Saluteremo il signor padrone

28 maggio 2010

Pochi giorni fa Mario Farina ha licenziato Antonio e Gianni Cipriani per giusta causa. I Cipriani erano i direttori di DNews. Di più, DNews era una loro creatura. Farina, amministratore della Mag Editoriale srl, ha mandato una mail con il benservito. E ora continua a chiamarsi così: DNews. E fa un po’ ridere ricordarsi che DNews è un free press. Che certo significa che non lo paghi, non che sia necessariamente “libero”. Invece DNews era anche un giornale libero: ci ho scritto per molti mesi, ci ho scritto tutto quello che ho voluto senza che mai una parola o una virgola fossero cambiate o sottolineate con un commento o una smorfia. E come me tanti altri.

I significati delle parole sono mutevoli, a volte capricciosi. Qualche volta sono stravolti volontariamente per lasciare intatta solo la forma o per dissimulare la realtà. Tanto più il dominio è ampio, tanto più i fraintendimenti sono facili e, se ricercati, sono perversi. “Libertà”, ancora questa parola, offre un buon esempio. Basta pensare a come sia stata stravolta nel nome della coalizione al governo: il “Popolo delle Libertà”, ovvero “facciamo un po’ come cazzo ci pare” nella convincente interpretazione di Corrado Guzzanti e Neri Marcoré. Allora si chiamava “La casa delle libertà”, ma lo slogan funziona anche con il popolo.

Se poi dopo “libertà” aggiungiamo “di stampa” la situazione diventa ancora più bizzarra. La libertà di stampa nel Paese Italia. Uno strano animale, un ossimoro ben vestito, un’ombra leggera. Una libertà stritolata da una distribuzione delle carte truccata. C’è il banco, insomma, che la fa da padrone. Ma è tutto in regola, nessuno protesta (non è proprio vero, ma la protesta non è abbastanza forte e diffusa). Perché sono in molti a guadagnarci da quella mano truccata. E da quella successiva e da quella ancora dopo.

Va tutto bene. Il mazzo è truccato, molti dei giocatori sono uomini del banco, il banco bara, ma ognuno ha il suo grande o misero tornaconto e l’assurdità non viene quasi più nemmeno vista. Ci si può forse illudere che il banco – se ha totale “libertà” – non faccia uso del mazzo truccato? Che non inciampi nella tentazione di mettere le mani sulla vincita? Che non manipoli i suoi uomini, magari con uno sguardo o un sopracciglio alzato?

Non siamo sciocchi. Se anche il banco fosse la persona più onesta possibile nel migliore dei mondi possibili la partita dovrebbe andare a monte. Anzi, non sarebbe dovuta cominciare. Come se il padrone di una squadra di calcio possedesse anche l’associazione degli arbitri. Come se il padrone di una casa editrice possedesse quasi tutte le altre case editrici concorrenti, nonché molti dei quotidiani, settimanali, mensili e fascicoli a puntate.

Come se il padrone di molti mezzi di informazione (informazione?) fosse capo dello Stato. Accettare di sedersi al tavolo e di giocare a quelle condizioni significa accettare tutto questo. Alzarsi da quel tavolo sempre più spesso è una protesta autistica, ma chi accetta di essere vittima di un inganno è complice del farabutto.

3 commenti a Saluteremo il signor padrone

  1. Serena Valietti

    Cara Chiara,
    bello leggere queste righe.
    Le condivido in pieno.

    Anche io come te ho scritto per DNews. Mi sono avvicinata ai Cipriani con Epolis e l’ho lasciato quando loro l’han lasciato. Ho condiviso l’entusiasmo di un nuovo progetto come DNews fin dal primo numero ed è sempre stato un onore per me lavorarci.

    Niente censure, un taglio fresco e accattivante, una voce fuori dal coro, un giornale in cui ho creduto e che è stata realmente una creatura dei Cipriani e per me lo rimarrà sempre.

    E’ inutile, non è la testata, ma sono i giornalisti a fare il giornale, anche se si chiamerà ancora DNews non sarà più la stessa cosa. Sono però certa che i due fratelli ancora una volta avranno l’entusiasmo e la professionalità di non smettere di combattere con la penna e di portare avanti la loro idea di un’informazione libera e puntuale, come quella che hanno sempre regalato ai lettori.

    E chiudo citando Nitin Sawhney, un artista che amo molto…”from oppression comes expression”.
    Se è vero che più si cerca di far tacere le persone, più queste avranno caparbietà e voglia di far sentire la loro voce – come credo – allora è solo questione di tempo per i due Cipriani, che sono certa troveranno un nuovo megafono al più presto.

    In bocca al lupo a tutti i giornalisti e a chi ha a cuore un’informazione senza bavaglio, ai Cipriani e a voi di Giornalettismo che seguo sempre con piacere e con grande stima.

    Serena Valietti

  2. Marcello

    Conosco niente della storia di DNews, ma mi fido di Chiara Lalli (semplicemente mitica: se riesco a incontrarti a qualche evento ti chiederò un autografo, imbarazzandoti moltissimo). Solo che mi manca un pezzo. Se io fondo una testata, nessuno mi può licenziare. Cioè, se fondo una testata ed è mia, sono il padrone di me stesso, nessuno mi può licenziare. In Italia c’è poca libertà di stampa, però tra le poche cose prese sul serio c’è il diritto di proprietà (con eccezioni, ma accontentiamoci). Se questo signor Farina ha licenziato i due signori Cipriani vuol dire che la testata è sua. Devo presumerlo da quanto leggo nell’articolo. Come sia possibile che il signor Farina possieda una testata fondata dai signori Cipriani è cosa che tenterò di scoprire, ma di certo è assolutamente possibile e compatibile sia con lo stato di diritto, sia con la libertà di stampa.
    Ora divarichiamoci dalla normalità e andiamo nel mondo delle possibilità astratte, terreno sul quale gli italiani sono semplicemente imbattibili. Se io licenzio i due fondatori della mia testata vuol dire che ritengo che la mia testata andrà meglio (venderà, sarà più letta, avrà più inserzionisti) senza di loro. Questo può accadere per mille motivi che solo in parte hanno a che fare con il talento dei signori Cipriani. Questo è un comportamento razionale; se faccio una valutazione sbagliata, la competizione tra testate mi punirà, e il mio giornale chiuderà, oppure gli azionisti mi licenzieranno. Se azzecco la scelta, la testata andrà meglio e la mia retribuzione aumenterà (grazie a dio non sono un impiegato statale!). Ma Chiara sembra dirci qualcosa di diverso: che il benservito non ha una logica economica, ma ha a che fare con il tentativo di limitare la libertà di stampa. Possibile: presuppone che il signor Farina tragga dal fare contento qualche potente di turno più vantaggi di quelli che gli verrebbero dal gestire bene la sua testata. Possibilissimo, in questo paese in cui la libertà di stampa è scarsa perché la popolazione stessa non ne sente un gran bisogno. Però questa ipotesi interpretativa rimane un’ipotesi, l’articolo mi è oscuro, è allusivo, cita Guzzanti (grande e azzeccata la citazione, ma che c’entra?). Chiara, potresti essere un po’ più chiara?

  3. giuseppe salinetti

    Anche io sono stato una vittima inconsapevole di Mario Farina,spietato industriale che asfalta chiunque gli dica un semplice no,ero stampatore presso la Litosud,i contrasti tra noi nacquero sin dalla mia assunzione,ci faceva lavorare in condizioni pietose,macchinari e ambiente fatiscenti,si limitava a tenere 3 operai che plagiavano gli altri a rimanere sottomessi,a corrompere sindacalisti per non darci poche lire di aumento, (parlo degli anni 1996-1198 ),con uno statagemma mi convinse ad andare a lavorare presso il quotidiano Il Tempo,dove mi licenziarono 3 mesi dopo con giusta causa accusandomi ( ingiustamente ) di aver minacciato un collega,in accordo con il corrotto direttore Paolo Bersanelli e offrendo 80.000 euro ( eravamo nel 2004 ) al mio avvocato dott.ssa Serrao per perdere ( con dolo evidente ) le varie cause di giudizio ! Massima solidarieta’ per i Cipriani

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