di Mariangela Vaglio (Galatea)
postato alle 18:13 del 6 Ottobre 2008 in CulturaTorna alla home

Alcuni programmi sono inquietanti perché lo spettatore non riesce a decidere se sono lo specchio della società che ritraggono oppure il più becero esempio di come la tv, per stanchezza, si stia rifugiando in stereotipi ormai inaccettabili persino per i teledipendenti più passivi; e in ciascuno dei due casi, c’è di che preoccuparsi.

 

“Senza satellite”: la rubrica-antologia di tutto quello che si è costretti a vedere quando non ci si può permettere la pay-tv.

 

In questa categoria va a insediarsi come vincitore assoluto Il ballo delle debuttanti, il reality show condotto da Rita Dalla Chiesa, peraltro anzitempo giubilato per mancanza di spettatori. Ora, da quando in Italia è stato importato il reality ci siamo già abituati ad avere programmi che, all’interno del genere, coprono l’intera gamma che va dall’orribile all’imbarazzante. Ma il Ballo delle debuttanti va ben oltre queste trite categorie, sbaraglia ogni possibile concorrenza, perché non si nobilita in qualche modo, come almeno altri tipi di reality riescono a fare, divenendo un’apoteosi del trash. No, il Ballo è la quintessenza di quello che in Veneto viene battezzato “vorìa ma no posso“, cioè mi piacerebbe ma non ce la fo: insomma, per dirla a chiare lettere, un disastro.

UN PREMIO D’ALTRI TEMPI - Per metterlo insieme, si è chiaramente giocato sull’effetto Frankestein, pescando pezzi un po’ qui e un po’ là dai fratelli maggiori di successo e cucendoli assieme alla bell’e meglio: c’è il ballo e ci sono le squadre, come ad Amici, ma di sole ragazze. Che dovrebbero essere fiorellini sognanti, perché il premio in palio per chi vince è la partecipazione al gran ballo delle debuttanti di Vienna, un ambiente che richiama Sissi, con valzer di Strauss in sottofondo, begli ufficiali e crinoline. Un sogno, anzi il sogno perfetto di qualsiasi ambiente piccolo borghese d’anteguerra, in cui la mamma, alla sera, ascoltando la puntata del radiodramma, sospirava immaginando la figlia danzante con un bell’ufficiale, possibilmente aviatore. Un premio, dunque, adatto all’epoca dei telefoni bianchi, forse, e anche lì ci sarebbe stato da discutere, dato che persino il Duce in persona, come figlia, s’era poi allevato Edda, e non una mammoletta sospirosa. Invece, secondo le geniali intuizioni degli autori del Ballo, le toste ragazze del 2008, quelle venute su, per dire, a pane e gossip su Briatore, sarebbero disposte a far follie per una serata in stile Cecco Beppe. Mah.

SCONTRO FRA TITANI - Siccome però bisognava dare mordente alla gara, ecco introdurre la competizione a squadre, cioè fra le ragazze Chic e le Pop, affidate le une alle cure di un maestro di danza simile a un Dracula buttato fuori dal suo sacello, e le altre a un ballerino di street dance adatto a introdurre le sue protette, al massimo, in un video di Puff Diddy. Difficile che lo spettatore potesse trovare interessante la contrapposizione fra i due gruppi, anche perché la ragazze Chic erano simpatiche come un attacco di diarrea, le Pop fastidiosamente vittimiste come Berlusconi quando canna una dichiarazione. La gran parte della striscia pomeridiana si giocava sulle Chic, che, diritte ed impuntute come se avessero perennemente un manico di scopa non si può dire dove, facevano smorfiette di disgusto per i comportamenti delle avversarie (qualcuno glielo avrebbe dovuto dire alle ragazze, che comportarsi così non è Chic, è da sioretta di provincia: non fa Audrey Hepburn, fa solo casalinga frustrata), mentre le Pop, sedute a gambe larghe, con addosso abitini alla Christina Aguillera prima della ripulitura e strascicando una gomma in bocca, si lamentavano perché tutte le consideravano buzzicone, la giuria ce l’aveva con loro, le Chic ce l’avevano con loro, il mondo ce l’aveva con loro, e via piagnisteando.

PRESUNTI GIUDICI STARNAZZANTI - Ma c’era qualcosa ancor peggio delle concorrenti, e cioè la giuria. La presidente era Platinette, ma, lasciatemelo dire, era quella che ci faceva la figura più sobria ed elegante: figuriamoci il resto. Perla di questo parterre in cui cianciavano presunte esperte di stile o di non si sa bene cosa, era infatti Emanuele Filiberto di Savoia, convocato in quanto principe, dacché sfuggono quali altri meriti possa vantare in tema di galateo. Costoro, che già dimostravano una assoluta incapacità ad aprire bocca senza darsi sulla voce e litigare come comarette al mercato rionale, avrebbero dovuto insegnare alle ragazze il comportamento in società. Povere creature, tanto valeva mandarle dalla Sora Lella, che almeno le avrebbe “imparato” come fare un’amatriciana decente.

IN MEZZO A TUTTO QUESTO SFACELO - C’era Rita Dalla Chiesa, che, in quanto figlia di un militare, si sentiva in dovere di pensare che le ragazze non possano sognare altro che di ballare con un cadetto, come se davvero nel mondo di oggi il ballo a corte o in accademia militare potesse rappresentare, per una donna, il primo contatto con la vita di relazione sociale. Felicemente cieca, per obbligo di contratto, di fronte a fanciulle che al massimo, sognano di diventare Jennifer Lopez (o, se sono Chic, Gwineth Paltrow, ma solo per impalmare una rockstar), la nostra ripeteva ogni piè sospinto che le ragazze con il ballo avrebbero fatto il loro ingresso in società. Peccato che le fanciulle, ormai, in società debuttino a quindici anni, facendo le cubiste in discoteca: le Pop, si presume, in quella di borgata, le Chic forse a Porto Cervo; ma entrambe, statene certi, se incrociano per caso un principe, non gli chiedono notizie del suo blasone, ma solo se può raccomandarle per un’ospitata a Veline. Con buona pace di Sissi, e dei valzer di Strauss.

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