postato alle 09:29 del 6 Ottobre 2008 in Rassegna stampaTorna alla home

Quando il neo deputato socialista al parlamento Eugenio Scalfari si permise di dire “lei non sa chi sono io!” a un vigile di Milano che aveva osato fargli la multa, l’allora astro nascente del partito socialista, Bettino Craxi, decise che non era il caso di candidarlo alle elezioni successive. Finì così la carriera politica di Scalfari e iniziò invece il suo odio contro Bettino, finito come sappiamo.

Una quarantina d’anni dopo, accade invece che lo studente Renzo Bossi, figlio del senatùr Umberto, benché iscritto a un benevolo istituto privato, as usual gestito dal clero, vale a dire il Bentivoglio di Carate Brianza, rimedia una sonora seconda bocciatura alla maturità scientifica e il padre si incazza. Contro il figlio? Magari. Ai miei tempi se venivi bocciato una volta i genitori ti prendevano a ceffoni, e se venivi bocciato addirittura due volte ti mandavano “fora dai ball, a lavurà!”, come si dice nella Padania brianzola. Invece il senatùr, evidentemente un arcitaliano nonostante l’odio contro l’Italia, fa tutt’altro. Intanto un bel ricorso al Tar, e poi apriti cielo: “Lei non sa chi sono io! Cioè, volevo dire lei non sa chi è mio figlio!! No, cioè, volevo dire lei non sa chi è il padre di mio figlio!!!”. E poi dicono che sono le mamme che rovinano i figli….

Il 2O luglio a Padova Bossi padre apre il congresso “nazionale” della Lega-Liga non solo sbeffeggiando come al solito l’inno di Mameli, ma anche con una filippica contro “i professori che non vengono dal nord“. E cita un ben preciso episodio: “E’ ora di dire basta al far martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord. Un nostro ragazzo è stato ‘bastonato’ agli esami perché aveva portato una tesina su Carlo Cattaneo“. Chi è ‘sto povero guaglione, pardòn ragazzo? Niente nomi. Neppure cognomi. Solo quello del nume tutelare del federalismo made in Lumbardia, che perse la sua battaglia contro la visione unitaria e centralista del padre della patria Giuseppe Mazzini. Il caso vuole che, ma guarda un po’, il figlio del leader leghista si sia presentato, anzi ri-presentato all’esame di maturità scientifica proprio con una tesina ispirata al Cattaneo pensiero, e che lo abbiano trombato, o meglio ri-trombato nonostante il bel titolo del lavoretto presentato: “La valorizzazione romantica dell’appartenenza e delle identità”. Oibbò!

Ma che c’entrano i professori terroni? Niente, ovviamente, spiega a chiare lettere il rettore del Bentivoglio, don Gaetano Caracciolo: “Su sei docenti e un presidente, tre erano settentrionali, gli altri “misti””. Suvvia, padre Caracciolo, confessi: erano terroni, mafiosi e camorristi, e hanno voluto vendicarsi col figlio delle colpe del padre… “Gli insegnanti non hanno regione né parte politica”, chiude il don. Ma allora, cos’è successo? “Come per tutti i privatisti”, la prende alla larga il don, “l’esame di maturità si compone di un tema, un compito di matematica, un test su quattro materie e poi c’è l’orale, del quale fa parte la tesina che ne è l’introduzione”.

Ah, ecco: la tesina… “Non conosco il dettaglio di quella prova d’esame”, chiarisce il preside con la tonaca, “ma comunque il punteggio dell’orale, di cui fa parte la tesina e solo come avvio del colloquio, pesa per 35 punti rispetto ai 45 delle altre prove”. Traduzione: la tesina e/o il modo di presentarla e discuterne del figlio del senatùr faceva più che altro cagare, altrimenti avrebbe potuto ribaltare anche tutte le altre prove messe assieme che non sono state splendide. Insistiamo: ma questi fetentissimi professori terroni…. “Fanno il loro lavoro di educatori”, sbuffa il preside: “E questo lo sa anche ogni cuore di papà”. Ma il cuore di papà Umberto è di pura razza padana, mica pizza e fichi. La Lega ce l’ha duro? Umbertone ce l’ha più duro! Cosa? Il cranio, ovviamente. O il cuore, che ci ha pure i by pass, ci ha. E così Bossi padre, incazzato come una bestia, con tutto il rispetto dovuto alle bestie, brontola contro un ministro del governo di cui lui fa parte. Brontola per l’esattezza con il ministro della Pubblica istruzione, tale Maria Stella Gelmini.

Come sarebbe a dire “e chi è?”! Intanto è un avvocato. E che avvocato! Nel 2001 Maria Stella, stella nascente di Forza Italia e presidente del consiglio comunale di Desenzano, non ancora esplosa come assessore al Territorio della Provincia di Brescia, consigliere regionale lombarda, coordinatrice azzurra per la Lombardia, è ambiziosa laureata in giurisprudenza, giovane e bbona, che dopo il praticantato in uno studio legale deve affrontare il non facile esame di Stato. Dove farlo? Meglio dove non è difficile, no? Si dà il caso che nel profondo e tanto disprezzato sud, addirittura a Reggio Calabria, gli ammessi all’orale siano di solito a percentuale bulgara, oltre il 90 per cento. Ed ecco che la futura ministra della Pubblica (d)istruzione è tra i furbetti longobardi che calano fino al cuore della ’Ndrangheta, cioè fino a Reggio. E’ diventa avvocata. Embé, siamo in Italia, o no?

Ma non basta. Il 22 settembre a “Porta a porta” di Bruno Vespa telefona in diretta la maestra (unica) della ministra Gelmini quando andava alle elementari. La maestra prima ha mandato “mille e mille baci” a Vespa (‘mazza che stomaco!), poi ha sobriamente illuminato gli italiani sulla sua ex alunna. Quanto sobriamente, lo si capisce da questo passaggio veramente da brivido: “Maria Stella è stata sempre per cinque anni al primo banco. Gli altri si lamentavano e io rispondevo Maria Stella è Maria Stella”. Oh, io e i miei coetanei facevamo la gara per stare all’ultimo banco, non al primo. Ma se una maestra a chi protestava perché il primo banco lo voleva lui avesse risposto “Maria Stella é Maria Stella”, se la sarebbe vista brutta. Con i genitori degli altri alunni, con il direttore della scuola e con il provveditorato agli studi, che non avrebbero perdonato una tale volgarità.

Oltre che nel primo banco per tutti i cinque anni delle elementari, la Gelmini è nel primo banco anche nella difesa, pardòn nel volerci vedere chiaro nella faccenda del figlio ri-trombato di Bossi. Il ministero infatti vigila… Come? Il Tar della Lombardia ancora non si è pronunciato, ma il ministero vuole autotutelarsi. Che vo’ di’? Significa che la direzione regionale della Pubblica istruzione ha esaminato il ricorso e “preso atto delle illegittimità segnalate”, spiegano al ministero a Roma. Dove aggiungono che per auto tutelarsi, evidentemente da eventuali denunce dei Bossi, “la direzione ha riconvocato il presidente e l’intera commissione per procedere all’esame di tutti i profili di illegittimità prospettati nel ricorso e assumere i provvedimenti conseguenti”. Quali? “Non si può dire prima del riesame”. E così il 13 ottobre la commissione che a luglio era esaminatrice sarà ri-esaminatrice della ri-trombatura del giovine figlio di papà senatùr. Kafka all’italiana, la commissione sarà tenuta d’occhio: “La direzione dell’Ufficio scolastico nominerà un ispettore che seguirà lo svolgimento delle operazioni da parte della commissione. E preparerà una relazione sulla legittimità delle procedure adottate”.

L’onore dei Bossi è particolare. Più che padano, è italiano. Odora, o tanfa, infatti di familismo. Franco Bossi, fratello dell’Umberto, e Riccardo Bossi, figlio dello stesso Umberto e fratello del ri-bocciato, sono stati assunti al Parlamento europeo con la qualifica di assistenti accreditati. “Portaborse”, avrebbero detto storcendo il naso i padani di una volta. Oggi il naso è meglio non storcerlo, e contare invece i quattrini dello stipendio mensile a testa: 12.750 euro, pari a 24 milioni e 687 mila vecchie lire.

(Vignetta di Artefatti)

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