Per uno scrittore firmare autografi non è un’attività come tutte le altre. E’ uscire allo scoperto, è abbandonare la stanza dove si materializzano sogni ed incubi, dove fingi di raccontare solo a te stesso quello che sei e non sei. Firmando autografi incontri quelli che hanno letto i tuoi deliri, quelli che ti conoscono meglio di te stesso, e te lo mostrano con un sorriso beffardo, come amici che ti hanno visto
cantare seminudo in una notte di sbronza o che sanno che la tua ragazza è andata con uno dalle spalle muscolose.
Firmando autografi finisci per stupirti della normalità dei tuoi lettori, capendo quanto sono diversi da quello che immaginavi. Li vedi fare la fila per un tuo saluto al ragazzo, alla ragazza, alla nonna, alla nipotina, per farti una foto da mostrare agli amici, all’università, ai circoli letterari. E ti perdi nella lista dei nomi, nei flash delle macchinette, nelle risposte alle domande, sempre le stesse, sulle registrazioni di Blunotte (“non posso venderle, sono della RAI, alcune non c’è l’ho nemmeno io”), sul nuovo libro (“in autunno, ma sto preparando anche un progetto diverso”), su come diventare scrittori (“tanto impegno e tanta lettura”), su quando puoi leggere il giallo della loro vita (“non subito ma forse, più in là. L’indirizzo è sulla copertina?”). Ti perdi ma, mentre la tua bocca si apre e chiude nelle risposte e nei sorrisi, i tuoi occhi cercano qualcosa di diverso, quell’ombra scura che è passata tante volte sui muri della tua stanza. Firmare autografi per “Almost Blue” non è un’attività come tutte le altre. Perché il lettore di ogni libro si identifica in qualche modo nel protagonista, nell’eroe spaventato ma coraggioso, nella vittima indifesa, nel buffone che finisce male. Ma quando hai partorito un serial killer che prende le sembianze delle sue vittime, che uccide perché le ammira e vuole diventare come loro, allora le cose possono prendere un’altra piega. E tra tanti volti tranquilli di padre o madre di famiglia, ignari della bomba che c’è nella loro testa, tu cerchi il viso solitario di chi è stato folgorato dalle tue stesse ombre, nella stessa stanza buia riscaldata dalla musica di un sax. Tu hai materializzato e scaricato le paure, lui le ha accolte ed elaborate.
Quel giorno, nella libreria di un vecchio amico, nella mia città natale, non avevo visto nessuna ombra nelle pieghe dei sorrisi, nessun pizzetto che mi somigliasse, nessun paio di occhi spiritati che guardavano dritti nei miei come in uno specchio. Almeno fino a che restai a firmare autografi. Almeno fino a che non vidi,
dietro il mio banchetto da firme per referendum, esaurirsi il serpente di lettori, con le mille mani che reggevano libri con la mia faccia, quella che una volta mi lasciava insicuro prima di un appuntamento galante e che ora è osannata perché ha abitato il tubo catodico. Quindi mi alzai, rilassai i muscoli delle guance che mi dolevano per i troppi sorrisi e chiesi ai miei amici dove fosse il bagno. Fu allora che la coda dell’occhio percepì uno specchio laddove non c’era, un’ombra che seguiva la mia con passo incerto. Entrò mentre mi sciacquavo il viso. Era vestito quasi come me, con un impermeabile troppo pesante per quella stagione ma con la stessa maglietta, gli stessi colori che ho nella trasmissione tv. Spostai il mio sguardo di poco, dal mio pizzo nello specchio al suo, identico, riflesso poco dietro le mie spalle. Mi guardava con occhi fissi e attenti; quando feci per andare mi sbarrò leggermente il passo dicendomi: “Mi scusi, solo qualche minuto, se le è possibile.”
Disinvoltamente il bavero del suo impermeabile si ripiegò, mostrando dall’interno il manico di una pistola. Non un manico normale, di ferro, ma bianco, come di madreperla, finemente intagliato. I miei occhi si appuntirono solo un attimo, ma lui parve comprendere il mio smarrimento perché si affrettò a scusarsi, ripetendo a voce bassa, calma e cadenzata “solo qualche minuto, non si preoccupi.” Se fosse stata una delle puntate di “Blunotte” avrei chiesto ai telespettatori, camminando piano verso la telecamera, fermandomi vicino alle foto a grandezza naturale dei protagonisti, chi poteva essere quel misterioso clone allo specchio. Non una persona qualunque, certo, ma chi allora? Un killer ingaggiato dalla mafia, indispettita dalle mie inchieste? Troppo raffinato: mi avrebbero colpito senza fronzoli, magari con un’autobomba come per Costanzo. Una persona dei servizi? Ma perché mascherarsi da me? Alla mia mente anestetizzata da questa veloce indagine non restava che la personificazione di un mio personaggio. L’interpretazione di un serial killer, per esempio.
In “Almost Blue”, in fondo, il killer non voleva uccidere, voleva solo che qualcuno lo liberasse da una ossessione. Ma nessuno riusciva a sentirsi come lui e allora provava a sentirsi come gli altri, dopo averli ammazzati. Non mi restava che seguire il più vecchio ma valido dei suggerimenti per queste situazioni: assecondare, con calma, il volere del mio aguzzino. Mi girai con finta tranquillità: “Tutto il tempo che vuole.” Il suo aspetto non mi rassicurava. Stava a tre metri da me, una distanza sufficientemente corta per centrarmi senza errori e troppo lunga perché io gli saltassi addosso prima che estraesse la pistola. I suoi occhi erano centrati nei miei che invece vagavano nelle linee della sua barba.
























