di Alessandro Guerani
postato alle 11:35 del 1 Ottobre 2008 in EconomiaTorna alla home

Il crollo a Piazza Affari di ieri è spia di un momento di grave difficoltà per l’istituto guidato da Alessandro Profumo. Che adesso deve agire al più presto

Quando ieri il titolo Unicredit ha toccato il suo picco negativo, a quota 2,59 euro (– 12,69%), qualche operatore della Borsa di Milano è sicuramente andato con la memoria alle analoghe performance negative a Wall Street delle famose banche d’affari americane, quei giganti dai piedi d’argilla che sono o fallite, come Lehman Brothers, o sono state acquistate in tutta fretta,  come Merryll Lynch. Ma Unicredit, a differenza di queste ultime, è una banca commerciale, una banca fino a pochi mesi fa acclamata come campione del credito nazionale, l’unica capace col suo management di inserirsi nel gioco internazionale con acquisizioni importanti in Germania e nei paesi dell’Est. Il panico sulle sue azioni è quindi giustificato?

PICCOLI SOROS CRESCONO - Alla fine della giornata la banca ha perso quasi un sesto della sua capitalizzazione a Piazza Affari, ovvero la bellezza di sei miliardi di euro, e dieci in due giorni. Più di un operatore afferma che sul titolo Unicredit probabilmente si sta sviluppando un’ondata speculativa ribassista guidata da alcuni fondi internazionali, gli stessi che hanno messo in difficoltà pochi giorni fa la belga Fortis. In questo Alessandro Profumo, amministratore delegato di Piazza Cordusio, ha probabilmente ragione: con la pressione sul comparto credito, adocchiare quelle banche che per dimensione sono meno “agili” e difendibili di altre e che hanno un flottante in Borsa sufficiente per manovre di una certa entità, può essere un tiro al piccione redditizio. Una sostanziale riedizione di quello che fece Soros nel lontano 1992 contro le valute deboli della UE, come la nostra povera lira. Ma sicuramente perchè un gioco di questo tipo riesca bisogna comunque che i mercati già vedano di cattivo occhio un titolo.

ROE ROE DELLE MIE BRAME - Il titolo Unicredit è sempre stato sostenuto dalla pervicace volontà del management, cioè di Profumo, di fornire ROE, cioè utili in rapporto al capitale investito, di due cifre e oltre. Passati gli anni in cui bastava liquidare il patrimonio immobiliare delle tante banche incorporate, approfittando anche del boom immobiliare, per riuscire a chiudere la distanza coi risultati prefissati, la strategia di Unicredit è stata sempre più aggressiva sul mercato. Non ci riferiamo tanto alla SIV, in realtà un Conduit, che, annunciato a fine settembre con la partnership di Merryll Lynch, è stato momentaneamente accantonato. Questo “veicolo” doveva servire non per “pulire” il bilancio di Unicredit da titoli “illiquidi”, come affermato dal Sole, quanto come strumento per poter operare con maggiore agilità sui mercati mobiliari, oltre che ovviamente per motivi fiscali. Ma il problema di Unicredit è un altro: si è verificato piuttosto un utilizzo di prodotti con complessità, e commissioni, sempre maggiori nelle normali operazioni con la clientela. Già nel 2007 la vendita di strumenti di copertura sul rischio di cambio e tasso su valute estere (in special modo il dollaro) aveva infatti creato qualche grattacapo ad Unicredit, con la Consob che nell’agosto 2007 comminava multe e sanzioni varie al management

INDEX – PLAY - RESET - Il problema di oggi sono invece le polizze vita “Index Linked”, il cui rendimento è legato agli indici dei mercati azionari, e che sono garantite proprio da un sottostante emesso dalla Lehman Brothers, la banca d’affari statunitense crollata sotto il peso della crisi. Questi strumenti hanno avuto una diffusione capillare sulla rete e di conseguenza sui clienti: il budget di vendita d’istituto era infatti pari a 1 miliardo di euro al mese. E sono adesso un rebus per l’istituto: il capitale era garantito da Lehman, e qui il verbo “era” potrebbe essere tranquillamente sostituito da un “fu” visto che la società è stata dichiarata fallita; nel mentre hanno accumulato perdite, a causa dell’andamento borsistico degli ultimi mesi, superiori al 40% dell’investimento. Il dilemma è se queste perdite se le dovranno accollare i clienti, stante il default della società garante, oppure se le disposizioni di legge e anche gli obblighi morali porteranno l’Unicredit a replicare quanto fece Capitalia con i clienti a cui aveva venduto i bond Parmalat e Cirio, cioè a rifondere in parte o in tutto i soldi perduti. Stante i numeri di cui stiamo parlando questa è la chiave di volta su cui stanno facendo leva i nostri speculatori.

CORNUTI E MAZZIATI - Sul Financial Times di oggi qualcuno ha deciso di mandare qualche segnale a Unicredit: “Il signor Profumo, che ha voluto giocare con i grandi ragazzi, viene ora punito da loro“, dicono, e aggiungono “Nel clima odierno, essere una banca globale non è una grande idea; per ambizione, leggi avventatezza“. A parte l’ironia, rimane che se oggi Piazza Cordusio è in sofferenza, i motivi ci sono. Tanto che ci si aspetta una perdita-monstre - pari a quasi un miliardo di euro - per il trimestre. E le index linked rischiano di aprire un altro buco nei conti, e/o a intaccare l’aurea di accountability che ha sempre circondato Unicredit. I problemi in Germania, con l’HVB (la banca acquisita negli anni scorsi), e quelli nei mercati dell’Est completano un quadro non ancora drammatico, ma di certo molto difficile per Profumo & Co. Chiedere soldi agli azionisti con un aumento di capitale non è nel suo stile (e comunque Allianz e soci non hanno intenzione di starci), ma qualcosa dovrà pur fare per fermare l’emorragia il prima possibile. Altrimenti tutto potrebbe succedere.

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