Un’altra Grecia è possibile
05/05/2010 - Il piano di salvataggio per il paese ellenico potrà pure funzionare, ma i pesanti debiti pubblici di altri paesi potrebbero creare problemi in un futuro non troppo lontano. In Europa e anche altrove “Questa crisi è un videogame. Ogni volta
Il piano di salvataggio per il paese ellenico potrà pure funzionare, ma i pesanti debiti pubblici di altri paesi potrebbero creare problemi in un futuro non troppo lontano. In Europa e anche altrove
“Questa crisi è un videogame. Ogni volta che sconfiggiamo un mostro ne arriva un altro più forte”. L’analogia, ormai usatissima, coniata dal ministro Giulio Tremonti funziona soprattutto perché la prima ondata di crisi (quella dell’immobiliare americano) non è stata risolta, ma spostata sui conti delle banche, poi salvate dai capitali pubblici. Quindi nessun mostro è mai stato sconfitto veramente. Le debolezze si sommano e “il bubbone” ora si chiama debito sovrano. Il salvataggio della Grecia serve a ancora una volta ad evitare il peggio per le banche europee (detengono la metà di tutto il debito ellenico), ma soprattutto a spostare sui bilanci degli altri paesi la pressione sull’anello debole europeo. Il bail out concede almeno un altro anno a
Atene per tentare di riequilibrare i propri conti pubblici, in questi mesi almeno tre domande dovranno trovare una risposta: altri paesi seguiranno il destino della Grecia? Esiste una ricetta valida per i governi superindebitati? Quanto a lungo i debiti saranno il punto debole dell’Europa?
NOT SO BAD – Nel videogame “The sovereign debt crisis” ogni paese è un treno grande come il suo Pil, l’ampiezza del suo debito rappresenta la profondità del baratro in cui rischia di precipitare, il deficit annuale la velocità con cui si avvicina al bordo. Moltiplicando grandezza del treno per la velocità e per la profondità della caduta si ha un’idea dei danni di un default e di quanto sarebbero grandi gli effetti sull’economia globale. Ben sette paesi Ocse, non succedeva dall’immediato dopoguerra, hanno chiuso il 2009 con un deficit superiore al 10%, considerata una “velocità” incontrollabile: Giappone, Inghilterra, Usa, Grecia, Spagna, Irlanda, Islanda. A questi va aggiunta l’India, vale a dire che i governi che sovraintendono al 40% del Pil globale stanno prendendo dei rischi eccessivi. Tra tutti la situazione più preoccupante è quella degli Usa.
TRIPLE MENACE – Ora sono chiare le tre piaghe che colpiscono i bilanci statali: il crollo delle entrate fiscali dovuto alla recessione, i costi per i salvataggi delle proprie banche (e da ora degli altri paesi), la presenza di squilibri strutturali di lungo periodo nella spesa. Nel caso della Grecia questi ultimi sono diventati insopportabili con l’arrivo della recessione, mentre in Inghilterra sono stati i costi della nazionalizzazione delle banche a far schizzare il debito pur in presenza di un bilancio sotto controllo. L’Italia non ha avuto costi di bail out bancari e aveva un bilancio quasi in equilibrio (visti i dieci anni di avanzo primario), ma la recessione e la stagnazione economica ci costringeranno a ulteriori sacrifici. Negli Usa tutte e tre le piaghe si sono fatte sentire con forza: anche se il deficit dovesse tornare sotto il 10% quest’anno i numeri dicono che gli Stati Uniti non sono più il paese più solido del mondo (85% di debito pubblico, oltre 6 mila miliardi di dollari di debiti immobiliari garantiti dallo Stato, un debito privato al 120% del pil). Il rating AAA non è più meritato, ma non sarà abbassato perché, come ha dimostrato la Grecia, non sono più solo i debitori a doversi preoccupare della propria solvibilità, ma gli stessi creditori. Tutto il mondo ha prestato soldi agli Usa, a cominciare dal nuovo leader mondiale Cina. Rimane il fatto che gli squilibri statunitensi sono i più forti e se dovessero esplodere non ci sarà una rete di salvataggio abbastanza grande.
L’EUROPA CHE NON SI SALVA – I paesi dell’euro non possono permettersi tanta autonomia, Grecia, Spagna e Portogallo sono i primi della lista, per nessuno di loro l’entità del debito (sia in assoluto, sia rispetto al Pil) è stato il vero elemento scatenante, ad eccitare i mercati sono i deficit e la spesa strutturale. Questo spiega perché l’Inghilterra viene trattata meglio della Spagna pur avendo un deficit 2009 e un debito peggiore. A Londra le banche non dovranno essere salvate tutti gli anni, mentre Madrid non ha mostrato di saper risolvere il dilemma su come ridurre la spesa pubblica senza mandare l’economia in depressione. Tanto più che il 51% della spesa pubblica è affidata ai governi locali e quindi più difficile da bloccare. Naturalmente la miglior accoglienza sui mercati non eviterà al Regno
Unito un duro periodo di tagli affidato alla nuova maggioranza conservatrice (curiosamente il livello del debito pubblico rispetto al Pil è tornato dove lo trovò Margaret Tathcher nel suo primo mandato). Il Portogallo seguirà la via della Grecia (ha un disavanzo primario del 3% e del 9,4% complessivo), ovvero l’Europa imporrà un ridimensionamento pesante. Le misure draconiane imposte ad Atene su tasse, pensioni e stipendi sono il vero portato finale della crisi: lo spostamento dai mercati del credito (gli spread e i tassi d’interessi) delle differenze competitive tra le economie che hanno la stessa moneta. Nel 2008 la Grecia aveva un reddito pro capite a parità di potere d’acquisto di 28470 euro, contro i 31130 della Spagna, i 30250 dell’Italia e i 35940 della Germania. Queste differenze si acuiranno nei prossimi anni, brutta notizia per i portoghesi che già partono da 22080.
L’EUROPA CHE CE LA FA – La speranza, anche in questo caso, è verde. La tigre celtica Irlandese sta risolvendo i suoi problemi senza chiedere nulla a Bruxelles. Islanda e Irlanda avevano trasformato la loro piccolezza da handicap a vantaggio. Settori pubblici poco costosi e necessità fiscali contenute le avevano trasformate in centri di attrazione per i servizi finanziari e aziendali del mondo globale. L’essere geograficamente al centro del mondo anglosassone aveva dato loro un beneficio ulteriore. La crescita eccessiva del settore finanziario rispetto al Pil ha fatto saltare i conti dell’Irlanda, ma Dublino ha già tagliato dell’8% la spesa pubblica dimostrando che la dimensione ridotta può servire anche a fermare la corsa verso il baratro più facilmente di altri. I prossimi mesi ci diranno se qualcuno di taglia più consistente saprà fare altrettanto.













Un’analisi lucida. Purtroppo sta passando l’idea che il peggio (anche nell’economia internazionale) fosse alle nostre spalle. Cosa invece non scontata, perché non solo non sono state risolte alcune delle criticità che hanno portato al deflagare della crisi, ma buona parte dell’economia mondiale è stata “drogata” dalle politiche di deficit spending e adesso bisogna cominciare a studiare come venirne fuori senza ri-cadere nella depressione
C.
Trovo interessante quel riferimento alla Thatcher.
Secondo me c’è una differenza abissale tra i due periodi storici, al di là delle analogie apparenti.
I debiti, talvolta eccessivi, accumulatisi nello sviluppo del welfare state, andavano nella direzione della perequazione sociale.
Nello scenario contemporaneo invece, l’esplosione del debito nei paesi anglosassoni è dovuta ai bail-out bancari. Sebbene la questione presenti risvolti non univoci, è indubbio che i principali beneficiari di questo debito siano state le classi dirigenti ed i centri di potere economico, così come è indubbio che i partiti socialdemocratici di tutta l’area ocse si siano rincorsi nel fare “l’interesse dei padroni” negli ultimi trent’anni, presumendo che il conflitto di classe fosse ormai superato.
Quando Zamax scrive che la Democrazia Cristiana è confluita nell’ex PCI, non s’accorge (o non vuole accorgersi) che in realtà è successo l’esatto contrario: è l’ex PCI ad essersi trasformato nella Democrazia Cristiana. In Italia, come nel resto dei paesi occidentali (vedi Labour).
Ora arrivano quelli del taglio del debito. Il problema è: chi subirà la scure che si sta per abbattere sui conti pubblici di mezzo mondo? Abbiamo visto che nell’economia globalizzata è praticamente impossibile rincorrere capitali, elusioni e privilegi in giro per il globo terrestre.
Ecco che la valvola di sfogo sono ancora una volta le classi subalterne, soprattutto se occorre agire rapidamente: tagli a spesa sociale e servizi, decurtazione dei salari, licenziamenti, precariato e schiavitù, tasse sui consumi, condoni fiscali e lotterie.
Ma nei paesi ad economia debole le classi subalterne sono già all’osso. E la gente, quando cominci a rosicchiargli pure le ossa, s’incazza. Sacrifici di una certa consistenza si possono imporre alla popolazione solo quando il sistema viene percepito come giusto, i sacrifici come condivisi e l’interesse come comune.
Guardatevi bene il trailer di Atene, perché è un’anteprima del film che vedremo sugli schermi di mezzo mondo nei prossimi anni. Un vero 3D, altro che Avatar.