Tre nonne, tre storie. E un unico grande sogno infranto
“Storie dal muro”, uno sguardo su Israele e Palestina, una rubrica tenuta da chi tutti i giorni cerca di capire qualcosa che sfugge spesso alla comprensione umana. Forse perché semplicemente è spiegata male.
Essendo uno che di solito è contrario alle occupazioni militari e alle ortodossie religiose, mi trovo naturalmente a scrivere articoli parziali, schierati politicamente e spesso emozionali. Di quanto la continuazione dell’occupazione della Palestina da parte di Israele sia strategica in chiave imperialista e
quanto l’avanzata di Hamas sia funzionale all’ascesa degli sceicchi del terrore che forse forse qualche aggancio con la CIA ce l’hanno…Insomma tutta roba infondata e diciamolo pure: veterocomunista che ormai non sta più in piedi. Lo dico con distacco in assenza d’ironia. In sintesi scrivo articoli agli antipodi del giornalismo.
ANCHE LE NONNINE NEL LORO PICCOLO - In una delle tante campagne “vetero” alle quali ho partecipato contro la politica dello stato di Israele nei Territori Occupati e a Gaza, mi sono trovato a lavorare nell’organizzazione di un cineforum molto interessante che tra aprile e maggio di quest’anno, in un certo locale di Roma, ha proiettato una serie di film su Palestina e Israele difficilmente reperibili in Italia. Tra le varie pellicole c’è n’era una che mi ha incuriosito molto. Non è la più interessante né la più dura, ma sicuramente la più originale. Mi è capitato di rivederla proprio in questi giorni e ho deciso che il mondo ne dovrebbe sapere di più. Si chiama “The Raging Grannies Anti Occupation Club” in italiano “Il club antioccupazione delle nonnine infuriate” della regista tedesca Iwajla Klinke. E’ un documentario, ed è meraviglioso.
CHI SONO - Parla di Hava, un’ottantenne israeliana e delle sue amiche coetanee Pnina e Tamar. Tre donne che sono fuggite. Fuggite dall’orrore. Fuggite dal sistematico annientamento degli ebrei da parte dei nazisti. Fuggite, pur continuando a viverci, anche dalla terra promessa che le ha tradite e ingannate: Israele. Che ha rubato il loro sogno trasformandolo nella meccanica esecuzione quotidiana della disperazione palestinese. Hava, Pnina e Tamar, combattono e lo fanno da sempre. Prima con e poi contro quello che un tempo era il loro esercito. Raccontano tra lacrime e qualche sorriso che cosa è la Shoah e che cosa ha significato essere sradicate, private di tutto, annichilite fino a dover scappare via e lasciare la propria terra (la
Polonia). Le tre ottuagenarie si perdono nei ricordi della Palestina pre 1948, quella degli inglesi, prima della nascita dello stato di Israele, prima che il sogno andasse in frantumi. Tutte e tre accomunate dalla speranza di trovare una terra in cui vivere e tutte e tre trasformate in attiviste instancabili contro l’occupazione che ogni sabato si trovano a manifestare per il ritiro di Israele dai Territori Occupati.
HAVA - Tre vite diverse, tre storie che raccontano la necessità della memoria. Memoria che in Israele ha trasformato in follia un diritto, in terrore una necessità, in paura la legittimità di esistere, in violenza un miraggio. Hava nasce in Polonia e si trasferisce in Palestina alla fine degli anni trenta. Prima di arrivarci vaga per Lituania, Russia e Turchia. Alla nascita dello stato di Israele entra nell’Haganah, organizzazione sionista paramilitare clandestina, il nucleo di quello che poi diventerà l’esercito israeliano – la scena in cui narra di come uccide un uomo toglie il fiato -. Vede quello che non può sopportare nei villaggi palestinesi e lascia la vita militare rifiutando l’idea sionista. Diventa insegnante e durante la guerra in Libano si schiera contro l’intervento militare ed entra a far parte di Gush Shalom (movimento pacifista israeliano). Arriva la prima Intifada e fonda l’“Organizzazione in aiuto dei palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane“ e collabora nel gruppo ebreo-palestinese “ta’ayush“.
Anche Pnina è polacca. Perseguitata dai nazisti fugge in Palestina. Entra subito a far parte della prima Federazione Giovanile Comunista Palestinese e poi del partito comunista. Negli anni quaranta studia a Beirut per diventare infermiera. La sua voce somiglia al delicato canto di una marmitta bucata, forse per le troppe sigarette, ma anche per le urla che ha lanciato contro i soldati da cinquant’anni a questa parte.
Arrestata centinaia di volte è attivista dell’organizzazione “Medici per i diritti umani”. Quella di Tamar è
forse la storia più incredibile, se non altro perché a sessanta anni decide di diventare avvocato. Si mette a testa bassa sui libri e affianca al suo lavoro di insegnante lo studio in giurisprudenza. Si laurea e durante la prima Intifada lavora come avvocato specializzato in diritti umani. Collabora anche lei con l’“Organizzazione in aiuto dei palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane“ e con il Centro per i Diritti Umani di Gaza. Polacca come le altre due, alla fine degli anni trenta emigra nella “Terra Promessa”. Poco dopo entra a far parte dell’Organizzazione Comunista degli Insegnanti e del partito comunista.
UN SOGNO INFRANTO - “The Raging Grannies Anti Occupation Club”, però è qualcosa di più della storia di queste tre donne. È la storia di chi ha fatto parte della nascita di Israele, di chi ha reso reale l’utopia della Terra Promessa e oggi la combatte perché si vergogna del proprio paese e di quello che rappresenta. È la storia di chi ha visto giorno dopo giorno crollare le fondamenta di tutti i giuramenti fatti nella propria vita. Poi tra le grandi storie di queste donne eccezionali c’è la piccola meravigliosa storia del marito di Hava, uno che ti lascia con la fronte aggrottata e il cuore gonfio di tenerezza. Il bambino di ottanta anni Jakov, che passa la sua giornata da pensionato a costruire macchine circolari abitate da minuscoli troll dai capelli sgargianti che secondo lui sarebbero espressione della sua stralunata, ma credibile, teoria sull’occupazione militare. Alla fine quello che resta è la rabbia, ma anche una grande e profonda fiducia nel genere umano. Quello imparziale, visionario, ingenuo forse, ma non so perché, continua ad essere l’unico genere di cui mi fido.
























E’ la storia di tre donne che appartengono ad un’unica stirpe forte e sciagurata, mitica ed eternamente in lotta con la propria storia. Ha la magia, la passione e la tristezza della stirpe Buendia in Cent’anni di solitudine.
Concordo. Purtroppo quello che raccontano è molto lontano dal realismo magico. Di una cosa sono certo: se ci fossero più persone così nella società civile israeliana la storia sarebbe andata diversamente.
Realismo magico è quello di Jakov che trascorre la sua giornata ad inventare macchine circolari. Nessun popolo più di Israele sa, anche se finge di non ricordarlo, che l’uomo è niente se il suo cuore è vuoto.
Hai ragione. Effettivamente Jakov è magia pura. Spero che Israele lo ritrovi questo cuore. Ora è nascosto sotto il cemento armato e dietro i check point. E’ come se fosse stato sostituito da un blocco di granito.
“Popolo di dura cervice!”:-). Rachel Corrie non è morta invano.
Ciao,
Perché finge di non ricordarlo? Io non capisco, che dovrebbero fare gli israeliani, lasciare che continuino gli attentati offrendo l’altra guancia? Hanno fatto un ritiro unilaterale da Gaza (fatta da un Falco come Sharon oltretutto) e gli attentati sono aumentati. Gli israeliani amano la vita e lo dimostrano ogni giorno difendendola con le unghie e con i denti.
L’esistenza di queste persone che mostrano la loro opinione contraria al governo dimostra solo quanto Israele sia una vera democrazia. Hai visto a Gaza come si comportano tra fazioni rivali, non manifestano, si sparano uno contro l’altro.
Boh, scusate, probabilmente mi sfugge qualcosa…
Ciao Enrico. Tutti abbiamo delle perplessità. Il problema è l’informazione. Tu sai che dopo il ritiro da Gaza il numero dei coloni in Cisgordania è aumentato di 14.000 unità? Che pace è questa? Gli attentati sono aumentati? Non credo proprio, ma come? Non è stato costruito il muro che ha quasi defitivamente annientato il terrorismo?
Gaza non è Tel Aviv. E’ una gabbia. E’ una sorta di esperimento sociologico. In gabbia si impazzisce. In gabbia si mangia il tuo vicino.
La democrazia non si fa con le ruspe e con gli eserciti. Io ho visto quello che mi hanno fatto vedere, ma non ho visto quello che non mi hanno fatto vedere: un popolo senza terra in preda alla disperazione. Ho visto a Sighet in Romania il premio Nobel per la pace Elie Wiesel (per La Notte), sopravvissuto al delirio nazista, non spendere una sola parola per la pace in Palestina e ho letto la sua legittimazione teologica alla lotta contro i Palestinesi dalle colonne del Corriere della Sera.
Il muro è stato costruito immediatamente dopo il ritiro? Gli attacchi sono aumentati (da che ne so io ovviamente) fino alla costruzione del muro. Dopo il muro c’è stato un calo nell’ordine del 90-95%. Ripeto, queste sono le info che ho potuto trovare su internet. Ma su di un sito trovi che la colpa è tutta palestinese su di un altro tutta israeliana. Io tra i due trovo vi sia molta più ragione nella parte israeliana da quanto ho potuto informarmi. Prima o poi vorrei fare un viaggio laggiù per provare a rendermi conto in maniera più seria. Alessandro, so che tu sei li e da li la situazione è sicuramente visibile in tutt’altra maniera ma non ci credo al discorso della gabbia. E se una gabbia c’è non è che sia una gabbia con una sola via d’uscita. L’altra (o le altre) chi le tiene chiuse?
Ragazzi, scusatemi davvero, non dico giusto per far polemica ma per confrontarmi. Vorrei pure chiedervi un’altra cosa: perché a suo tempo Arafat non ha mai accettato la creazione dei due stati? Perché non ne parlano nemmeno ora? È davvero un fatto così trascurabile che una delle controparti abbia nella sua carta costituzionale l’eliminazione fisica dell’altro popolo?
Alla fine la cosa son diventate tre…
Comunque, davvero, vi chiedo unicamente di portare le vostre esperienze per spiegarmi una situazione che ho molto a cuore.
Enrico se tutti quelli con cui mi confronto fossero come te…sarebbe molto più facile. Apprezzo il tuo modo di porti e la tua curiosità. Purtroppo non è sempre così. Per dovere di cronaca io adesso non mi trovo lì, ma in Italia.
No, il ritiro da Gaza c\’è stato nel 2005 la costruzione del Muro (ti consiglio di documentarti sul percorso scopriresti cose interessantissime) è iniziata nell\’aprile 2002 proprio da quello che tu chiami falco: Sharon. Arafat nel 1993 firmò gli accordi di Oslo (fortemente criticato da molti palestinesi) insieme a Rabin(sappiamo poi che fine ha fatto). Gli accordi prevedevano il ritiro dell\’essercito israeliano da parti dei territori e da Gaza. Lì nascena l\’ANP che in sostanza doveva essere un governo ad interim di cinque anni che avrebbe traghettato i palestinesi al passaggio \”amministrativo\” tra Israele e Anp basato sulle risoluzioni 242 e 338 dell\’ONU. Non si parlò però di questioni vitali per i palestinesi: Gerusalemme, rifugiati, insediamenti israeliani. Il problema è che dopo la firma l\’espansione delle colonie e la repressione dell\’occupazione aumentarono di un numero cinque volte superiore rispetto al pre firma. E gli attacchi contro Israele non cessarono. Quindi come puoi intuire Oslo oggi è carta straccia.
Grazie
Ritengo comunque che Arafat abbia commesso un grande errore politico, all’epoca.
Oh direttore che onore. Ci può spiegare meglio?Potrei anche concordare
Secondo me, in quel preciso momento storico, per Arafat firmare avrebbe costituito un successo. Abbiamo negli occhi l’esposizione mediatica dell’epoca, e la delusione che arrivò a tutti quando si seppe che non c’era stata la firma. Un insuccesso, questo fu il giudizio, arrivato per colpa dei soliti noti. Invece, firmare avrebbe invertito il trend.
Non concordo. La Dichiarazione dei Principi non ha specificato la definizione di uno stato palestinese e non è stato rispettato nessun principio di convivenza coi palestinesi. Lungi da me difendere a spada tratta Arafat, ma che cosa poteva fare? Gli accordi lui gli ha firmati, il problema è che è come se avesse firmato su un foglio che stato dato alle fiamme appena deposte le penne. La morte di Rabin (per mano della destra estrema israeliana) ha tagliato le gambe a ogni processo. L’avevano iniziato insieme, uno l’hanno fatto secco, l’altro l’hanno sigillato a Ramallah fino a fargli scoppiare i polmoni. Le speranze non potevano venire solo dalla penna di Arafat e da quella di Rabin.
Tu puoi anche non concordare. Ma “è la politica, bellezza”.
Grazie mille Alessandro, ci studio meglio sopra e poi se ne riparla.
Buona giornata!!
(Arafat non è che non abbia firmato anche perché se avesse creato lo Stato Palestinese e da li fossero partiti ulteriori attacchi avrebbe legittimato una nuova e più cruenta guerra difensiva israeliana? Lo status che si è scelto allora e che ora si perpetua permette di continuare il genere di lotta che ha scelto)
Si, il fatto è che il genere di lotta che ha scelto esiste perché non esiste uno stato palestinese. Se fosse nato a suo tempo io dubito che ci sarebbe stata l’ascesa di Hamas. Forse mi sbaglio, ma io vedo fantasmi e complotti ovunque.
Cercando al riguardo della non creazione dello stato palestinese sono incappato in questa lettera al corriere a cui risponde Sergio Romano.
http://archiviostorico.corrier.....5138.shtml
PALESTINESI L’ identità nazionale
Caro Romano, nel 1974 un dirigente dell’ Olp dichiarò a un giornale olandese: «Il popolo palestinese non esiste, il popolo palestinese è stato creato per ragioni strategiche in funzione antisionista ma non appena avremo conseguito la distruzione di Israele non aspetteremo un solo momento ad unirci al popolo arabo di cui facciamo parte». Mi risulta che i palestinesi rinchiusi nel 1948 nei campi profughi nei vari Paesi arabi, non potevano e non possono assolutamente uscirne per cercare una assimilazione a gente di fatto identica a loro, il che conferma la dichiarazione del dirigente Olp. Luca Cremaschi lucacremaschi@inwind.it
Risuona ancora nella dichiarazione da lei citata il mito panarabo che fu l’ ideologia di Nasser e dei suoi ammiratori, fra cui il colonnello Gheddafi. In realtà il sogno era già morto sui campi di battaglia della guerra del 1967. Sopravvisse tuttavia un altro mito: la speranza del ritorno dei profughi nelle terre perdute. Paradossalmente fu proprio nei campi che prese forma con il passare del tempo l’ identità nazionale palestinese.
Romano sembra confermare la dichiarazione ma nessuno dei due cita il giornale o chi sia quel dirigente.
Volevo poi farti leggere una risposta che ho ricevuto da un mio amico in uno scambio di lettere in cui si parlava del diritto a difendersi e della strategicità di alcuni insediamenti e delle alture del golan:
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Tutti sappiamo che Israele é uno Stato fondato sulla legalitá, una delle poche democrazie asiatiche e l´unica vera democrazia (ahimé il Libano é andato perduto) - del Medio Oriente.
Ma Israele, in politica estera, ragiona un pó come gli Stati Uniti, la loro balia dal 1948 ad oggi: esige il rispetto del diritto internazionale da parte degli altri Stati, ma é non curante dei propri comportamenti.
In sostanza, quando l´Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclama la soggettivitá internazionale dello Stato di Israele (novembre 1947), festa grande. Quando peró la stessa Assemblea (tra l´altro molto piú numerosa causa decolonizzazione/nascita Stati ex-coloniali) nel 1967 condanna la proclamazione da parte della Knesset di Gerusalemme capitale, Israele fa spallucce.
L´Assemblea Generale si é pronunciata almeno 5 volte - 1967, 1979, 1980, 1981, 1997 sono le risoluzioni che ricordo io - sulla questione di Gerusalemme capitale. Non una sola volta il voto é stato a favore di Israle. Questo perché Israele ha sfruttato alla perfezione il piano di ripartizione previsto dalla Nazioni Unite sulla costituzione di uno Stato ebraico in Palestina (1947), ma non ha rispettato la decisione di internazionalizzare la Cittá Santa. Perché questi erano i piani. Uno Stato arabo, uno Stato israeliano, e Gerusalemme cittá internazionale sul modello di Danzica e Fiume negli anni ´20. Punto e basta. I palestinesi hanno tutte le ragioni del mondo a protestare contro insediamenti israeliani che non hanno nessun fondamento giuridico, se non militare e strategico.
Sin dal 1948 Israele ha cominciato a reclamare diritti - infondati - su Gerusalemme. E ad ogni azione israeliana é sempre corrisposto un monito della comunitá internazionale al ripristino della situazione ex 1948. Gli altri Stati, ed i palestinesi stessi, avrebbero potuto digerire persino l´occupazione di una parte di Gerusalemme - cosa puntualmente avvenuta. Ma proclamare la Cittá Santa capitale vuol dire osare troppo. E lo scrivo, come sai, con animo apolitico e senza preconcetti.
E` verissimo che gli Stati arabi - e non i palestinesi - hanno fin da subito omesso di riconoscere Israele. Ma é altrettanto vero che se Israele non avesse da subito proclamato Gerusalemme capitale contravvenendo ai precetti ONU le cose avrebbero potuto prendere una piega molto, molto diversa. Israele, comportandosi cosí, si é auto-inflitto una punizione che dura tuttora. Ha contribuito a instillare odio, a crearsi i propri nemici. Ecco un´altra caratteristica in comune con gli americani. Entrambi sono medaglie d´oro nel complicarsi la vita. Fatah, Hezbollah, Hamas, sono creature nate soprattutto per calcoli politici fallimentari adottati dagli israeliani.
I settlements, per capirci, sono tutti i Paesi o raggruppamenti di case/comunitá nate a ridosso dei confini legali di Israele stabiliti nel 1948. E sono tutti illegali. E`come se l´Italia, dopo aver firmato l´accordo De Gasperi-Gruber del 46 che regola lo status dell´Alto Adige, avesse cominciato a costruire villaggi, intere cittá o gruppi di abitazioni a ridosso del confine, e quindi in confine austriaco.
Neanche lo stato di guerra tra due Stati puó consentire una manovra di questo tipo. E´ semplicemente illegale. Ed il fatto che oggigiorno i coloni israeliani superino le 200.000 unitá non assolve Israele dalle proprie responsabilitá.
Il discorso sulle alture del Golan viaggia in parallelo. È territorio siriano, come l´ONU ha svariate volte sanzionato. Come dici tu, Israele é restio a restituirlo perché é un punto strategico e perché nasconde giacimenti acquiferi. Ma prima o tardi Israele é destinato a sbarazzarsene. C´é molto piú da guadagnare dal possedere un pezzo di territorio, per quanto importante possa essere, o dal giungere alla pace con la Siria?
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Come vedi conferma la tua idea da un certo punto di vista. Non aggiunge però che se nel 48 (o quando ce n’è stata la possibilità) si fosse proclamato anche lo stato palestinese le cose sarebbero state diverse. Gli errori politici sono stati molteplici anche da parte araba e dovuti soprattutto a motivazioni ideologiche incomprensibili. Con araba intendo tutta la parte araba, poi qualche scheggia è rinsavita almeno un po’ (vedi Egitto).
Al riguardo degli insediamenti leggevo ultimamente notizie strane e inquietanti come il fatto che stiano diventando un territorio dove la legge dello stato non arriva più, i coloni cominciano a rigettare l’esistenza stessa dello stato israeliano perchè lo vedono come una minaccia ai propri diritti sulla terra che hanno conquistato e poi cresciuto. Si parla di attacchi non solo a contadini arabi ma anche a militari israeliani.
Alessandro, ti sto a rompere parecchio, scusa ancora!! Leggo sempre i tuoi articoli perchè li ho trovati tra i più equidistanti nella rete. Grazie del tuo lavoro e della gentilezza con cui sempre mi rispondi!!
(scusa se chiedo: che complotto??)
Non fa una piega. Soprattutto il tuo secondo post. Sul primo non saprei che dire. Quale dirigente dell’OLP? E quando, dove (il giornale), come e perchè? Non c’è nessuna info su questa dichiarazione e sinceramente mi sembra alquanto difficile che un dirigente Olp dica una cosa del genere. Tornando al secondo post concordo più o meno su tutto. Il problema non è l’esistenza di Israele, chi la mette in dubbio è fuori di testa. Il problema è da sempre la questione di Gerusalemme. Prova a chiedere un ritiro unilaterale degli insediamenti intorno alla città santa. Vedi che succede.
Sinceramente io non sono molto equidistante, ma cerco di non farmi accecare da quello che ho visto laggiù, cosa molto difficile.
Sul complotto, non volendo è menzionato nel tuo secondo post: “E` verissimo che gli Stati arabi - e non i palestinesi - hanno fin da subito omesso di riconoscere Israele. Ma é altrettanto vero che se Israele non avesse da subito proclamato Gerusalemme capitale contravvenendo ai precetti ONU le cose avrebbero potuto prendere una piega molto, molto diversa. Israele, comportandosi cosí, si é auto-inflitto una punizione che dura tuttora. Ha contribuito a instillare odio, a crearsi i propri nemici. Ecco un´altra caratteristica in comune con gli americani. Entrambi sono medaglie d´oro nel complicarsi la vita. Fatah, Hezbollah, Hamas, sono creature nate soprattutto per calcoli politici fallimentari adottati dagli israeliani”.
Saluti
Capisco, opinione personale: calcolo politico sbagliato e complotto son due cose molto diverse, pensare sia tutto voluto mi sa da paranoia post protocolli che tutti sappiamo essere fanfaluche…