Abruzzo, un esame di coscienza personale e collettivo
06/04/2010
E’ passato un anno da quella notte in cui L’Aquila è crollata sotto le scosse del terremoto. E’ il momento, come ha detto ieri il sottosegretario Gianni Letta, per “un esame di coscienza personale e collettivo”. Lo dobbiamo alle 308 persone inghiottite per sempre dalla scossa delle 3.32 del 6 aprile scorso, quattro interminabili file di bare con una orchidea e un foglio bianco con sopra solo il nome. Lo dobbiamo alle decine di migliaia di persone che aspettano di tornare nella loro casa distrutta o lesionata. Un esame serio, per rispondere a tre domande. Poteva essere evitata la tragedia? I soccorsi e la gestione dell’emergenza sono stati all’altezza della situazione? Le attività di ricostruzione sono ben avviate e danno speranza per il futuro della città e dell’Abruzzo?
Alla prima domanda, la risposta la stiamo ancora cercando. Dopo le grandi polemiche di quei primi giorni, ci sono le inchieste in corso sulle modalità di costruzione di alcuni degli edifici sbriciolati dal terremoto, a partire dalla Casa dello Studente. E c’è un’informativa giudiziaria riservata della Polizia dell’Aquila che accusa i vertici della Protezione Civile di omicidio colposo, per non aver dato l’allarme prima della scossa fatale, nonostante fosse in atto uno sciame sismico in corso da quattro mesi, con oltre 400 scosse. Si cita, non a caso, la Garfagnana nel 1985, quando furono evacuate per prudenza centomila persone.
Alla seconda domanda, la risposta è che le luci si alternano a molte ombre. Perché è vero che tutti gli sfollati hanno ora un tetto sopra la testa, ed è un buon risultato. Ma è anche vero che questo risultato – per molto tempo spacciato dai media berlusconiani come un miracolo, anzi come la “vera” ricostruzione della città – è stato ottenuto spendendo una cifra astronomica rispetto al passato per costruire le famose C.AS.E.; cifra che comunque non è bastata: molti vivono in caserma o negli alberghi della zona, più di trentamila persone stanno in affitto, in “autonoma sistemazione” a spese dello Stato. Senza contare lo sradicamento sociale ed economico che queste scelte hanno causato e potranno causare alla gente de L’Aquila.
Alla terza domanda, invece, si può rispondere facilmente. La ricostruzione non è, semplicemente, neppure cominciata. Non solo quella delle abitazioni distrutte o molto lesionate, che richiederà anni. Ma anche quella delle case lievemente lesionate, che richiederebbe interventi di poco conto e di breve durata. Si è preferito, anche per mancanza di quei soldi che il decreto abracadabra si è dimenticato di stanziare, trattare tutti allo stesso modo, aspettando molti mesi senza neppure iniziare a sgombrare dalle macerie dove nel frattempo è nata l’erbetta e qualche fiorellino. Adesso si stanno mettendo indiscriminatamente i ponteggi, anche dove non serve. E le procedure per la concessione dei contributi a chi ha la casa parzialmente lesionata sono lente e macchinose, rischiano di bloccare a lungo l’inizio dei lavori, soprattutto dove molte seconde case sono accanto a quelle dei residenti.
Difficile poi non aggiungere che c’è un’inchiesta – già dimenticata in quest’Itaia dalla memoria incredibilmente corta – per una storia ordinaria di corruzione, quel sistema gelatinoso di appalti della Protezione civile che ha coinvolto anche la gestione dell’emergenza Abruzzo, ben rappresentata dall’ignobile dialogo tra gli imprenditori che proprio mentre la gente moriva sotto le macerie de L’Aquila ridevano nel proprio letto, pensando agli affari delle loro imprese nei lavori per il post-sisma.
Ecco, un bell’esame di coscienza, in questo Paese che sa solo piangere i morti o festeggiare gli “straordinari risultati” andrebbe fatto. Lo dovrebbero fare Berlusconi e Bertolaso, guardando negli occhi quella gente d’Abruzzo che a loro si aggrappa ancora, nella speranza che dopo un’emergenza costosa e non strabiliante ma comunque finita segua la ricostruzione. Lo dovrebbe fare l’opposizione, che lì ha anche ruoli di governo, perché la la sconfitta di Stefania Pezzopane nelle recenti amministrative provinciali – dove il successo a l’Aquila città non ha compensato il crollo nel resto della provincia – mostra crepe di consenso anche sul fronte di chi agli effetti speciali del premier non ha saputo proporre un alternativo progetto credibile di rinascita.
E un esame di coscienza dovremmo farlo tutti noi. Perché, come spesso accade in questo nostro Paese, ciò che crediamo altro e distante – il destino de L’Aquila e della sua gente – ci appartiene e ci tocca come cittadini e come esseri umani. Lo dobbiamo alle quattro file di bare inghiottite dal terremoto e dall’incuria dell’uomo, a quella tanta gente ancora senza la propria casa. E anche a noi stessi.













chissà quanto tempo ci metteremo a dimenticare anche questo. Per me poco.
Per me, anche meno. La memoria corta è tra i peggiori difetti degli italiani. Peggio dell’individualismo anarcoide e come il familismo amorale.
Bellissima la nuova veste grafica, a proposito.
C.