In Inghilterra sono ormai tanti i casi di reporter sorvegliati, schedati e incriminati a causa della loro attività. Ma tra perquisizioni, minacce e intimidazioni, qualcuno sta iniziando ad alzare la testa.
Giornalisti come criminali. Impediti nel proprio lavoro dalle forze dell’ordine. Perquisiti, spiati, schedati, minacciati, allontanati in malo modo, messi in galera. E’ in pericolo la libertà di informazione, tenuta a bada, violentata da una sorta di clima orwelliano. E’ successo e succede a tanti, anche in Inghilterra. Sally Murrer,
Robin Ackroyd, Shiv Malik: tre nomi per tutti. Rubati alla propria vita all’improvviso o disposti a morire in prigione piuttosto che tradire la propria professione. Qualcuno ha vinto la sua battaglia. Qualcun altro no, o non ancora. Una lotta contro i presunti abusi di potere e di controllo di chi vorrebbe tacere o distorcere le verità del Paese. Forse il Grande Fratello c’è per davvero ma questa non è “La Fattoria degli Animali”, è uno spezzone tagliato di V per Vendetta. E’ invece quanto denunciato a gran voce dall’NUJ, l’Unione Nazionale dei Giornalisti Britannici, lo scorso otto settembre a Brighton, al Congresso dei Sindacati (TUC, Trade Union Congress).
IL LEADER - A prendere parola in sua rappresentanza una testa calda che dall’inizio di quest’anno ha avviato una campagna a favore della libertà di stampa e dei diritti civili, convinto che il faro di una società libera e democratica è una stampa libera, senza intimidazioni, violenze, paure. Si chiama Jeremy Dear. E’ un bell’uomo sui quaranta; è il segretario generale dell’NUJ. Aveva già protestato davanti a Scotland Yard, sede della Metropolitan Police, da solo. Un cartello sul petto: “Respect Media Freedom”. Lo ha ripetuto al TUC che gli ha approvato la mozione contro gli abusi legislativi del governo, contro la FIT, la Forward Intelligence Team, una specie di nucleo antisommossa, addestrato a sorvegliare le partite di calcio e le proteste politiche ma anche a tenere a bada giornalisti, fotografi e videoreporter. Pare.
DIRITTI NEGATI - “Li controlliamo da almeno dieci anni”, avrebbe detto Bob Broadhurst capo del dipartimento di ordine pubblico, intervistato qualche mese fa. “Li schediamo ma facciamo passare quelli in regola, con tesserino e quanto occorre”. Così non sembrerebbe dal video che Jeremy ha presentato al congresso “Press Freedom: Collateral Damage”. Nella clip, oltre ai fotogrammi che lo riprendono nella sua “one-man protest” davanti a Scotland Yard, piccole testimonianze di reporter bloccati dalle forze della
polizia nel corso di manifestazioni, mentre fanno il proprio lavoro. Ma non conosciamo bene il contesto delle singole vicende proposte. Non possiamo ben valutare. Così come andrebbero del resto approfondite altre storie. Quelle portate da Dear ad esempio di come alcuni provvedimenti legislativi vadano ad intaccare quel sacrosanto diritto sancito dall’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti Umani che recita: “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera”. Ma in Inghilterra non sarebbe più contemplato perché leggi come il Terrorism Act rischiano di portare in galera anche solo chi raccoglie materiale per informarsi.




ops…non \” è\” ma \”o\” … uno spezzone tagliato di V per vendetta…
Messo alla prova, non c’è stato che rimanga autenticamente liberale o democratico
forse allora è un problema dello “Stato”…