cielo che pareva piovere il caldo e le ceneri di un vulcano in eruzione. Ravi mestamente riprese i passaporti, s’inchinò alle divinità della casa e andò via prendendo per mano la bella sposa. Non si girarono, a testa bassa, non guardarono più al cielo ma solo alla terra, come se seguire i propri passi fosse l’unica cosa importante, come se andassero su una strada piena di buche e pozzanghere.

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