Ma a quali rischi vanno incontro i cattolici che non riescono a seguire la parola della chiesa in determinati “frangenti”
“Provvisoriamente”, la rubrica che spulcia nei sacri altarini e dimostra che spesso di aulico e disinteressato c’è molto molto poco. Ad opera di Luigi Castaldi alias Malvino
Avrebbe dovuto far notizia, e invece niente. Da sempre, il professor Joseph Ratzinger argomenta con un procedimento che potremo definire pseudomaieutico: come nella migliore tradizione della sofistica da
seminario, il metodo sta nel formulare domande, altrimenti imbarazzanti, in modo che siano soddisfatte da una sola risposta, l’unica possibile per chi l’abbia già per buona in quella costruzione tautologica che è la dottrina cattolica. Ogni domanda, così, è retoricamente addomesticata per servire una risposta già preconfezionata, e tutte queste risposte si concatenano in un solo argomento, che poi è sempre uguale: così è, perché così dev’essere; così dev’essere, perché così ci è stato tramandato; così ci è stato tramandato, perché così è. Il Logos greco in mano ad un cristiano diventa sempre un nastro di Moebius.
Piccola o grande quanto si voglia, la notizia sta in questo: stavolta Joseph Ratzinger s’è fatto una domanda e non s’è saputo dare una risposta. S’è chiesto: “Come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficoltà a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell’amore coniugale nella sua manifestazione naturale?”. Risposta? Di lì in poi, più niente: soffici chiacchiere, dichiarazione d’intento a non mollare la difesa della bellezza del far figli come Dio li manda e Benedizione Apostolica finale, come è d’uso quando si chiude un messaggio a convegnisti che hanno bisogno dell’indispensabile conforto dello Spirito Santo per poter concludere come lo Spirito Santo vuole.
I convegnisti ai quali era rivolto il messaggio del professor Ratzinger erano quelli che, nel quarantennale della Humanae vitae, si sono ritrovati a Roma, spesati dalla Santa Sede, per ribadire quanto sia bella e quanto sia attuale quell’enciclica. Nella quale Paolo VI scriveva: “Si assiste anche a un mutamento, oltre che nel modo di considerare la persona della donna e il suo posto nella società, anche nel valore da attribuire all’amore coniugale nel matrimonio, e nell’apprezzamento da dare al significato degli atti coniugali in relazione con questo amore [Humanae vitae, 2] […] Tale stato di cose fa sorgere nuove domande. Se, date le condizioni della vita odierna e dato il significato che le relazioni coniugali hanno per l’armonia tra gli sposi e
per la loro mutua fedeltà, non sia forse indicata una revisione delle norme etiche finora vigenti, soprattutto se si considera che esse non possono essere osservate senza sacrifici talvolta eroici [ibidem, 3]“. Fino all’ultimo la risposta a queste domande fu in forse. Domande che avevano indotto il papa ad “allargare la commissione di studio che […] Giovanni XXIII […] aveva costituito nel marzo del 1963. Questa commissione, che comprendeva, oltre a parecchi studiosi delle varie discipline pertinenti, anche coppie di sposi, non solo aveva per scopo di raccogliere pareri sulle nuove questioni riguardanti la vita coniugale, e in particolare una retta regolazione della natalità, ma anche di fornire gli elementi di informazione opportuni, perché il magistero della chiesa potesse dare una risposta adeguata all’attesa non soltanto dei fedeli, ma dell’opinione pubblica mondiale. I lavori di questi esperti, nonché i giudizi e i consigli successivi di un buon numero dei nostri fratelli nell’episcopato, o spontaneamente inviati o da noi richiesti, ci hanno permesso di meglio misurare tutti gli aspetti del complesso argomento [ibidem, 5]“. In realtà, circola voce che a convincere un titubante Giovanni Battista Montini sia stato un convincentissimo Karol Wojtyla. E così ai coniugi cattolici si continuò a richiedere il“sacrificio eroico” che i pastori hanno sempre chiesto alle pecore del loro gregge: accoppiarsi al solo scopo di dar vita ad agnelli. Tradotto in termini comprensibili – quelli del Consiglio plenario del Pontificio Consiglio per la Famiglia del 2006 (cardinal Alfonso Lopez Trujillo) – fare almeno due figli, molto meglio tre. Trujillo aggiunse: ”Eminentissimi cardinali e confratelli nell’episcopato, non ci giriamo intorno: la crisi delle vocazioni è effetto anche della crisi delle nascite. Pertanto, abbiamo l’obbligo di perorare la causa per una visione del matrimonio che abbia come scopo, sì, il procreare ma anche il quantum della procreazione”. Nel disegno divino tutto deve tornare: si chiama tornaconto.
























sono convinto che il Santo Padre stia leggendo troppo i post di Malvino e ne stia subendo i benefici-malefici influssi
certamente in questo momento sta attraversando un periodo di dubbi difficili da risolvere, mettendo anche in discussione il principio propugnato dai miscredenti per cui la Chiesa è infallibile ed ha risposte per ogni cosa……e le stesse domande hanno già in sè una risposta precostituita
come Malvino, fine osservatore, dimostra, la Chiesa ed il Papa rivelano la vera sostanza della fede
il dubbio
ma non un dubbio lasciato lì a prendere pioggia e sole, ma un dubbio che aggredisce, che scava nelle coscienze in cerca di risposte
una necessità di continuo adeguamento del credo e della fede ai tempi ed al progresso
è questo il vero messaggio del Papa e che il solo Malvino coglie nell’ attimo stesso in cui è lanciato
Deo gratias per ogni cosa che ci doni e per il prezioso aiuto di cui noi cristiani beneficiamo dai ns valenti studiosi
” così ai coniugi cattolici si continuò a richiedere il“sacrificio eroico” che i pastori hanno sempre chiesto alle pecore del loro gregge: accoppiarsi al solo scopo di dar vita ad agnelli.”
“di un disegno che vuole la sessualità all’esclusivo servizio della riproduzione”
Ehm… Falso. L’autore si andasse a rileggere un po’ di dottrina, letteralmente piena di affermazioni come “Nell’atto coniugale sono inscindibili le finalità unitiva e procreativa” (cito a caso dal testo di un’udienza papale del 1984, ma potrei andare a pescare in tutta la teologia del corpo di Wojtyla, nell’enciclica Deus Caritas Est di Ratzinger, e da altre seimila parti).
Molto facile mettere alla gogna le posizioni altrui quando esse sono rappresentate, falsamente, come molto più assurde per il lettore di quanto non siano davvero. E dire che, considerata l’opinione di maggioranza, in questo caso nemmeno ce n’era bisogno.
@topinamburs
(e te lo chiedo da ignorante in materia) quindi per la posizione ufficiale della Chiesa in materia due coniugi possono usare pillola, preservativo, spirale o quant’altro se all’interno del sacramento del matrimonio?
perché se la risposta é negativa, ci stiamo (ti stai) nascondendo dietro ad un dito, in maniera niente affatto elegante tra l’altro.
Gentile Topina, mi sa spiegare perché non si tratterebbe di una “sessualità all’esclusivo servizio della riproduzione” quella che è da considerare inscindibile dal momento procreativo? Non mi pare di aver messo alla gogna alcuna posizione, ma di averla solo rappresentata per quello che è. Lei ripete formule comuni, quelle del vittimista che reclama per l’essere stato frainteso. Mai come in questo caso, invece, mi pare che le cose stiano proprio nel modo che dicevo e che lei mi fa l’onore di citare: “Ai coniugi cattolici si richiedere il “sacrificio eroico” che i pastori hanno sempre chiesto alle pecore del loro gregge: accoppiarsi al solo scopo di dar vita ad agnelli”. Punto.
E’ vero!
L’unicità e l’esclusività dell’amore coniugale rientrano tra i peccati gravemente contrari al Sacramento del Matrimonio!
…ma è un problema che rimane solo all’interno delle mura ecclesiastiche…parole al vento!
Pasquale Parsifallo……..poh-poh
La Chiesa parla di sesso in quantitá maggiore di una rivista porno.Non farebbe meglio,con tutti i problemi che ci sono al mondo,ad abbandonare questa ossessione ed occuparsi d´altro?
Allora allora, spieghiamoci bene.
La Chiesa cattolica ritiene che l’atto coniugale abbia due finalità: unire affettivamente gli sposi (e qui direi che è ovvio come funziona) e far nascere figli (anche qui direi nessun mistero).
Mi preme precisare questo fatto, perchè quando si dimentica di citare la finalità unitiva al lettore sembra che la Chiesa ignori le componenti della sessualità con cui siamo più familiari, ovvero quelle amorose e affettive in senso lato. E quindi si affacciano alla mente di molti scene da incubo di rapporti privi di piacere e solo finalizzati a sfornare nuove braccia per l’agricoltura.
La dottrina ha avuto, in passato, un rapporto problematico con il piacere sessuale. Molto oscillante. Del secolo XI sono i “decreti di restituzione” con cui i Vescovi ordinavano a mariti – forse infedeli – sessualmente disattenti a ritornare a una pratica regolare con le proprie mogli. Alla faccia dell’astinenza! In secoli più recenti si sono visti momenti di sessuofobia. Oggi, c’è una sensibilità in certo senso in linea con i tempi che pone l’accento sul contenuto sia fisico sia affettivo del rapporto sessuale.
Ora che spero di aver sgombrato il campo da incomprensioni purtroppo molto diffuse sull’atteggiamento cattolico verso il piacere sessuale, veniamo alla contraccezione. Qui non voglio nascondermi proprio dietro niente: sono proibiti i metodi contraccettivi artificiali, quindi tutti quelli che cita il commentatore giuspe. Alcune conferenze episcopali – la più recente è quella delle Filippine – si sono espresse in favore dell’uso del preservativo all’interno del matrimonio nel caso che uno dei coniugi sia affetto da AIDS; in tal senso aveva parlato qualche anno fa il cardinale Martini. Per ora, queste posizioni sono state rifiutate dalla gerarchia.
Quello che la Chiesa vuole fare, e in linea di principio mi sento di dire che ha anche senso, è spostare la sensibilità delle persone da una visione frammentaria dell’essere umano (dove si scindono affettività, sessualità e procreazione, come se si potesse spezzettare l’io amando uno, facendo l’amore con un altro, e facendo figli con un terzo) a una visione olistica, dove le funzioni sono esercitate congiuntamente. A titolo puramente personale, ritengo che l’uso di contraccettivi all’interno di un matrimonio non sia una minaccia forte all’unitarietà della persona, ma questa è appunto un’opinione personale, che non era l’oggetto del dibattito che stiamo avendo. In generale, la Chiesa cerca di ergere barricate contro un doloroso “spezzatino” della profondità degli individui, peraltro essendo l’unica voce che supera certe ipocrisie per cui un’etica sessuale come quella secolare contemporanea non produrrebbe esattamente questo (quante menzogne, mezze verità, piccoli e grandi inganni, dolore, colpi all’autostima, e nei casi peggiori vere e proprie tragedie si associano all’irresponsabile uso delle facoltà sessuali?).
Poi uno può essere d’accordo o meno sul fatto che il preservativo in Africa sia inopportuno; io ad esempio non sono d’accordo. D’altronde vedo il problema logico di sostenere una posizione a pezzi e bocconi. Qui potrei dilungarmi sugli effetti (provati in letteratura) dell’equilibrio affettivo e sessuale sul benessere soggettivo delle persone, o su alcune ovvietà per cui nel contesto di un’unione coniugale esclusiva è molto più difficile andare incontro a malattie sessualmente trasmesse, ma sarebbe ancora un altro discorso.
Gentile Topina, l’articolo non intendeva illustrare le sue – tutto sommato passabili – opinioni in materia di etica matrimoniale e riproduttiva, ma appunto quella struttura olistica di là dalla quale non si è cattolici o, come lei abbondantemente documenta, cattolici non obbedienti (che sarebbe come una contraddizione in termini). Mi pare che sia facile e comodo – disonesto sul piano argomentativo, provocatorio tenuto conto che siamo nell’Anno Paolino – venirci a descrivere la Chiesa cattolica come un ventaglio di pluralità nel tempo e nello spazio. L’inculturazione non può e non deve permettersi – così secondo dottrina – rompere quella struttura olistica che sta nell’unum sentire che affida il “corpo” mistico di Cristo (cioè la sua Chiesa) alla guida del suo “capo”. Che poi la dottrina non sanzioni un “wow!” al momento dell’orgasmo, non mi pare abbastanza per dire che la sessuofobia rimane: sta nell’averne paura in ogni forma che non sia (almeno potenzialmente) fertile.
E poi – consenta – c’è un bel po’ di confusione anche nella Humanae vitae: forse che prendere la temperatura basale con un termometro, per sapere se quel periodo del ciclo è fertile o no, non è un intrusione tecnica? La tecnica che disumanizza la “natura” non sta anche nei cosiddetti “metodi naturali”? Diciamo piuttosto che: (1) Voler fare la mater e la magistra su cose che i chierici non praticano e di cui hanno conoscenza solo attraverso la confessione (e di tizi e tizie che la ritengano necessaria per quella forma di senso di colpa che vien detto “peccato”) – questa pretesa, dico, è storicamente fallimentare. E l’excursus storico da lei abbozzato non fa che dimostrarlo con questo continuo oscillare tra repulsione della carne e suo travisamento. Scopassero, ’sti cosi in mozzetta, prima di venirci a fare la lezione sulla fellatio, sul coito anale e la copula santa. O stessero zitti, come rimaniamo noi dinanzi all’esperienza mistica della quale Dio non volle farci partecipi, condannandoci al nostro basso materialismo di laicisti. (2) Lei, Topina, scrive che “nel contesto di un’unione coniugale esclusiva è molto più difficile andare incontro a malattie sessualmente trasmesse”. Questo dovrebbe fare forte la dottrina che fa della fedeltà matrimoniale un pilastro del sacramento? C’è un sacramento come quello del sacerdozio che prescrive anche il farsi martirizzare, nel caso sia necessario: come vede, non è l’integrità fisica lo scopo posto a ciò che fa di una “relazione” (Dio-uomo, maschio-femmina) il substrato del sacramento. E poi, giacché a un coniuge non consigliato di bere solo dai bicchieri di casa per evitare di beccarsi al bar una mononucleosi o un’afte bollosa, quale profilassi mi assicura questo sesto comandamento?
“La tecnica che disumanizza la “natura” non sta anche nei cosiddetti “metodi naturali”?”
C’è – a mio avviso – una differenza sostanziale. Se una coppia usa metodi naturali, in certi periodi non fa sesso. Quindi non c’è scissione tra sessualità, affettività, procreazione: semplicemente ci si astiene da certe attività. Detto in termini più bassi, che forse mi piacciono anche di più, è vero che non si fanno figli, ma si paga in astinenza. Insomma non c’è il pasto gratis. Cosa che mi rende tali metodi assai meno sospetti (comportano un sacrificio, non possono essere self-serving).
Sull’introdurre le conseguenze materiali (integrità fisica) della fedeltà coniugale, mi son resa conto poco dopo aver mandato il post che stavo sbagliando tono del discorso; mi stavo infatti avventurando in quel terreno minato che è l’immanentismo, il “centuplo quaggiù” e il premio in terra delle condotte virtuose. Argomento sul quale non ho capito assolutamente niente nonostante ci rifletta da qualche anno, quindi mi rendo conto che l’affermazione non era sensatissima dal punto di vista teorico. E’ pur vero però che molti critici dell’etica sessuale cattolica – non necessariamente chi scrive qui, dico in generale – fondano la propria opinione sulle conseguenze materiali (ad es. se il preservativo non fosse vietato ci sarebbero meno contagi per AIDS), quindi non è del tutto fuori luogo rispondere anche a quell’obiezione.
Tra l’altro su questo:
“cattolici non obbedienti (che sarebbe come una contraddizione in termini)”
Penso che non lo sia affatto. Essere cattolici non vuol dire essere santi, quindi quasi tutti i cattolici sono, una volta o l’altra, più spesso molte volte o l’altra, disobbedienti.
” Detto in termini più bassi, che forse mi piacciono anche di più, è vero che non si fanno figli, ma si paga in astinenza. Insomma non c’è il pasto gratis. Cosa che mi rende tali metodi assai meno sospetti (comportano un sacrificio, non possono essere self-serving).”
Però, Topinamburs, non è bello programmare anche i “rapporti sessuali”…non credi?