di Vincenzo Ricchiuti
postato alle 15:26 del 9 Ottobre 2008 in SportTorna alla home

La tripletta e l’oblio. Rapito fuori dal campo da gioco: è la storia di Quini da eroe a vittima in meno di due ore.

In quei tempi, a Barcellona, non si poteva neanche sputare per terra. E’ il millenovecentoottanta-ottantuno. Il franchismo è finito ufficialmente da anni ma definitivamente soltanto da quando il senso del ridicolo gli ha dato già (gli) otto giorni. Da quando il golpe Tejero, e tutto un mondo tramone e temuto, è finito, pacchiano, baffuto e grassoccio, in tv. Finito dalla tv stessa. Sotto Franco, di sputare neanche a pensare ma

per una mera questione di ordine. Nel marzo dell’81, sarebbe soltanto meno che chic. La movida sta riempiendo gli spazi. A Enrique Castro, il “Quini”, una sera di quelle passate da cafone d’Asturie arrivato in città, mani in tasca e bavero alzato, era sembrato persino eccessivo quello struscio in libertà.

Ha trentun anni e fa il centravanti. Allo Sporting Gijòn s’è diplomato “Pichichi”: benché abbia segnato più di tutti, compresa la Sissy locale, l’austriaco in blaugrana Hans Krankl, è vecchio e privo di fascino. L’ha voluto, sfidando l’esterofila curva, il tedesco che ha prima ammaestrato Kaiser Franz Beckembauer in Baviera e poi pensionato Acca Herrera in Catalogna. Udo Lattek è un vincente, domatore di vincenti, e non di quelli che ci arrivano per caso: sa pure come si fa. A Barcellona han perso tempo col fantasma di Cruyff. Quel ruffiano mangia soldi, quell’anarchico anti-tedesco che arbitra gli allenatori e ha chiamato il figlio, pur di non pagar mai dazio, come il patron locale. Bisogna cambiare registro e virare verso la polvere piuttosto che le stelle.

Ci vuole uno che conosca le aree di rigore della Liga persino in dialetto. Quel macilento vecchietto ha il compito di tradurre in valuta spagnola senza perderci al cambio le cavalcate della Valchiria che ha sbancato da poco l’Europa del calcio. La Nuova Sensazione è fondamentale se guarnita al meglio, in una Catalogna rinata sensation seeker. Si chiama Bernd Schuster, ha la classica moglie castrante e dalle classiche strane abitudini di dire troppo spesso la sua. E’ troppo giovane, biondo e bello: occorre che Enrique riequilibri volando giù in basso.

Lo stadio quella sera è una piccola fiesta. Niente di che: siam catalani, mica spagnoli. Però l’aria è frizzante, la primavera alle porte, la classifica dice siamo i numeri uno. Quelli dell’Alicante non l’han visto nemmeno, quel Quini lì. E lui per dispetto gliene ha messi in conto ben tre. Lattek non dice, buon segno. Schuster forse ha l’epatite. Stasera lui, il Vecchio Enrique, non aprirà mai la bocca. L’ultima volta, con gli altri, i Carrasco ventenni che nel dopo cena fanno i democratici con naturalezza solo perché hanno avuto la fortuna di viverla in tempo per capirci qualcosa, ha scambiato “Pasionaria” per l’Ibarruri anziché l’ultimo show di Cicciolina. Ci sono droghe e colti e molti froci dappertutto.

Fa una cosa, anzi. Tanto lui è di Oviedo, di ristoranti e libera espressione che ne sa: via di filato a casa. Raffaella Carrà a tutto volume. Sa fare solo goal. Il Pichichi sfila sulla destra, lo inseguono, cerca di disimpegnarsi sulla destra, lo toccano, poi sulla sinistra, lo scalciano. Lo fermano. Pichichi è a terra. E la porta dove sta guardando adesso, legato e fermo, è chiusa. La Spagna intera grida, è l’Eta ! I baschi, figurarsi. Il riccio Enrique non fa politica. Non pensa niente manco del Re. Lo fan per soldi, invece, anche se nei ’70-’80 il privato era politika pure in quei casi. E poi baschi e catalani sono alleati. Fratelli nell’indipendenza.

Il soggiorno è lungo. Quini è introvabile, forse. Il Barca intanto affonda. E’ duro il colpo, specie all’orgoglio di qualcuno che non ha mai pensato indispensabile nessuno. Magari l’ha rapito il Real Madrid. Lattek continua a non dire, aspetta gli eventi: ha la scusa buona a questo punto per battere pure il fallimento. E’ da questi particolari che si valuta, in vita, il vincitore. Sulle Ramblas battono invece, alla prima luce ufficiale dei neon, i primi maricones di mamma (e di stato): su arte e culinaria, cinema nuovo e tecniche d’arredo, questi ci stanno comunque. Al dibbbattitos nella Nuova Spagna anni ’80 tutti dicon sempre, solo, di si.

Quini non pensa mai di morire, Enrique si. Il paragone con Di Stefano, preso dai colombiani, però è proprio figo. Nunez il presidente fa il cavaliere chè ha l’assicurazione. Herrera il direttore generale, che da cavallo invece è sceso, abla abla e strizza l’occhio, chissà cosa c’è dietro quel giocatore preso da un altro. Anche Gabry in Schuster pare, la scusa, l’abbia sempre pronta. Quini non si arrenderà mai, Enrique invece, anche se non può più smagrire, ha fame. Eppoi basta con i complotti, le bande degli anni ’70. Li osserva sott’occhio, per capire non visto la palla dove gliela metteranno. Dove la dovrebbero giocare. Questi qui, fa, son gente mia, che fa provincia. Son disgraziati, dei dilettanti, degli aspiranti neo-ricchi in un paese che sta impazzendo di gioia: la razza peggiore o migliore a seconda di come guardi la, vecchia, strada. Con i soli premi partita che ho perso in un mese, me li compro più di una volta. Non stessimo in Catalogna, qualcuno avrebbe già pagato.

E’ un mese quasi che nessuno ha avuto e men che mai qualcuno ha dato. E’ anche un mese che la polizia ha da farsi perdonare una intentona coi baffi (ed il Re ha da aiutarla semmai di più e senza alcun meno). Le voci si rincorron sui giornali: Quini è cadavere, no, Quini è già morto. E’ un mettere le mani avanti per ripartire. C’è un processo al passato da imbastire senza troppo ferire e la voglia di vivere di una nazione da assecondare: basta dubbi ed angosce, vogliamo vivere. A qualunque costo ma col permesso del Re bisogna agire. Qui Saragozza, è libero il Quini, s’è sfiorata la strage ma il Pichichi sta bene, a voi Spagna. La nazionale riprende a giocare ed alla notizia va a vincere a Wembley. La nazione riprende a esultare e va a prendersi il mondo. Tutto si può, e neanche a un centesimo. Manca solo il segno vincente del sequestrato. Che Enrique il Quini gridi che Nuova Espana l’è fatta senza pagare e che ora sia il turno di farsi, moderni, anche degli antichi asturiani. Pichichi fa l’uomo e rispetta ciò che ci si aspetta da lui: giustizia il suo amato Gijòn segnando due goal in onore del Re.

Enrique invece perdona il nemico, di cui ha avuto paura e condiviso l’odio per il silenzio del sorrisone cenacolo esterno che non riconosce più per proprio paese, e crolla in tv. Come Tejero. E’ troppo. San Jordi Johan Cruyff avrebbe sollevato la Spagna col dito, anziché questo calarsi le braghe da vinto. E per questioni di loglio. Andale, “Quini”. Mettersi ai margini. Un altro animale inattuale, un altro che non è contento. Se non possiamo mandarlo in galera, mandiamolo al macero. Diremo che è pazzo e la pensa così giacché è solo. Il colonnello non ci ha fermato, il centravanti non ci fermerà. Quest’uomo, questa specie di uomo, che dribbla il lieto fine è riottoso alla realtà: se con Franco era abolita la disoccupazione, oggi che siamo il futuro, nella democratica Spagna è cancellata l’infelicità.

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