di Alessandro D'Amato (Gregorj)
postato alle 10:29 del 8 Ottobre 2008 in La rubricaTorna alla home

Ieri panico nelle Borse europee, e giornata importante anche in Italia, dove (forse) si decidevano i destini di uno dei più grandi banchieri italiani

Volendo capire in estrema sintesi cosa sta succedendo in questo preciso momento nell’economia mondiale, bisognerebbe leggere Mario Seminerio alias Phastidio:

- Questa è una crisi da deleverage. Proseguirà finché le istituzioni finanziarie non avranno ridotto la loro leva finanziaria. E’ un processo lento e doloroso. Per questo motivo, il piano Paulson è assimilabile ad una cura palliativa;

- La riduzione della leva finanziaria globale porta con sé una stretta creditizia generalizzata, che a sua volta determina una violenta disinflazione, che potrebbe diventare deflazione manifesta;

- Il contagio dall’economia finanziaria a quella reale è già in atto, ora la sfida è attenuarne l’impatto;

- Questo non è il 1929. Allora si adottarono politiche fiscali e monetarie pro-cicliche, oggi siamo esattamente all’opposto: forte espansione monetaria, avvio di un processo di espansione fiscale;”

E, avendo praticamente lui detto tutto quello che c’era da dire, bisogna anche capire che ieri la Borsa italiana era in fibrillazione anche per quello che stava succedendo a Unicredit. Ed era preda di sentimenti contrastanti (taluni ne erano felici, talaltri scontenti - noi siamo tra questi) riguardo quello che stava accadendo a un personaggio.

GIA’, CHI? - Dopo le 5 ore e mezza di assemblea di domenica, chi lo conosce dice di averlo visto scuro in volto e con poca voglia di parlare. E ieri, durante la presentazione dell’aumento di capitale agli investitori, gli deve essere costato caro il dover ammettere di aver “sottovalutato le condizioni del mercato”. Ma più di tutto, ad Alessandro Profumo, devono aver bruciato le parole di un esponente delle fondazioni azioniste di Unicredit alla fine della riunione: “Ma ora vogliamo contare di più”, e “ci vuole più sensibilità politica”. Perché se c’è una cosa dalla quale l’a.d. di Unicredit ha sempre voluto restare lontano, questa è la politica. Ma nella situazione odierna non può più permetterselo: “Per una settimana ha ripetuto che non avevano bisogno dell’aumento di capitale e poi, zac! Eccolo servito. Ha perso la faccia”, affermava un operatore. E infatti ieri mattina, non appena ammesso alle quotazioni, il titolo di Piazza Cordusio ha perso il 13,4%, per poi cominciare una lenta risalita. “Basta vedere i volumi: stanno vendendo i ‘piccoli’, quelli che hanno comprato a 7 euro: sarà un bagno di sangue”, diceva ancora chi in Borsa ci vive. Inutile negare che qualcosa è cambiato, e molto: oggi le Fondazioni azioniste della banca, con in prima fila la Crt di Fabrizio Palenzona e quelle che sono arrivate nel board dopo la fusione con Capitalia, vicino al presidente di Mediobanca Cesare Geronzi, tornano ad essere protagoniste nell’istituto di credito che Profumo aveva costruito a sua immagine e somiglianza. Se tutto andrà liscio, alla fine dell’operazione-aumento alcune di esse andranno anche al di là della soglia di possesso del 5% del capitale, e anche questo, in memoria di quanto accaduto negli anni precedenti, potrebbe costituire oggetto di contestazione.

NO, PER DIRE… - C’è chi parla di una Unicredit ormai in mano alle Fondazioni, e sarebbe difficile negare che il peso delle “foreste pietrificate” (la definizione è di Giuliano Amato) è ufficialmente cresciuto, e non potrà che aumentare in futuro. “La posizione della Fondazione Crt è di “leale sostegno” all’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumofanno sapere da Torino, forse anche per fugare i dubbi che le vendite “allo scoperto” dei giorni precedenti - e in particolare quelle del 22 settembre, giorno della débacle e dei sei miliardi bruciati - venissero da qualcuno degli azionisti, visto che la mole di titoli era tale da rendere difficili da percorrere le altre strade. L’inchiesta della Consob potrebbe anche approdare a un nulla di fatto. Di sicuro c’è che gli esperti finanziari sono molto critici: “A questo punto è difficile dare qualsiasi giudizio, visto che non è chiaro quale sia l’effettiva esposizione della banca ai prodotti strutturati. Il management ha perso di credibilità. Il taglio delle stime è molto importante, siamo rimasti colpiti dalle perdite accusate da Unicredit nell’investment banking. Perdite che si rifletteranno pesantemente sui conti del terzo trimestre”. Sul banco degli imputati ci sono le svalutazioni lorde per 700 milioni imputabili a strumenti Abs e al portafoglio in bond bancari. Non era mai emersa nei giorni precedenti. “L’aumento di capitale è diluitivo per l’utile per azione e quindi il prezzo dei titoli può inizialmente soffrire, anche se il valore è già molto basso”, è scritto in un report pubblicato da WestLB che ha messo sotto revisione il giudizio ‘hold’ e il target price di 5 euro.

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