Il sud nella palude dei finanziamenti a fondo perduto
26/09/2008 - Uno dei capisaldi della politica per lo sviluppo del mezzogiorno è storicamente il trasferimento a fondo perduto di una mole consistente di risorse finanziarie. L’esperienza insegna che, più che una cura, essi sono una malattia: la palude in cui è
Uno dei capisaldi della politica per lo sviluppo del mezzogiorno è storicamente il trasferimento a fondo perduto di una mole consistente di risorse finanziarie. L’esperienza insegna che, più che una cura, essi sono una malattia: la palude in cui è impantanto il mezzogiorno
La contrattazione nazionale collettiva del lavoro è uno dei maggiori problemi del Mezzogiorno, in quanto produce elevata disoccupazione, soprattutto di lungo termine, e allontana i capitali. Eppure le moltissime, tutte fallimentari, politiche per il Mezzogiorno non si limitano a sperare che la retorica giuslavoristica
del diritto al lavoro riempia le tasche dei disoccupati più di un lavoro vero. Ci sono anche i finanziamenti agevolati, i trasferimenti assistenziali, e l’assunzione nella P. A. Che assistere o assumere chi si trova in stato di minorità economica per via delle politiche cosiddette “sociali” non sia la soluzione è evidente. Ma perché i finanziamenti agevolati non hanno mai fatto sviluppare il Sud?
I FINANZIAMENTI A FONDO PERDUTO – Un finanziamento agevolato si ha quando si ottengono fondi a costi inferiori a quelli di mercato; un finanziamento a fondo perduto si ha quando il debitore riceve credito e non deve restituire niente. La domanda di credito agevolato è per definizione superiore all’offerta di credito, limitata ad esempio da quanto lo Stato riesce a togliere al Nord con la tassazione. Cosa succede quando la domanda supera l’offerta? Deve intervenire un meccanismo di razionamento. Sul mercato è in genere il prezzo: se la domanda di credito è eccessiva, i tassi di interesse salgono. Non è il caso dei finanziamenti a fondo perduto, a interesse nullo, e neanche di quelli a interessi agevolati.
COME RAZIONARE IL CREDITO – Come si fa quindi a razionare il credito? Ci sono varie possibilità:
1. Burocrazia – La domanda di credito è ridotta dal costo delle pratiche burocratiche.
2. Regolamentazioni – Le richieste di finanziamenti devono soddisfare determinati requisiti, come la presenza di un progetto industriale o un piano di assunzioni.
3. Rapporti personali – La probabilità di ottenere finanziamento cresce se si è parente o amico del funzionario incaricato, o se si sono avuti in passato relazioni professionali con quest’ultimo.
4. Corruzione – I fondi vanno a chi offre di più, ma non al risparmiatore che mette a disposizione credito, ma al funzionario che prende le decisioni.
5. Intimidazione – La mafia dice che chi f
a richiesta di fondi verrà bastonato.
6. Socialismo – Lo stato decide come allocare le risorse con un piano quinquennale di stampo sovietico dove si specifica cosa, come, quanto produrre.
7. Lotteria – Tra tutte le richieste di finanziamento pervenute se ne scelgono alcune a caso.
QUESTE SONO SOLUZIONI? - La burocrazia (1) non uguaglierà mai domanda e offerta di finanziamenti a fondo perduto: spendere 100€ in una fila per chiederne un milione sarà sempre un buon investimento. Aggiungerei che la lotteria (7) sta lì solo per ridere: mi chiedo però perché non si ride anche delle altre sei assurdità. Forse perché sarebbe meglio piangere. Le regolamentazioni (2) molto possono per ridurre la domanda di credito, ad esempio impedendo la richiesta di finanziamenti per ristrutturare abitazioni; ma è ovvio che l’attività imprenditoriale non possa essere sostituita dalla burocrazia: qualcuno deve decidere come allocare le risorse, non è possibile avere un insieme di regole statiche che prendono decisioni. I rapporti personali (3) tutto sono tranne che economicamente efficienti: e sono pure profondamente iniqui. La corruzione e l’intimidazione (4 e 5) non vanno prese sul serio come soluzione del problema: sono l’ovvia e inevitabile conseguenza dei finanziamenti a pioggia, ma non hanno nulla a che fare con una razionale allocazione delle risorse. Rimane il socialismo (6), che ha fallito ovunque. Il problema della decisione centralizzata sull’allocazione delle risorse e che profitti e perdite dipendono da una miriade di fattori specifici,
contingenti, locali, dispersi… la produzione è così complessa che nessun dittatore sociale benevolo può effettivamente risolvere il cosiddetto “problema del calcolo economico“: l’unico modo per allocare razionalmente le risorse è il sistema dei prezzi. L’esperienza socialista dimostra che questo sistema genera corruzione infinita e distrugge il tessuto sociale, rendendo le persone corrotte e incapaci di cooperare ed impegnarsi.
PER USCIRE DALLA PALUDE – Non esiste quindi un meccanismo efficiente per allocare i capitali messi a disposizione del Sud. E gran parte dei meccanismi di razionamento concepibili sono proni a fenomeni di corruzione e beneficeranno la parte più corrotta della società meridionale, non ultime le varie mafie. Inutile farsi illusioni. Forse il Sud non ha le capacità morali e istituzionali di crescere, neanche senza i problemi creati dallo Stato con le sue insulse politiche. Un “nation building” non si fa in un paio d’anni: la società richiede cultura, valori, istituzioni, carattere. Forse il Sud è così malridotto che l’unica alternativa allo Stato, nel breve termine, è la Mafia: di certo, finché ci saranno queste politiche non si uscirà mai dalla palude.













…In conseguenza dell’unificazione finanziaria, la Sicilia, nel giro di pochissimi anni, era sottoposta ad un peso fiscale così ingente da comprometterne quasi totalmente e definitivamente ogni possibilità di sviluppo economico e sociale.
Al contrario, sotto i borboni, come acutamente riferiva P. Carcano in “Cinquant’anni di storia italiana” (1911), l’Isola non si era trovata mai “menomamente travagliata da tutto quell’insieme di balzelli” ai quali era andata incontro dopo la sua unificazione all’Italia, né “da tutte le gravi addizioni in pro delle province e dei comuni”, ne dai dazi di consumo governativi, dalle imposte di successione, ed, in generale, sugli affari, e “godevasi della esenzione dalla coscrizione, ciò che, per quanto nocivo dal riguardo politico, era nondimeno un conforto per il povero…”.
Liberata per un po’ dalla tassa sul macinato, nel 1868, la Sicilia, come le altre regioni d’Italia, tornava ad essere gravata da quell’impopolare tributo, in odio al quale si erano mossi a combattere assieme a Garibaldi i ceti più poveri dell’Isola.
Intorno al 1876, la Sicilia pagava :
– più di nove milioni per imposte sui terreni;
– più di otto milioni per imposte sui fabbricati;
- più di nove milioni per imposte sul macinato (un settimo
del totale percepito dallo Stato);
– undici milioni per imposte sugli affari;
– dieci milioni per imposte sul lotto;
- otto milioni per imposte sui tabacchi (pagate per
l’estensione all’isola del monopolio di Stato);
– circa dieci milioni per imposte sul registro e sul bollo.
Il tutto per un valore complessivo che corrispondeva all’incirca alla decima parte degli introiti totali dell’erario italiano.
Poiché l’imposta sui terreni colpiva l’estensione piuttosto che l’effettivo reddito della proprietà, ne derivava che il proprietario terriero in Sicilia pagava, a parità di estensione, le stesse tasse di quello del continente, ma con un reddito agricolo molto minore per la scarsa produttività dei terreni.
Sul reddito agrario e in genere su quello di tutta la proprietà fondiaria gravavano anche le tasse sugli affari, sul registro e sul bollo.
Nel 1862, con la legge Corleo, tutti gli atti di censuazione che sotto il regime borbonico erano tassati in maniera lievissima, venivano gravati della tassa piemontese sul registro e sul bollo che essendo fissa ed oscillante, secondo gli affari, da un minimo di L. 0.85 a L. 3.40, danneggiava le piccole contrattazioni per le quali non era prevista una tassa proporzionalmente esigua.
In tal modo la tassa di registro che nel 1860 toccava appena i due milioni, nel 1897 raggiungeva i diciannove milioni (con una svalutazione, nello stesso periodo, da 1 a 4 ).
Anche l’imposta sui fabbricati colpiva più fortemente la Sicilia poiché la popolazione contadina, che nelle regioni dell’Italia centro-settentrionale si avvantaggiava della esenzione fiscale accordata al caseggiato rurale, nell’Isola viveva nei paesi o alla periferia delle città, rinunciando ad abitare in campagna per la mancanza di acqua, strade, sicurezza, difese contro la malaria e di agi civili anche minimi.
Aggiungasi che l’imposta applicata alla proprietà immobiliare e fondiaria isolana derivava da un catasto le cui operazioni d’aggiornamento, mentre nella parte continentale del regno borbonico si erano svolte tra il 1808 e il 1818, in Sicilia erano state avviate tra il 1835 e il 1858, cioè in un periodo in cui il valore dei terreni si era quasi raddoppiato. Per tale motivo i borboni avevano stabilito per la Sicilia un’aliquota fiscale pari alla metà di quella applicata nel napoletano.
L’amministrazione finanziaria italiana, ritenendo invece che l’Isola pagasse meno del Napoletano, ne aumentava inesorabilmente l’aliquota.
L’agricoltura isolana veniva in tal modo colpita nel suo patrimonio territoriale da imposte molto più pesanti dello stesso meridione d’Italia, imposte che non esercitavano alcun peso sul prezzo dei prodotti agricoli che restavano bassi, a differenza di quelli industriali del Nord che, protetti sempre dai governi nazionali, consentivano ai produttori di rivalersi delle tasse sul compratore.
La legge del 1877 sulla revisione del reddito imponibile dei fabbricati deludeva ancor di più le aspettative dell’Isola, poiché si trasformava in un’esosa operazione finanziaria dello Stato che apriva la via ad un generale aumento dell’imposta, fino al doppio e al triplo di quella precedente.
In segno di protesta molti siciliani mandavano al prefetto le chiavi delle loro case, mentre nelle campagne un gran numero di piccoli proprietari cominciava ad abbandonare le proprie terre.
L’imposta sul macinato aumentava in maniera crescente procedendo da Nord verso il Sud d’Italia e le Isole per il tipo di alimentazione delle popolazioni meridionali, basato soprattutto per ragioni climatiche ed economiche, sul consumo di pane e pasta. Incredibilmente, tra il 1876 e il 1880, era concessa dallo Stato una riduzione della tassa sul macinato dei bassi cereali come il mais, l’orzo, etc., notoriamente coltivati e consumati nel settentrione d’Italia (polenta e pane d’orzo).
Alle tasse sui consumi (dazio-consumo), sulla famiglia (focatico), ricadenti soprattutto sui ceti agricoli meno abbienti che risiedevano entro la cinta daziaria, si aggiungevano quelle sul bestiame e sulle successioni, e a tutte si sovrapponevano le tasse comunali e provinciali.
La diffusa impossibilità a pagare le numerosissime imposte causava la scomparsa di moltissimi piccoli poderi.
Ai contadini isolani, anche per misere cifre dovute all’erario, veniva tolta la terra che costituiva per loro l’unico mezzo di sostentamento e che il governo nazionale si era impegnato, con molte promesse, a distribuire. Nella sola provincia di Caltanissetta, tra il 1883 e il 1893, si contavano 16.662 espropriazioni da parte del demanio. Succedeva, poi, che lo Stato, non riuscendo a vendere subito i terreni alle aste, provocava il loro abbandono, con un ulteriore danno per l’agricoltura siciliana.
(sintesi tratta da “La Storia Proibita” di vari autori, “Storia della Sicili” di S.Correnti, “Quel che si pens in Sicilia” di L. Cosmerio, “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)
…Nel 1867 una nuova legge disponeva l’incameramento e la conseguente liquidazione di tutto il patrimonio fondiario della Chiesa che in Sicilia raggiungeva i due terzi dell’intera proprietà terriera.
Il provvedimento aveva nell’Isola effetti molto diversi da quelli del resto d’Italia in quanto, per il particolare passato politico di Regno indipendente della Sicilia, la proprietà della Chiesa, risalente sino al tempo dei Re normanni, si era andata accrescendo nei secoli, anche per i “lasciti” di numerose case patrizie, ed aveva raggiunto una estensione di gran lunga superiore a quella delle altre regioni. L’enorme ricchezza che ne derivava consentiva, inoltre, alle Congregazioni religiose di dare ogni sorta di assistenza alle classi meno abbienti delle città e delle campagne.
In breve tempo l’Isola vedeva sparire l’immenso patrimonio sul quale vivevano migliaia di famiglie.
E se da un lato cresceva sempre più forte l’opposizione politica e clericale, dall’altro si creava un grave motivo di disordine civile e morale con lo scioglimento delle corporazioni religiose e l’accaparramento da parte dello Stato di tutti i loro beni.
La vendita dei beni della Chiesa gettava sul lastrico migliaia di persone che avevano basato le loro attività sulla conduzione delle proprietà ecclesiastiche ed accresceva enormemente la generale miseria, anche in conseguenza del venir meno dell’assistenza sociale fornita dagli ordini religiosi secolari e regolari.
Dal punto di vista economico la Sicilia veniva a comprare dallo Stato i propri beni, in gran parte donati alla Chiesa dal popolo siciliano o dalle autorità che lo rappresentavano, e dei quali il lavoro dei siciliani aveva fatto aumentare il reddito ed il valore.
Poiché i compratori, lusingati anche dalla falsa promessa governativa di essere esentati dal pagamento delle imposte fondiarie fino al 1880, investivano quasi tutte le loro disponibilità finanziarie nell’acquisto dei terreni, si ritrovavano senza più denaro per poter pagare le migliorie agricole e i salari ai propri braccianti, con conseguenze disastrose per la sopravvivenza di un numero incalcolabile di famiglie. Le susseguenti rivolte contadine innescavano quel sistema di consorterie mafiose che si poneva a difesa delle prerogative e dei privilegi dei grossi proprietari terrieri.
La vendita dei beni ecclesiastici incamerati e del demanio “antico”, unitamente a tutte le rendite dei beni ecclesiastici censiti, fruttava allo Stato, nel corso di qualche decennio, l’incredibile somma di quasi 800 milioni di lire (più di centomila miliardi di lire attuali).
Quest’enorme massa di denaro, proveniente dalle professioni liberali, dall’agricoltura latifondista, dalle industrie e dai commerci più attivi di quel periodo in Sicilia, veniva a mancare al potenziamento e allo sviluppo delle aziende e delle imprese esistenti, poiché impiegata nell’acquisto di altra proprietà rurale, peraltro meno redditizia.
In cambio lo Stato non dava niente alla Sicilia, anzi, dal quarto della rendita dei beni ecclesiastici concessi in enfiteusi, dovuto per legge ai comuni isolani, faceva tutte le possibili detrazioni, al punto che le amministrazioni comunali non avevano più nulla o quasi con cui soddisfare, come la stessa legge prevedeva, le pubbliche necessità come quelle dell’igiene e della istruzione popolare gratuita.
Alcuni comuni, di contro, si ritrovavano debitori verso lo Stato delle poche anticipazioni già riscosse.
Ha scritto, giustamente, Aristide Buffa in “Tre Italie”, ESA editrice, 1961: “I danni esercitati dalla vendita dei beni ecclesiastici…furono incommensurabili e hanno i loro effetti fino ad oggi…”; i soldi ricavati, “…se spesi nell’Isola, l’avrebbero trasformata in uno dei paesi più progrediti del tempo…ma allora urgeva la costruzione delle ferrovie nel Piemonte e nell’Alta Italia, per cui, praticamente, al dissanguamento della Sicilia corrispose la creazione, a nord del Po, dell’ambiente adatto per l’impianto delle nuove industrie…”
Furono le stesse autorità di governo, con Quintino Sella, ministro delle finanze, ad ammettere, poi, candidamente che: “occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”, e ad annunziare trionfalmente, nel 1876, per bocca del Minghetti, il pareggio del bilancio.
(sintesi tratta da “La Storia Proibita” di vari autori, “Storia della Sicili” di S.Correnti, “Quel che si pens in Sicilia” di L. Cosmerio, “Storia della Sicilia dal 1860″ di G. Oddo e G. DeStefano, “Realtà Siciliana” di G. Garretto, “TRe Italie” di Aristide Buffa, “Anatomia della questione meridionale” di E.Sterpa.)
Se volete, possiamo continuare…
@ Patico
il che non confuta quel che ho scritto e che risulta dalle statistiche.
Allora diciamo ai mafiosi di far studiare i figli e poi, come avevo proposto su IHC, diamo il sud in gestione direttamente alla mafia e chiudiamo questa storia dei trasferimenti da Roma.
almeno saremmo amministrati da una sola mafia….