postato alle 13:57 del 3 Ottobre 2008 in CulturaTorna alla home

Buongiorno a tutti. Sono Giuseppe “Pino” Nicotri. Intanto ringrazio il collega Alessandro D’Amato, Gregorj, per avermi chiesto di occuparmi di Giornalettismo e per le parole con cui ha voluto dare la notizia del mio arrivo, entrambe prova di stima e fiducia. Gregorj ed io ci siamo incontrati perché ci siamo occupati e ci occupiamo entrambi del scomparsa di Emanuela Orlandi, un “mistero” che riesplode ciclicamente. Ci siamo cioè incontrati per questioni di giornalismo, e di giornalismo inchiestista, investigativo, piuttosto scomodo e a volte periglioso, non di giornalismo compiacente, partitico, parapartitico o comunque “politico”. Poi vorrei subito rassicurare tutti: Alessandro è e resta uno dei principali, se non il principale, creatori di questo giornale on line, la persona che più si è sbattuta e più ci ha creduto. Che io inizi a occuparmi di Giornalettismo non significa affatto una diminuzione del ruolo o dell’importanza di Gregorj: se sperava di potersene andare in ferie o di fare pennichelle pomeridiane, s’è sbagliato…. Insomma, pur – ahimè - molto diversi per età, ci siamo incontrati su un terreno comune a entrambi: fare giornalismo più rompendo le scatole che cercando di renderci simpatici, più guardando cosa c’è sotto i sassi che limitandoci a descriverne l’aspetto esterno. E magari qualche sasso anche tirandolo  in testa a chi proprio se lo merita, a chi magari si merita una intera sassaiola anziché una sola sassata.

Ciò detto, ritengo che oggi in Italia, ma non solo in Italia, ci sia uno spazio enorme per la circolazione delle notizie e per il loro approfondimento, insomma uno spazio enorme per il giornalismo. I telegiornali delle fin troppe tv del Bel Paese sono in blocco privi di notizie, di notizie che non siano riverenza o pubblicità per Tizio o Caio o Sempronio, meglio se cavaliere o con almeno un po’ di odore d’incenso e acquasantiera. Ci sono programmi di dibattito e di approfondimento, ma eccetto un paio di lodevolissime  eccezioni, si tratta di approfondimenti per modo di dire, dibattiti quasi sempre chiacchiera da salotto o populista, che sono poi i due lati della stessa medaglia: “menare il torrone”, come si usa dire da qualche parte. A guardare le molte televisioni del nostro Paese ci si convince che siamo un popolo di belli e di bellone, insomma di fighi e strafighe, di “ggiovani”, tutti ricchi e famosi, oltre che “griffati”, ci si convince che l’Italia e l’Isola dei Famosi sono la stessa cosa.

Ci si convince che siamo uno stivale pieno di Amici, oltre che di preti buoni alla don Matteo, dove i carabinieri e le soprattutto le carabiniere, i poliziotti e soprattutto le poliziotte, i finanzieri, ecc., sono sempre e solo efficientissimi, bravissimi, intelligentissimi, umanissimi, e ovviamente eleganti, strafighi e strafighe. Se l’Italia è fatta così, non ci capisce perché i ministri La Russa e Maroni debbano ricorrere all’esercito nelle città…. A suo tempo ci sono cascati perfino gli albanesi, arrivati qui a decine di migliaia e decisi ad arrivarci con qualunque mezzo, spesso rimettendoci la vita, convintissimi com’erano dalle nostre tv che il nostro è il Paese di Bengodi. S’è visto! I giornali di carta stampata sono di fatto solo il retro di un manifesto pubblicitario, perché è il numero delle inserzioni pubblicitarie e non i fatti e le notizie a determinare il numero della pagine dedicate agli articoli, che comunque non possono eventualmente contrariare troppo l’inserzionista. E in ogni caso ormai gli editori di giornali non sono più solo editori, ma anche finanzieri, industriali, imprenditori dei tipi e dei settori più vari, che usano il proprio giornale o la propria quota di giornale come vetrina per se stessi o come taxi per i propri affari o come strumento per tacere sulle proprie magagne anziché per parlare delle magagne di tutti. La Stampa e il Corriere della Sera non hanno mai potuto e non possono fare inchieste serie sulla Fiat e sulla qualità delle sue auto, così come oggi il Corriere non può parlare come forse sarebbe il caso delle imprese di Salvatore Ligresti, uno dei suoi proprietari. E se il “salotto buono” annovera impresari e gentiluomini come Ligresti, e se ha rischiato di vedersi accomodare sui suoi divani i “furbetti del quartiere“, chissà cosa saranno i salotti cattivi, peraltro sempre più numerosi. Il Giornale non può dire la sua come dovrebbe non solo sul suo padrone ufficiale, Paolo Berlusconi fratello di Silvio, ma neppure su Silvio e la marea di bella, brava e onesta gente di cui da sempre e solo si contorna. Idem per Repubblica e L’espresso, che una volta era L’Espresso: non ci leggeremo mai una inchiesta seria sugli affari di Carlo De Benedetti, per non dire su quello dei suoi figli, anche loro miracolati dalla sorte come i vari Agnelli e berluschini. Le genuflessioni dei mezzi di comunicazione non deve avere avuto un ruolo secondario nel fatto, tutto italiano, che le grandi dinastie imprenditoriali da noi vanno in vacca al più tardi alle terza generazione, con la già seconda più intenta a godersi la vita e la fortuna accumulata dai padri fondatori che a fare l’interesse aziendale e generale.

Idem per i giornali di sinistra, che difficilmente possono fare analisi sulle incapacità e a volte magari disonestà delle propria “aree di riferimento”, ma anche dei propri politici “di riferimento”, e relativi amici e amici degli amici. Ognuno ha i suoi furbetti. A volte anche qualche furbone. Non è certo un caso se il rinnovo del contratto nazionale collettivo di lavoro dei giornalisti non va in porto da ormai quattro anni, e non si può escludere neppure che di contratto nazionale non se ne parli proprio più, morto e sepolto, così come del resto si tenta di fare per altre professioni e lavori. il guaio però non è solo la distruzione dei contratti nazionali e il degrado dell’informazione di massa. Il guaio è molto più grande: è già iniziata la concorrenza epocale, non solo economica, da parte di giganti come la Cina e l’India, cui presto si aggiungeranno il Brasile, un blocco di Paesi dell’America latina ricchi di petrolio, il blocco sciita dell’Iraq e dell’Iran, dalle risorse formidabili non solo petrolifere, ma anche intellettuali e potenzialmente industriali, forse anche un blocco facente capo al Marocco. Per quanto riguarda l’Italia, dobbiamo aggiungere che la Spagna ci ha superato di corsa, che dipendiamo troppo dalla Germania, che gli Stati Uniti non hanno più bisogno di noi come baluardo verso l’Est comunista, e semmai nel sud del Mediterraneo oggi contano più su Israele che sull’Italia. Se questo è il quadro che abbiamo davanti, noi in casa NON ci stiamo preparando affatto ad affrontarlo. In Italia infatti NON si investe nella scuola e nelle Università, NON si investe cioè sui giovani, NON si investe nella ricerca scientifica e nell’ammodernamento del mondo produttivo, NON si investe nella formazione professionale dei lavoratori, ridotti sempre più a mano d’opera decontrattualizzata, o contrattualizzata a tempo determinato, e sempre meno a lavoratore professionale contrattualizzato, e a tempo indetereminato. In poche parole, NON si investe sul futuro.  Il mondo dà l’assalto all’Occidente e all’Europa, quindi anche all’Italia, ma l’Italia non si prepara a fronteggiarlo. Restiamo fermi: seduti davanti alla tv. Ma restare fermi nel mondo che continua a girare significa in realtà restare indietro, venire quindi retrocessi…

In questo panorama di notevoli guasti, i “giornaletti” come il nostro Giornalettismo e i “giornalettisti” come noi possono svolgere un ruolo prezioso, riempendo con una miriade di iniziative – che una volta si sarebbero dette “spontanee e di base” -  il vuoto provocato e tralasciato dai grandi mezzi di comunicazione, diventati di fatto i grandi mezzi di comunicazione sì, ma pubblicitaria. Questa è diventata – forse purtroppo - l’epoca dei Grillo parlanti, e scriventi, come ha dimostrato anche Beppe, che ha comunque anche lui un ruolo positivo. Visto che i professionisti lasciano molto a desiderare, anche i dilettanti diventano preziosi, più di quanto ci si potrebbe aspettare dal fatto che sono appunto “solo” dilettanti, se fanno dignitosamente la loro parte, con professionalità. Se lo sport del ciclismo professionista è minato dall’uso del doping, il ciclismo dilettantistico e quello della domenica diventa essenziale per non far morire l’uso della bici. Oggi si può dire che anche i grandi mass-media sono dopati, condizionati da doping di vario tipo. Ecco quindi che per i non dopati  - e non dopabili a causa delle piccole dimensioni - si aprono spazi e prospettive, nicchie utili a loro e al più vasto mondo dei lettori, cioè dei cittadini della repubblica italiana. Un insieme di nicchie non dopate e non dopabili finisce col costituire un grande spazio libero da doping.  

Certo, la pubblicità non fa schifo neppure a noi giornalettisti, anche perché pure i giornaletti costicchiano, ma ognuno di noi è già inserito in qualche settore produttivo, dal quale può fare le pulci sia al proprio ambiente che al circondario. Un eventuale e sperato “arrotondamento” non sarebbe certo disprezzato, ma la partita può essere giocata solo ed esclusivamente se si fa un buon prodotto, se cioè – pur nel nostro piccolo e pur restando “giornalettisti” - si riesce a fare giornalismo. Altrimenti si resta nella palude, già affollata di suo. Ma mi sto dilungando e non vorrei pensaste che io sono una persona così seria… Né che mi illudo di salvare io o noi l’Italia. Voglio solo dire, in sintesi, che c’è da continuare a rimboccarsi le maniche. Termino dicendo che spero di potermi rendere utile anche ai giovani e giovanissimi che animano Giornalettismo scrivendone gli articoli. Loro mi potranno aiutare a vedere il mondo con meno paraocchi, guardando più avanti che indietro, io forse li potrò aiutare a dire la propria in modo più efficace.

Un saluto a tutti. E grazie di cuore.

Pino Nicotri 

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