Il disastro che rese felici i petrolieri
08/06/2010 - Il prezzo del greggio oscilla a causa della Marea Nera. E l’offerta, dopo le difficoltà riscontrate nella ricerca sottomarina, è destinata a rallentare. Quando la piattaforma Deepwater Horizon è esplosa, il 20 aprile scorso, un barile di petrolio costava 83
Il prezzo del greggio oscilla a causa della Marea Nera. E l’offerta, dopo le difficoltà riscontrate nella ricerca sottomarina, è destinata a rallentare.
Quando la piattaforma Deepwater Horizon è esplosa, il 20 aprile scorso, un barile di petrolio costava 83 dollari. Dieci giorni dopo, quando era ormai chiara l’inesistenza di soluzioni tecniche in grado di tappare la fuoriuscita di petrolio, il Wti sfiorava il massimo di 86,66 dollari, livelli che non si vedevano dal grande crollo di fine settembre 2008 (Lehman e il timore del collasso dell’intero sistema bancario). Da allora circa 10-20 mila barili al giorno hanno appestato l’acqua e le coste del golfo del Messico. L’allarme ecologico si è fatto via via più forte di fronte ai vari tentativi degli ingegneri Bp con esso l’indignazione dei politici è cresciuta di pari passo, con audizioni al Congresso degli Stati Uniti e il presidente Obama che promette ritorsioni “fisiche” per i responsabili appena avrà capito con chi prendersela. Eppure il prezzo del petrolio è sceso, e molto. Il minimo, 64,50 dollari è stato toccato un mese dopo, il 20 maggio. Quella partita di barili di carta è stata la più economica da 10 mesi a questa parte, poi c’è stata la risalita, si trattato di due tentativi di rimbalzo infrantisi contro quota 75 dollari.
FALLIMENTO - Eppure la vicenda della defunta piattaforma “Macondo” è esemplare da molti punti di vista: ha dimostrato quanto sia davvero difficile il cosiddetto “petrolio difficile”. Trivellare a 1800 metri di profondità è una sfida ingegneristica al limite delle conoscenze tecniche attuali dove non esistono margini di sicurezza o pratiche consolidate. Si procede per tentativi (costosissimi): il disastro non è stato prodotto da eventi particolari e imprevedibili, sono bastate un paio di decisioni sbagliate, magari dettate dalla necessità di risparmiare. Ora che la pericolosità della ricerca in alto mare sono stati chiariti nella maniera più spettacolare possibile, la reazione ovvia dovrebbe essere una maggiore regolazione, minori permessi di perforazione, criteri di sicurezza più alti e sanzioni “letali” per le aziende che dovessero ripetere gli errori della Bp.
DOPPIO FALLIMENTO – Il prezzo del petrolio degli ultimi due mesi ci dice che nessuno crede a questo scenario, nemmeno gli speculatori che, come abbiamo detto più volte, non si inventano i problemi, ma esasperano l’intensità degli stessi e l’urgenza delle soluzioni. Il governo americano ha lasciato alla Bp il pieno controllo delle operazioni, persino dell’informazione sull’evento. Dal punto di vista tecnico è stata una scelta saggia, nessuno aveva mezzi e idee migliori della società petrolifera. Ma dal punto di vista politico è la resa alle Big corporation, l’ammissione che alle compagnie petrolifere è appaltato un bene supremo e pubblico (il nostro attuale tenore di vita) e che nessuno è in grado di sostituirle. Quel petrolio serve: la metà dei nuovi giacimenti scoperti negli ultimi trent’anni si trova sotto i fondali oceanici, a profondità crescenti. In questo scenario il disastro ecologico è un “rischio calcolato” a misura di Big Oil, persino i 30 miliardi di dollari che Bp stima di dover sborsare nei prossimi 10-20 anni sono una cifra assolutamente alla sua portata.
IL DILEMMA DELLA CRESCITA - Deepwater Horizon conferma un principio più generale apparso sulla scena con il fallimento del vertice di Copenhagen: il miglioramento degli standard ambientali è un obiettivo perseguito da governi e opinione pubblica in ragione proporzionale alla crescita economica. I cittadini sono disposti a rinunciare ad una quota di ricchezza futura per salvare il pianeta, non ad una quota di benessere presente. Il che è un paradosso perché dal punto vista ambientale (emissioni di gas serra, inquinamento, sfruttamento delle risorse non rinnovabili), la recessione economica procura molto più sollievo all’ecosistema di quanto non facciano i frazionali aumenti di efficienza realizzati in anni di pil in aumento.
DOMANDA DROGATA - Da tutti è data ormai per scontata l’impossibilità di far crescere l’offerta globale di greggio rispetto ai livelli attuali, così come la crescente difficoltà che gli operatori incontreranno nel rimpiazzare i giacimenti in esaurimenti. In pratica ci sarà sempre meno petrolio, ma ugualmente la speculazione fa fatica a trasformare questa certezza nei prezzi attuali. Il motivo è che nessuno sa con certezza quando questo bene diventerà davvero scarso: la domanda degli ultimi anni è stata trainata dai paesi emergenti e dagli stessi produttori mediorientali. Gli stessi paesi che sostengono i consumi con pesanti incentivi (cioè vendendo sotto prezzo il carburante), incentivi che potrebbero sparire di fronte ad una crisi economica più seria (vedi caso Dubai) o di fronte alla crescita di un mercato interno in grado di procedere sulle proprie gambe (Cina). Questa domanda, si stima un 10% può sparire se necessario e aggiungersi al calo già in corso nei paesi occidentali. C’è dunque la possibilità concreta di una transizione non drammatica, tanto che si fa fatica a scommettere sul disastro. Ma dovrà essere ben più chiara di adesso quando l’economia tornerà a crescere con costanza.













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