di Alessandro Bernardini
postato alle 16:18 del 30 Settembre 2008 in EsteriTorna alla home
Tre nonne, tre storie. E un unico grande sogno infranto
“Storie dal muro”, uno sguardo su Israele e Palestina, una rubrica tenuta da chi tutti i giorni cerca di capire qualcosa che sfugge spesso alla comprensione umana. Forse perché semplicemente è spiegata male.

Essendo uno che di solito è contrario alle occupazioni militari e alle ortodossie religiose, mi trovo naturalmente a scrivere articoli parziali, schierati politicamente e spesso emozionali. Di quanto la continuazione dell’occupazione della Palestina da parte di Israele sia strategica in chiave imperialista e quanto l’avanzata di Hamas sia funzionale all’ascesa degli sceicchi del terrore che forse forse qualche aggancio con la CIA ce l’hanno…Insomma tutta roba infondata e diciamolo pure: veterocomunista che ormai non sta più in piedi. Lo dico con distacco in assenza d’ironia. In sintesi scrivo articoli agli antipodi del giornalismo.

ANCHE LE NONNINE NEL LORO PICCOLO - In una delle tante campagne “vetero” alle quali ho partecipato contro la politica dello stato di Israele nei Territori Occupati e a Gaza, mi sono trovato a lavorare nell’organizzazione di un cineforum molto interessante che tra aprile e maggio di quest’anno, in un certo locale di Roma, ha proiettato una serie di film su Palestina e Israele difficilmente reperibili in Italia. Tra le varie pellicole c’è n’era una che mi ha incuriosito molto. Non è la più interessante né la più dura, ma sicuramente la più originale. Mi è capitato di rivederla proprio in questi giorni e ho deciso che il mondo ne dovrebbe sapere di più. Si chiama “The Raging Grannies Anti Occupation Club” in italiano “Il club antioccupazione delle nonnine infuriate” della regista tedesca Iwajla Klinke. E’ un documentario, ed è meraviglioso.

CHI SONO - Parla di Hava, un’ottantenne israeliana e delle sue amiche coetanee Pnina e Tamar. Tre donne che sono fuggite. Fuggite dall’orrore. Fuggite dal sistematico annientamento degli ebrei da parte dei nazisti. Fuggite, pur continuando a viverci, anche dalla terra promessa che le ha tradite e ingannate: Israele. Che ha rubato il loro sogno trasformandolo nella meccanica esecuzione quotidiana della disperazione palestinese. Hava, Pnina e Tamar, combattono e lo fanno da sempre. Prima con e poi contro quello che un tempo era il loro esercito. Raccontano tra lacrime e qualche sorriso che cosa è la Shoah e che cosa ha significato essere sradicate, private di tutto, annichilite fino a dover scappare via e lasciare la propria terra (laPolonia). Le tre ottuagenarie si perdono nei ricordi della Palestina pre 1948, quella degli inglesi, prima della nascita dello stato di Israele, prima che il sogno andasse in frantumi. Tutte e tre accomunate dalla speranza di trovare una terra in cui vivere e tutte e tre trasformate in attiviste instancabili contro l’occupazione che ogni sabato si trovano a manifestare per il ritiro di Israele dai Territori Occupati.

HAVA - Tre vite diverse, tre storie che raccontano la necessità della memoria. Memoria che in Israele ha trasformato in follia un diritto, in terrore una necessità, in paura la legittimità di esistere, in violenza un miraggio. Hava nasce in Polonia e si trasferisce in Palestina alla fine degli anni trenta. Prima di arrivarci vaga per Lituania, Russia e Turchia. Alla nascita dello stato di Israele entra nell’Haganah, organizzazione sionista paramilitare clandestina, il nucleo di quello che poi diventerà l’esercito israeliano – la scena in cui narra di come uccide un uomo toglie il fiato -. Vede quello che non può sopportare nei villaggi palestinesi e lascia la vita militare rifiutando l’idea sionista. Diventa insegnante e durante la guerra in Libano si schiera contro l’intervento militare ed entra a far parte di Gush Shalom (movimento pacifista israeliano). Arriva la prima Intifada e fonda l’“Organizzazione in aiuto dei palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane“ e collabora nel gruppo ebreo-palestinese “ta’ayush“.

Anche Pnina è polacca. Perseguitata dai nazisti fugge in Palestina. Entra subito a far parte della prima Federazione Giovanile Comunista Palestinese e poi del partito comunista. Negli anni quaranta studia a Beirut per diventare infermiera. La sua voce somiglia al delicato canto di una marmitta bucata, forse per le troppe sigarette, ma anche per le urla che ha lanciato contro i soldati da cinquant’anni a questa parte. Arrestata centinaia di volte è attivista dell’organizzazione “Medici per i diritti umani”. Quella di Tamar è
forse la storia più incredibile, se non altro perché a sessanta anni decide di diventare avvocato. Si mette a testa bassa sui libri e affianca al suo lavoro di insegnante lo studio in giurisprudenza. Si laurea e durante la prima Intifada lavora come avvocato specializzato in diritti umani. Collabora anche lei con l’“Organizzazione in aiuto dei palestinesi incarcerati nelle prigioni israeliane“ e con il Centro per i Diritti Umani di Gaza. Polacca come le altre due, alla fine degli anni trenta emigra nella “Terra Promessa”. Poco dopo entra a far parte dell’Organizzazione Comunista degli Insegnanti e del partito comunista.

UN SOGNO INFRANTO - “The Raging Grannies Anti Occupation Club”, però è qualcosa di più della storia di queste tre donne. È la storia di chi ha fatto parte della nascita di Israele, di chi ha reso reale l’utopia della Terra Promessa e oggi la combatte perché si vergogna del proprio paese e di quello che rappresenta. È la storia di chi ha visto giorno dopo giorno crollare le fondamenta di tutti i giuramenti fatti nella propria vita. Poi tra le grandi storie di queste donne eccezionali c’è la piccola meravigliosa storia del marito di Hava, uno che ti lascia con la fronte aggrottata e il cuore gonfio di tenerezza. Il bambino di ottanta anni Jakov, che passa la sua giornata da pensionato a costruire macchine circolari abitate da minuscoli troll dai capelli sgargianti che secondo lui sarebbero espressione della sua stralunata, ma credibile, teoria sull’occupazione militare. Alla fine quello che resta è la rabbia, ma anche una grande e profonda fiducia nel genere umano. Quello imparziale, visionario, ingenuo forse, ma non so perché, continua ad essere l’unico genere di cui mi fido.

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