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La strana agonia di Marco Pannella

Lo strumento è logoro, ma ormai Pannella non ne ha altri, d’altronde Gandhi è stato chiaro: «Giacché il satyagraha è uno dei più potenti metodi di azione diretta, un satyagrahi deve esaurire tutti gli altri mezzi prima di ricorrervi» (Young India, 20.10.1927), e negli ultimi due anni Pannella li ha esauriti tutti: due pellegrinaggi a Palazzo Grazioli, una serie infinita di dispettucci parlamentari ed extraparlamentari al Pd, una strizzatina d’occhio a Monti, uno stalking serrato a Napolitano, disperate serenate a Saviano, braccia tese a Cl e alla Cei, poi ha finito persino per offrirsi a Grillo, pardon, lo ha visto impreparato nella gestione di quella proprietà privata che qui da noi si è soliti chiamare partito-non-partito e gli ha offerto la sua ultracinquantenaria esperienza. Niente, sempre più isolato.

MARCO PANNELLA E LO SCIOPERO DELLA SETE – Sempre più incazzato, dunque. E coi suoi che cominciavano a mugugnare in modo sempre più imbarazzante. Non rimaneva che il solito sciopero della fame, anzi, visto che a quello nessuno fa più caso, sciopero della fame e della sete. Serve soprattutto a sedare i malcontenti interni, perché per essere radicale come detta Pannella, devi esserlo a tempo pieno, dunque dipendere economicamente dalla sua borsa, che è riempita esclusivamente di denaro pubblico: star fuori dal parlamento, significa fare la fame.

MARCO PANNELLA E LA CLINICA DEI RELIGIOSI – Nessun rischio per la salute del martire, ovviamente, c’è un’équipe di professoroni che lo controlla notte e giorno in una clinica privata gestita da una congregazione religiosa, sita ai Parioli, che costa 520 euro + Iva a notte, e nel prezzo non sono inclusi i trattamenti terapeutici, né le prestazioni diagnostiche. Per inciso: chi paga? Pannella non ha la pensione da parlamentare e si dichiara praticamente nullatenente. Paga il partito, con il denaro pubblico che riceve al pari di ogni altro partito, alla faccia del tutti magnano tranne i radicali. Uno si sarebbe aspettato un ospedale pubblico, con personale laico, ma lì probabilmente sarebbe vietato fumare il sigaro, mentre nella Clinica di Nostra Signora della Mercede al nostro moribondo è concesso fumare. È in agonia – dicono i medici – ma sul fumo si può chiudere un occhio. È in agonia? O almeno è prossimo alla dialisi? Creatinina a 1,7. Azotemia a meno di 120. Sodiemia intorno ai 150. Basta chiedere ad un nefrologo: ce ne vuole, ma ce ne vuole. Sì, ma intanto digiuna e non beve. Cioè succhia caramelle e mandarini, la versione italiana del satyagraha gandhiano.

COME ANDRA’ A FINIRE – Già sappiamo come andrà a finire, è una fiction che abbia già visto mille volte. I gregari storici e gli avventizi sono mobilitati e attivissimi, ciascuno recita due o tre parti in commedia e la moltiplica: quattro gatti che diventano quattromila, miagolando in modo straziante, francamente insopportabile. Strumento logoro, dicevamo, ma questo suo darsi per moribondo ha sempre funzionato, d’altronde la messinscena ha meccanismo perfettamente collaudato, comprimari e comparse si muovono a dovere, e poi – la cosa più importante – il pubblico adora il lieto fine in replica. Si tratta di un ricatto, ovviamente, ma evidentemente i ricattati hanno il loro tornaconto nel cedere, e non va avanti così da decenni? Tra Pannella e il Regime c’è un rapporto di odio-amore, sono necessari l’uno all’altro, si schifano e si coccolano a vicenda, d’altra parte siamo il paese in cui ci si sgozza a colazione e si va a cena insieme.

LE CRAVATTE DA MAGNACCIONE
– Così, quando Pannella si leva quelle cravatte da magnaccione anni ’60 e si mette in quel tuttonero che lo sfina tanto, non sono proprio i suoi più acerrimi nemici a muoversi a pietà? Perciò il ricatto funziona sempre: sanno bene che non fa sul serio, ma anche loro, come lui, conoscono bene il paese, sanno che ad accontentarlo lo terranno buono per un po’, così smette di scassare la minchia e per qualche tempo si dà al transnazionale, scialacquando quello che ha scroccato in biglietti d’aereo e camere d’albergo, eventualmente di cliniche private dove le suore ti trattano meglio dell’Eluana. Poi, quando la grana comincia a scarseggiare, rieccolo… Va avanti così da decenni, senza dubbio Pannella è il più creativo dei parassiti che vivono grazie al denaro pubblico. Già sappiamo come andrà a finire, dunque, è una fiction che abbia già visto mille volte. Noiosa, ma rassicurante, la conferma che il tempo si è fermato a quando Pannella minacciava di ammazzarsi e noi avevano ancora i pantaloncini corti. È così bisogna guardare a Pannella: come a un Mike Bongiorno che ci ha rotto i coglioni, ma ormai è intoccabile icona nazionalpopolare e, se muore, dispiace pure a chi gli avrebbe sparato in bocca ogni volta che la apriva per dire: «Allegria!».

COSA VUOLE PANNELLA – Sì, vabbe’, ma che vuole? L’amnistia? Quella ha già capito che non l’avrà mai. Come ogni anziano affezionato ai ricordi vuole presentare liste piene di vip che facciano da specchietti per le allodole, come negli anni ’70. Allora funzionava, ma c’era già chi sapeva che era una zecca e a dargli un dito pretendeva il braccio e il resto. Guarda lì De Gregori, gli dedica la canzoncina, ma para il culo precisando «con autonomia». Tutti scappati via, chi prima, chi dopo. Un tweet di solidarietà, va bene, due paroline affettuose su Facebook, ok, ma per carità di Dio, niente di più. Muore, Pannella, o almeno sembra, e intanto i suoi comprano pubblicità su Google. Per essere un satyagraha, chissà, somiglia di più all’accattonaggio del finto zoppo.