di Pietro Marmo (marblestone)
postato alle 10:00 del 5 Ottobre 2008 in CulturaTorna alla home

Giorgio scendeva lentamente le scale, con le mani in tasca e la borsa a tracollo che gli tirava malamente la giacca. Con lo sguardo fisso, perso nel vuoto, ripensava a quelle maledette scadenze che né lui né l’impegno dei suoi riuscivano a far sembrare accettabili, in qualche modo plausibili. Si avviò verso l’uscita tra i corridoi vuoti, le luci dei neon inutilmente accesi, i computer che lasciavano scorrere frasi e immagini senza senso. In una stanza si sentivano voci di giovani che sacrificavano cena e affetti allo straordinario e alla chimera di una carriera veloce. Li salutò in silenzio, agitando affettuosamente la mano, sentendosi in colpa per non essere l’ultimo ad andarsene, l’ultimo ad abbandonare la barca. Si avviò verso l’auto. Aveva fatto tardi e, se anche avesse dato fondo all’acceleratore, non sarebbe riuscito ad arrivare a casa per cenare con i bimbi, forse nemmeno a dargli il bacio della buonanotte. Lanciò la giacca sul sedile di dietro e dedicò quello anteriore alla borsa del computer. Tanto valeva accendere il piccolo schermo, annegato nel cruscotto di radica, sul telegiornale della sera, su notizie tragiche e sconfortanti che gli facessero dimenticare le angosce lavorative. Si appoggiò comodo al sedile e cercò di sintonizzare la tv. Niente. Usò telecomando, manopole analogiche, tasti di memoria, combinazioni casuali. Niente, pareva proprio difettosa.

Sbuffò deluso. Meglio avviarsi. Lo schermo si accese. Cominciò a mostrare immagini confuse, come quelle delle telecamerine nascoste, di un uomo che camminava. Giorgio fermò l’auto, incuriosito. Era di certo uno scherzo, o una spiata che gli volevano mostrare. Quell’uomo lo conosceva bene. Era uno dei suoi operai. Lo stimava, era in gamba. Riusciva a coinvolgere e guidare gli altri; entrato nel sindacato, stava facendo carriera. Quando le cose si mettevano male, quando c’erano delle teste calde che davano problemi, si parlava con lui, si prometteva qualcosa e lui partiva. Non si era mai chiesto quanti di quei soldi entrassero nelle sue tasche e quanti fossero necessari per comprare i rivoltosi. Comunque il problema era risolto, in poco tempo, per il bene di tutti, dell’azienda e degli operai. Ora lo vedeva lì, con la sua faccia sicura e un po’ arrogante, il sigaro tra le labbra, salire sul pulmino aziendale per tornare in centro. Un operaio più giovane gli aveva ceduto a malincuore il posto e lui lo aveva ricompensato con un sorriso di superiorità e uno sbuffo di fumo in faccia. Scese in un quartiere elegante con lo stesso sorriso beffardo, con la stessa bocca deformata dal sigaro con cui era salito.

Piano piano quel sorriso perse la sua spavalderia e si trasformò in un senso di schifo, in uno sputo di rabbia. Prese un fazzolettino di carta, ripose il sigaro ormai spento e, con un’espressione furtiva, lo nascose nel fondo della borsa. Il suo viso si rattristò, gli occhi si abbassarono e, lentamente, andò a bussare al citofono: “Mamma sono io.” Il monitor di Giorgio continuò a mandare scene rapide, il saluto ossequioso del portiere, le scale di marmo, il bussare ad una porta blindata e, dopo l’ingresso, una a vetri, antica, la madre premurosa che gli prendeva la sciarpa e gli indicava lo studio paterno, un vecchio con i baffi, un sigaro sprezzante e la cornetta appoggiata alla testa: “Scusa un attimo. A quest’ora ti presenti?” “Babbo, sono appena uscito da lavoro!” “Ah, il lavoro! Beh a quest’ora non mi servi più. Pronto? No, niente, era mio figlio, l’operaio! Dove eravamo rimasti? Ah si, ci portano in Cassazione. E allora?

L’ultima immagine lo ritraeva a testa bassa, sulla soglia dell’ufficio paterno, guardare dubbioso la porta di uscita. Per un attimo parve voler andare, ma poi si girò, tolse il cappotto e si avviò verso il soggiorno, da dove gli applausi per il concorrente dell’ultimo quiz arrivavano zittiti. Giorgio guardava esterrefatto il monitor. Alla faccia della persona in gamba! Un figlio di papà senza polso e dignità! Le immagini sul monitor cambiarono soggetto: un altro dei suoi dipendenti, Cecco. Un buontempone, sempre allegro, sempre a scherzare con gli altri. Un buon elemento, non eccelso, ma che faceva il suo dovere. Le immagini lo ritraevano nel pulmino verso il centro mentre prendeva in giro un operaio con i pantaloni troppo corti. Giorgio sorrise, si unì virtualmente al saluto dei suoi colleghi mentre scendeva in una zona nuova, ai limiti della periferia, e camminava verso un palazzo bianco, finestre verdi e un piccolo cortile con giardino. Il sorriso si spense appena voltato l’angolo, l’andatura larga e scanzonata lasciò spazio ad un mesto trascinare i passi, scalciando pietre con il capo chino e l’occhio all’orologio. Entrò nel palazzo, salì al secondo piano e aprì. Una donna minuta, i capelli disordinati e una tuta scomposta, gli si avvicinò scuotendo il capo: “Non ce la faccio più, mi dispiace, ma proprio non ce la faccio più.” Si avvicinò ad abbracciarla: “Vai a riposare, ora ci sono io.” Lei si abbandonò all’abbraccio senza ricambiarlo, alzò lo sguardo annuendo e scomparve veloce in un’altra stanza. Cecco si avviò verso un corridoio da dove urla lancinanti, disumane e continue, si avvicinavano aumentando intensità e paura.

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