Cultura

Mine vaganti

13 aprile 2010

Ad Ozpetek il film “Chocolat” deve essere proprio piaciuto. E deve averlo visto parecchie volte. Al punto che, senza saperlo, è finito per portare sul set di “Mine Vaganti” alcune mine che il canguro Pantouflè serbava nel proprio marsupio.

La pasta al posto del cioccolato, il frocio al posto dello zingaro, il caleidoscopio di facce e colori del contesto cittadino impermeabile alla diversità: Lecce al posto di Lansquenet. La nonna di Tommaso come la vecchia Armand a connettere il presente col passato. Depositaria della tradizione. Del fare la pasta, dell’amare, del vero sentire. E che sta aspettando di passare il testimone. Sta aspettando di identificare a chi della famiglia cedere questo patrimonio di vita. Perchè la sua vita abbia un senso.

DONNE – Ozpetek affronta il tema dell’omosessualità, del diverso, con leggerezza e ironia. Illustrandolo con panoramiche dall’alto. Più aviatore che fante rispetto al dramma che può nascere in una comune famiglia bigotta del Sud Italia. Dove vigono ancora i pilastri della cultura clerico-fascista. E che, peraltro, stanno ancora saldamente alla base della middle class del belpaese.  Per il padre (Ennio Fantastichini), titolare di un importante pastificio di Lecce, esistono due tipi di donna. La madre cui destinare amore filiale eterno; la donna da letto, con cui dare sfogo a quel gallismo, a quel machismo che Brancati seppe ben raccontare in “Paolo il Caldo” e nel “Bellantonio”. – La moglie? – La moglie bada ai figli e al governo della casa. Al corrente della/e concubine del marito. Per chi se lo stesse chiedendo, ricordo che il tutto è ambientato ai giorni nostri. Non siamo quindi in anni precedenti la venuta di Cristo.

SHOCK - Per un padre così, venire a sapere che la sua prole, carne della sua carne, è omosessuale è come venire a sapere che la figlia femmina fa la buttana. Malattie sono. Piaghe sociali. Malattie pericolose perché infettive. Certe cose si sanno subito, infatti. La comunità è feroce. Parla e sparla. Che poi, la comunità è quella che decidete voi. Tirate pure il confine, il perimetro come e dove volete. Ecco, avete la comunità. Gretta e chiusa. Che sa solo spettegolare sulle vicende altrui. Che sa essere crudele ed insensibile. Che non sa tollerare, né ascoltare.  Il film è gradevole. C’è il piano colorato e frizzante giocato sulle gag che gli attori interpretano riuscendo ad essere credibili senza scadere nei luoghi comuni o nella dissacrante parodia del ricchionazzo. C’è il piano dei chiaroscuri. Le ombre dei singoli personaggi. La loro introspezione. Scavata attraverso scazzottate verbali e fisiche. C’è la storia della nonna, il ricordo che la insegue e con il quale, alla fine si ricongiungerà quando la sua missione sarà compiuta. Già. Per poter tramandare il suo patrimonio di esperienza, di sentire, è costretta a delle rinunce. La rinuncia ha un significato non deteriore se finalizzata alla felicità.

UOMO E DONNA - C’è un bravo Scamarcio, nei panni di Tommaso. Abile nel calarsi nella parte di un uomo normale in cui prende il sopravvento il lato femminile. E’ credibile quando è femminile nel ragionare, nel guardare uomini e donne. Capace di lasciare sempre un margine di dubbio, di ambiguità. Di quel non so che di intrigante che è una prerogativa femminile. Che mette sale ed interesse anche al plot. Mine vaganti sa porre l’accento sulla contrapposizioni di due mondi fisici, culturali ed emozionali che sono e rimangono ancora agli antipodi. Quello dell’uomo e quello della donna. Poco comunicanti almeno quanto lo è quello dei gay nei confronti della società in generale.

Un commento a Mine vaganti

  1. giuspe

    >> con leggerezza e ironia

    qualcuno dice con superficialitá, o peggio…

    [come non essere d'accordo?]

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