Se l’Africa rinasce intorno ad un pallone
11/06/2010 - Proprio in Africa troviamo le materie prime richieste dalle due principali economie mondiali: gli Stati Uniti e la Cina, paesi che hanno accresciuto di 10 volte i loro rapporti commerciali con i paesi africani. Entro il 2020 la domanda di
Proprio in Africa troviamo le materie prime richieste dalle due principali economie mondiali: gli Stati Uniti e la Cina, paesi che hanno accresciuto di 10 volte i loro rapporti commerciali con i paesi africani. Entro il 2020 la domanda di questi prodotti dovrebbe addirittura
raddoppiare. Eppure, secondo i dati che saranno pubblicati il mese prossimo dal McKinsey Global Institute tutto questo rappresenta solo un terzo della crescita “ritrovata” dell’Africa. Il resto è nel turismo, nel tessile, nelle telecomunicazioni, nelle costruzioni e nella finanza. Tutti campi in rapida evoluzione proprio grazie alle riforme avviate alle singole economie nazionali. Un sondaggio della Banca Mondiale ha rilevato che l’anno scorso 28 paesi africani hanno adottato 58 misure definite di “business-friendly”. Hanno avviato la privatizzazione delle imprese statali, hanno ridotto le barriere agli scambi commerciali, abbassato le tasse sulle società, rafforzato i sistemi normativi e giuridici ed avviato grandi campagne per la costruzione di infrastrutture. In Nigeria sono state privatizzate più di 116 imprese in soli sette anni. Il numero di mercati azionari nell’Africa sub-sahariana è più che triplicato. Il leader mondiale nel campo delle riforme del settore privato è diventato il Ruanda squassato, fino a pochi anni fa, dalla guerra etnico-civile.
UN MIGLIORAMENTO EVIDENTE - L’Africa ha il più alto tasso di fertilità e la popolazione più giovane del pianeta. Il miliardesimo africano è nato proprio di recente. In Africa troviamo molte città con un milione e più di abitanti e già ora è urbanizzata quasi come la Cina. Ciò, certamente, può significare la miseria delle baraccopoli di massa, ma spinge anche alla costruzione di edifici, strade e acquedotti, che crea di conseguenza posti di lavoro. Dal 2000, gli investimenti privati in Africa sono triplicati, in media per 19 miliardi dollari tra 2006-2008. Grandi città inoltre significa per le aziende poter avviare un’economia di scala. Nel 2000, circa 59 milioni le famiglie africane hanno sfondato la barriera dei 5.000 dollari di reddito annuo. Chi supera questo limite già dichiara di spendere la metà del suo guadagno per i prodotti non alimentari. Entro il 2014 questa cifra dovrebbe raggiungere i 106 milioni. E l’Africa ha già più famiglie della classe media (con un reddito di oltre $ 20.000) rispetto
all’India. La spesa dei consumatori è cresciuta del 3-5% ogni anno dal 2000. La vendita al dettaglio, delle telecomunicazioni e il settore bancario sono assai fiorenti. Nel 1998, soli 2 milioni di africani avevano i telefoni cellulari, ora la cifra è di 400 milioni.
“IL FUTURO DELL’AFRICA È DEGLI AFRICANI” - “L’altra” Africa, quella povera e falcidiata dalle carestie “non è andata via”. Ma il miglioramento c’è ed è innegabile. Un decennio fa, solo il 58% dei bambini africani andavano alla scuola elementare, oggi quasi il 75%. La spesa per la salute nel 2009, secondo l’FMI, è in aumento in termini reali in ben 20 dei 29 paesi più poveri. Se nel 2002 solo 50.000 africani potevano ottenere gratuitamente farmaci anti-retrovirali contro l’Aids, oggi sono 3,7 milioni di persone. Il tasso di povertà in Africa è in calo dell’1% annuo dal 1990. Il che si traduce nel fatto che la percentuale di persone che vivono con meno di 1$ al giorno è scesa dal 57% al 51% della popolazione. Tale cifra, secondo il “Global Monitoring Report” delle Nazioni Unite dovrebbe scendere al 38% entro il 2015. Certo, è ancora enorme il numero di quanti ancora patiscono la fame in modo feroce, ci sono ancora troppe dittature e come detto le democrazie sono assai fragili, ma i passi in avanti sono evidenti. “Il futuro dell’Africa è degli africani“, ha detto il presidente americano Barack Obama. Ha certamente ragione, e la cosa più importante è che gli africani ormai lo sanno.













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Ogni tanto anche il buon salvato scrive un bell’articolo