di Alessandro Guerani
postato alle 10:35 del 6 Ottobre 2008 in EconomiaTorna alla home

Oggi finisce un’epoca. Piazza Cordusio vara un aumento di capitale, Mediobanca di Geronzi lo sostiene nonostante Profumo si sia comportato da avversario (e anche loro?). Intanto l’Italia e le sue banche sono a rischio, ma nessuno ci bada  

Unicredit ieri ha varato un aumento di capitale. Ha anche deciso che venderà le sue azioni in Generali, per fare cassa, e - come ci dicono qui - Mediobanca si accollerà una parte del prestito obbligazionario convertibile: questo significa che Cesare Geronzi aiuterà Alessandro Profumo, l’uomo che ha cercato di contrastarne il potere a Piazzetta Cuccia. E in Italia nessuno aiuta nessuno per niente.

MISTER X - Nei giorni scorsi a Unicredit ne sono capitate a iosa. Difficoltà dovute ad alcune sofferenze che si troverebbero in Bank of Austria, a problemi - di responsabilità o accountability - su alcune polizze index linked, e anche a una marea di vendite dei suoi titoli in Borsa, di cui talune talmente sospette da convincere la Consob ad aprire un’indagine. Ne ha scritto Vittoria Puledda su Repubblica: un ordine di vendita pari a 190 milioni di euro è stata data “allo scoperto“, cioé senza possederli. Quel giorno Unicredit ha perso in Borsa il 12%. E si aggiunge un particolare in più: “secondo una ricostruzione di mercato, l’intermediario italiano che ha passato l’ordine di vendita agiva su mandato di una controparte estera non riconducibile a un investitore internazionale noto o a un hedge fund”. La Consob sembra essersi orientata verso due piste: una verso Londra, l’altra verso i suoi investitori istituzionali, “Fondazioni comprese”, chiude l’articolo. Tra queste, c’è la Cassa di Risparmio di Torino di Fabrizio Palenzona, vicino a Geronzi, oltre a quelle entrate dopo la fusione di Unicredit con Banca di Roma.

CHI HA RUBATO LA MARMELLATA? - In realtà, un altro flatus vocis parla di un altro possibile sospetto protagonista della storia: Mediobanca. Che così avrebbe messo in difficoltà Unicredit come “vendetta” per le mosse di Profumo su Piazzetta Cuccia, e in atto non ci sarebbe nessun attacco del Santander (finanza cattolica) coordinato con l’Intesa di Bazoli (finanza cattolica), nonostante molti ne abbiano parlato come una realtà. Ma sono solo voci. I numeri invece dicono che i confronti tra i ratios patrimoniali, il core tier 1 (ovvero il tier 1 capital al netto degli strumenti finanziari come le obbligazioni) di Unicredit è di 5,55. Peggio di lei c’è il Monte dei Paschi di Siena, che ha 5,10, mentre appena sopra ci sono Intesa San Paolo (5,70) e Banco Popolare (5,90). Il Tier 1 Capital, ovvero la quota più solida e più facilmentedisponibile del patrimonio della banca, è invece 6,30 per Unicredit, 5,40 per Mps e 6,60 per Intesa San Paolo. Quindi semmai è Mps una banca a rischio attacco da parte dei fondi, mentre Intesa non sta messa molto meglio, anche se un po’ sì. Strano che l’attacco sia partito proprio verso Unicredit.

HO CAMBIATO IDEA - Colpisce anche il Financial Times, che più o meno 3 giorni fa diceva che “Il signor Profumo, che ha voluto giocare con i grandi ragazzi, viene ora punito da loro”, e invece ieri ha repetinamente cambiato idea: ” Il crollo dei titoli di Unicredit non e’ dovuto al suo stato di salute economico ma alle invidie che il suo ad Alessandro Profumo si è attirato con la sua rapida ascesa ai vertici del sistema creditizio italiano ed europeo”, dice, e poi aggiunge: “l’influenza che l’ad di Unicredit ha in Mediobanca può aver allarmato qualcuno”, mentre in Europa la rapida ascesa di Unicredit puo’ aver messo i rivali in allerta”. Ed ecco che, a voler essere maliziosi, e nonostante i depistaggi di una pubblicistica fondamentalmente geronziana che chiama in causa Bazoli, l’identikit per l’Italia potrebbe corrispondere a un solo uomo. Oppure si potrebbe concludere che l’ordine di vendita è stato davvero un errore e che, come al solito, la finanza italiana usa l’informazione per mandarsi segnali in codice, dei quali sta al destinatario capirne il vero significato. Basta vedere cosa scrive Repubblica a proposito della Bce.

ECONOMIA E INFORMAZIONE - Che l’informazione giornalistica in Italia sia condizionata dalla proprietà dei giornali, in gran parte in mano a gruppi economici, è la classica scoperta dell’acqua calda. Si sa, se ne prende atto, e si cerca di vagliare quanto dicono con la dovuta attenzione. Però alcune volte si raggiungono vette di involontario umorismo che neppure al più ispirato Crozza potrebbero venire in mente. Uno degli esempi più eclatanti è su Repubblica l’editoriale di Barbapapà, al secolo Eugenio Scalfari, che ogni domenica egli propina ai suoi incolpevoli lettori. Usualmente le sue tirate morali si possono anche leggere con simpatia, pur con qualche sbadiglio. Oggi, però, dopo aver crocifisso l’economia iperliberista, il credito senza limiti di Greenspan, i banchieri d’oltreoceano brutti e cattivi manco fossero lo Scrooge di dickensoniana memoria, ecco che il nostro attacca frontalmente Trichet e la BCE colpevoli di una politica sui tassi che “ha dell’incredibile “. In questo modo Scalfari ai aggiunge alla lunga fila dei giornalisti economici italiani che imputano alla BCE di tenere troppo alto il costo del denaro, portando quindi l’Europa sull’orlo della recessione. Ma il nostro rincara la dose “Il livello del tasso di sconto è dunque stato del tutto ininfluente sia per arrestare l’inflazione sia per determinarne una riduzione. Ma non è invece stato neutrale sugli oneri dei prestiti bancari alle piccole e medie imprese. Insomma una politica sciagurata che ancora persiste nonostante l’evidenza, senza più alcuna plausibile motivazione.”

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