postato alle 09:36 del 7 Ottobre 2008 in Rassegna stampaTorna alla home

Ieri Benedetto XVI, nel bel mezzo di una giornata di panico epocale per le Borse di tutto il mondo, ha deciso di parlare di economia, dichiarando: “Vediamo adesso nel crollo delle grandi banche che i soldi scompaiono, sono niente, e tutte queste cose che sembrano vere in realtà sono di secondo ordine. Lo ricordi chi costruisce solo sulle cose sono visibili, come il successo, la carriera, i soldi. Solo la parola di Dio è una realtà solida”. Ora, non per essere scortese nei confronti del Santo Padre, ma se è così poco attaccato al soldo, perché allora - lo racconta Curzio Maltese ne “La questua” - la Chiesa allo Stato costa “il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione, altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità”, e poche altre bazzecole per un totale di quattro miliardi di euro? Voglio dire, se i soldi per lui “sono niente”, non potrebbe smollarne qualcuno a noi, che qui - essendo infinitamente più materialisti, ci scusi del peccato - ne abbiamo un tremendo bisogno?

Ma forse siamo noi che fraintendiamo. Il Papa potrebbe semplicemente star facendo capire agli italiani che dall’altra parte del Tevere i loro depositi potrebbero trovare un approdo sicuro, in un momento in cui le banche italiane appaiono - per mera cronaca borsistica - un pochino insicure. Infatti, rileggere con attenzione cosa ha detto: “Solo la parola di Dio è una realtà solida”. Non a caso la parola “soldo” deriva da “solidum“. Ancora oggi si usa dire “ne risponde in solido“, cioè coi quattrini. E quindi, siccome loro la “parola di Dio” la monetizzano, ecco perché poi il Papa dice che è solida! Oppure ancora, e in ultima e più probabile ipotesi, potrebbe essere successo come mi ha suggerito un lettore ieri: “Dare aria alla bocca e sparare fankazzate non costa niente. E alla gente che si caga sotto dala paura fa sempre una buona impressione, tipo ancora della salvezza. post scriptum: carine però le scarpine rosse, neh?“. Ecco, mi viene poco da aggiungere.
Ma passiamo ad altro. A pagina 5 del quotidiano L’opinione del 4 ottobre si legge questa lettera aperta a Sergio Romano, editorialista ed ex ambasciatore, in titolata «Romano lascia la rivista dell’Eni» e firmata da Dimitri Buffa:

“caro Sergio Romano,

qualche tempo fa l’agenzia Italia ci dette notizia della sua presenza, non a titolo gratuito, nel board di una nuova prestigiosa rivista Eni. In buona compagnia con Lucia Annunziata.

Adesso io mi domando, quando lei dà risposte salomoniche a Cossiga sulla definizione del terrorismo internazionale, quando parla continuamente male di America e di Israele, lo fa per le sue convinzioni o perchè è l’Eni a chiderglielo? L’Eni, tutti lo sanno, da sempre determina la politica estera italiana, ambigua quanto basta in materia di terrorismo e nei rapporti con i paesi arabo islamici. Compresi quelli sotto sanzioni Onu come l’Iran.

Lei sa che in America un editorialista a libro paga di una grande industria difficilmente terrebbe una rubrica fissa sul Washington Post. Lei invece pontifica ogni giorno dalle colonne del Corriere della Sera. Le sembra serio? Le appare credibile? Non l’ha mai sfiorata l’idea di dimettersi e di scrivere solo per la rivista dell’Eni?

con cordialità

Dimitri Buffa”.

Intanto cominciamo col notare che il titolo è sballato, trae in inganno. In italiano, “Romano lascia la rivista dell’Eni” significa che l’ex ambasciatore ha lasciato o ha deciso di lasciare la rivista dell’Eni, anche se non viene specificato quale. In ogni caso, si tratterebbe di una notizia. Invece non è una notizia. Romano infatti non ha lasciato e non intende lasciare un fico secco. E’ solo Buffa che invita Romano a lasciare la rivista. Insomma, quel “Romano” non è il soggetto della frase, bensì un vocativo. Dopo il quale ci vorrebbe la virgola, si dovrebbe cioè scrivere “Romano, lascia la rivista dell’Eni”. E ce ne sono anche altri. Ma non facciamo i pignoli, suvvia, magari si tratta di errori di chi ha trascritto la lettera sui siti. Anche se, a onor del vero, almeno uno di questi siti è sussiegoso, monta continuamente in cattedra e vorrebbe insegnare all’universo mondo, o meglio a quello italiano, più facilmente influenzabile, cos’è l’informazione corretta e quale invece è da buttare. Il problema è che la lettera di Dimitri è infarcita di una insopportabile ipocrisia, un moralismo da quattro soldi, facilone e a senso unico. Buffa infatti chiede retoricamente a Romano se quando scrive di certi argomenti, guarda caso quelli che stanno sulle palle a Buffa, a L’opinione e compagnia cantante, lo fa per convinzione o perché è pagato dall’Eni. Buffa insomma insinua che Romano può anche essere un prezzolato, un venduto. Insinuazione grave, diffamatoria e cialtrona. Oltre che gratuita. Forse non è elegante che Romano abbia quella collaborazione, forse è in conflitto di interessi. Ma non si capisce perché mai l’eroico Buffa lanci i suoi strali contro una cacatina di mosca anziché contro la cacca di un’intera mandria di elefanti, vale a dire contro la marea montante della merda berlusconiana nota, da anni e anni e anni, come conflitto di interessi di Silvio Berlusconi. Buffa poteva magari anche sparare a zero contro il centro sinistra, o l’intera sinistra, che una volta al governo si è ben guardata dal fare la prima legge che avrebbe invece dovuto fare: quella sul conflitto di interessi, per evitare che il Bel Paese di Berlusconi e Veltroni finisca col somigliare un po’ troppo a una repubblica delle banane. Invece, nisba: Roma ladrona e Romano vendutone…. Il resto, nebbia in val Padana. Se pensiamo che possa servire a qualcuno, se non a se stesso, il giornalismo che si strappa i capelli per la pagliuzza negli occhi dei Romano e tace sulle travi in ben altri vispi occhietti, allora stiamo freschi. Anzi, siamo fritti.

Ovviamente mi guardo bene dal chiedere a Dimitri se quando scrive di queste belle cose lo fa per convinzione o perché è “a libro paga” de L’opinione, cioè del suo editore.
Mah.

(vignetta di Mauro Biani)

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