Perché Google paga le tasse in Irlanda

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Un sistema fiscale che avvantaggia chi mantiene le basi nei paesi esteri. Tommaso Di Tanno a Giornalettismo: "Tutto legale. Siamo noi che non siamo moderni"

L’Europa non ci sta più. In questi ultimi mesi sempre più governi chiedono chiarimenti ai big della rete, sulle esigue imposte versate nelle casse statali nonostante gli utili miliardari. Colossi come Amazon e Google, tramite meccanismi e filiali, “hanno fregato” i regimi fiscali del vecchio continente. E lo hanno fatto in modo del tutto legale. Una tattica talmente vincente che sia Facebook che Apple hanno deciso di seguire i vicini di Mountain View, versando al fisco inglese solo 396 mila sterline su 15,2 milioni di fatturato. Colpa di una normativa non al passo coi tempi. Ed è giusto parlare in questi casi di evasori? “Non rubano niente, siamo semplicemente noi che non siamo moderni”,  spiega Tommaso Di Tanno, revisore dei conti alla Camera e docente di diritto tributario all’Università di Siena. Se la tassa sulle notizie pubblicate da Google si è rivelata una barzelletta, in realtà le briciole sulle imposte versate peseranno non poco all’Europa intera. In alcuni paesi se si svia il concetto di “stabile organizzazione” si possono evitare gran parte delle tassazioni previste.

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ESSERE O NON ESSERE – “La tassazione in un paese è legata al concetto di stabile organizzazione. Per esempio, Ryanair: non ha base in Italia, però non c’è dubbio che i suoi aerei atterrino nel nostro paese e che parte del suo personale sia italiano. Ecco in questo caso, dire che Ryanair non abbia una stabile organizzazione in Italia è piuttosto difficile”. E per Google? La cosa sembra cambiare. Nel caso dei colossi web, senza server, può essere difficile certificarsi. “Se si vende per esempio un software e una serie di servizi on line, diventa difficile definire il concetto. La stabile organizzazione era una definizione realistica prima dell’era informatica. Questo valore oggi crea reddito nel nostro paese, ma non è tangibile”.

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GOOGLE POWER – Il colosso, la cui sede europea si trova a Dublino, ha dichiarato 12,5 miliardi di euro di entrate lo scorso anno e un utile (lordo) pari a 9 miliardi di euro. Eppure l’azienda ha versato solo 8 milioni di tasse. Come è possibile? Semplice, basta creare un tour di profitti, che va oltreoceano, con una società irlandese con sede alle Bermuda. La tecnica è chiamata “double irish” o “sandiwich olandese” con più varianti. L’aliquota sulle imprese in Irlanda è del 12.5%, la più bassa dell’Unione europea. E in questa maniera Google svolge una attività perfettamente legale.

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IL MECCANISMO – A parlare per primo sul caso è stato Bloomberg nel lontano 2010, con una serie di dati. Il meccanismo che ha creato la scappatoia al fisco è iniziato con la vendita dei diritti della proprietà intellettuale, sviluppata negli Stati Uniti all’estero, magari ad una filiale in un paese a bassa fiscalità. L’IRS (Internal Revenue Service americana) ha dato il suo consenso alla vendita nel 2006. Con un meccanismo chiamato “transfer pricing”, i profitti vengono traslati dall’Irlanda verso società di comodo con base in paradisi come le isole Cayman o Bermuda. Nel caso di Google sarà la Google Ireland Holdings, che poi verserà alla controllata olandese. A parlarne è anche Daniela Roveda sul Sole 24 ore:

Google ha potuto versare quindi 7 miliardi di dollari alla Google Ireland Holding per l’uso della proprietà intellettuale, ma dato che questi pagamenti vengono registrati come «spese amministrative», essi sono esentasse. I pagamenti oltretutto vengono effettuati tramite un’altra Holding di Google in Olanda, e non sono soggetti quindi alla detrazione fiscale in vigore in Irlanda.

PANINI E DOPPI IRISH- Il cosiddetto “Double irish” consiste nell’interazione di due società irlandesi. Con una particolarità: una di queste ha sede fiscale in paradiso offshore. Il meccanismo consente di “evadere” e può essere affinato, creando una ulteriore società in un paese Ue. Questo perché per la legge irlandese ci sono particolari esenzioni per il transfer delle royalty in Europa. Come? La Google Ireland Holdings ha sede nelle Bermuda, con lei nel verde territorio c’è la Google Ireland Ltd, sempre irlandese nella quale arriva l’88% di tutti i profitti di Mountain View fuori dagli Stati Uniti. Un giro di affari altissimo in cui la Google Ireland Ltd paga meno dell’1% di tasse allo stato irlandese. Perché? Perché versa 5,4 miliardi di dollari (in royalties) alla Google Ireland Holdings. Ed è qui che entra in azione la società olandese. Le royalties infatti non vengono versate direttamente, ma ad una terza società, la Google Netherlands Holdings BV. Filiale, che secondo Cbs è senza dipendenti, e riceve solo pagamenti. Anche se on line, cercano personale. La Google Netherlands appena ricevuto il flusso, rigira tutto alla sede irlandese (la prima citata, con sede alle Bermuda). Alla fine del tour, Mountain View finisce di pagare al fisco irlandese solo 8 milioni di euro. Ma in realtà dallo scorso anno questo meccanismo non è più attivo: “Dal 2011 – spiega Di Tanno – vale l’aliquota del 12,50% per tutti. Questo regime non esiste più, indipendentemente dall’attività che uno svolge”.

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LA BUFALA FRANCESE - Negli altri paesi come si comporta il colosso? E’ stata prontamente smentita la notizia di un contenzioso con il fisco francese, che avrebbe chiesto a Google un miliardo di euro. La news, dal settimanale francese Le Canard Enchainé spiegava:

La direzione generale delle finanze di Parigi, al termine di un’indagine sulle pratiche fiscali dell’azienda, avrebbe inviato al gigante della ricerca una lettera raccomandata nella quale avrebbe chiesto “circa un miliardo di euro per quattro esercizi contabili“.

In realtà non è arrivato nulla in sede. A confermarlo un portavoce a France Presse: “Google non ha ricevuto notifiche di correzioni fiscali da parte dell’amministrazione fiscale francese”. In Francia, secondo alcune stime, il motore di ricerca avrebbe realizzato nel 2011 tra 1,25 e 1,4 miliardi di euro, derivanti principalmente dall’attività di agenzia pubblicitaria su internet, ma avrebbe versato appena 5 milioni di euro di tasse. E i francesi sono comunque sull’attenti. A spiegare bene la vicenda è Irish Times con tanto di timeline finale, che indica le tappe del presunto contenzioso.

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SIMILI – Altre aziende sembrano avere il “vizietto” di Google: si parla di Microsoft, Hewlett Packard, Apple. Queste tre sono state più volte citate nelle interrogazioni del Senato americano. Secondo un rapporto presentato in aula, spiegato dal senatore Carl Levin, Microsoft non avrebbe pagato le tasse sui 21 miliardi di dollari del fatturato totale, la Apple avrebbe evitato di farlo sui suoi 34,5 miliardi di dollari.

SOLUZIONI- Come arginare questi fenomeni, perlomeno in Italia? “O si mette mano alla revisione dei trattati contro le doppie imposizioni e sugli strumenti di tassazione internazionale, oppure tutti questi accertamenti con cui si cerca di tassare Google o altri, sono destinati alla sconfitta” precisa Di Tanno. “Questo perché secondo il trattato, una società americana è tassata in Italia solo se ha la stabile organizzazione. Se queste realtà evadono in Irlanda, non è un nostro problema. Finché non succede in Italia. Ma precisiamo: loro non evadono, con queste condizioni non si paga per legge”.

COLPA NOSTRA – “Il punto da rivedere è questo – prosegue Di Tanno – è un concetto vecchio che andava bene fino ai primi anni ’90. L’arm’s lenght stabilisce che il prezzo di trasferimento tra due paesi non sia libero. Questo per evitare che si trasferiscano utili o perdite da uno stato all’altro. E non c’entra con la localizzazione del redditto. Piuttosto questa metodologia fa si che i prezzi di trasferimento all’interno di uno stesso gruppo non siano giocati per far guadagnare la filiale uno piuttosto che la filiale due”. In conclusione siamo noi che dobbiamo rivedere tutto, in modo multilaterale, senza accertamenti fiscali che crollano davanti accordi vecchi da decenni: “Loro fanno un mestiere- conclude Di Tanno – che non è coperto da questi trattati. Questo è un problema che non riguarda solo l’Italia, ma Spagna e Francia legate anch’esse al concetto di stabile organizzazione. Occorre rivedere tutto per adeguare questi strumenti all’economia moderna”.

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