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Quel rottamatore di Bettino Craxi

Chi lo ricorda non può fare a meno di ripensare alla Prima Repubblica, terminata con lo scandalo di Tangentopoli. Alle condanne giudiziarie, definitive, per corruzione e finanziamento illecito ai partiti. O alle monetine lanciate dalla folla inferocita all’entrata dell’hotel Raphael, la sua residenza romana. Ai cori di scherno di chi agitava banconote: “Vuoi anche queste?”, alle grida “ladro, ladro”. Eppure, giudizi politici a parte, in pochi ricordano Bettino Craxi come un rottamatore ante litteram. L’uomo che riuscì a stravolgere le gerarchie del Partito Socialista Italiano. Fino a salirne ai vertici, diventarne leader indiscusso e mandare a casa i vecchi senatori.

 

ALTRO CHE RENZI – La contesa generazionale, la lotta tra classi dirigenti, non è certo nata con le primarie del Pd. O del centrosinistra, che dir si voglia, se si tengono in considerazione le flebili speranze – numeri dei sondaggi alla mano – per gli esterni Vendola (Sel) e Tabacci (Api). Anzi, la diatriba tra vecchio che resiste e nuovo che avanza è quasi una costante in politica. Si pensi allo stesso Enrico Berlinguer, che raggiunse la segreteria scalzando gli anziani Pietro Ingrao, Giancarlo Pajetta e Giorgio Amendola, alla fine degli anni ’60. O, sempre in casa comunista, al patto che Massimo D’Alema strinse con Achille Occhetto, per prepensionare nel 1988 Alessandro Natta – con il preteso di un infarto – , in modo da accelerare il grande salto nella stanza dei bottoni del futuro segretario della Bolognina. Ma anche alla Democrazia Cristiana del post De Gasperi, rinnovata dai giovani di Iniziativa Democratica: quelli che silurano tutta la vecchia dirigenza popolare al Congresso di Napoli del 1954 ed elessero Amintore Fanfani.

LA SORPRESA – Ma il politico che incarna meglio le doti dello sfasciacarrozze è forse proprio Craxi. Lui che fu catapultato a 42 anni nella poltrona più importante del Psi, al posto del settantenne Francesco De Martino. Una scelta tattica si pensava. Fu l’esperto Giacomo Mancini a giocare la sua partita dietro le quinte. Pensava di poter disporre a proprio piacimento del giovane “Signor nulla”, così come Fortebraccio definì Craxi sull’Unità all’indomani della sua elezione. In fondo, Craxi era soltanto il portabandiera di una piccola corrente interna, di ispirazione nenniana, non più forte del 10%. Ma Mancini aveva fatto male i suoi calcoli. Perché Craxi era un predestinato. E da quel giorno il Psi non sarebbe stato più lo stesso. Nel bene e nel male.

ARIA DI RIVOLUZIONE – Quella contro il vecchio segretario De Martino fu una vera congiura. La chiamarono la “rivolta dei quarantenni”. Un’alleanza trasversale per esautorare il settantenne considerato troppo vicino agli odiati cugini comunisti. Sotto la guida di Francesco De Martino, nel 1976 il PSI aveva infatti ritirato l’appoggio ai governi della DC, per supportare la crescita elettorale del PCI e formare un esecutivo guidato dalle sinistre. Era la la formula “degli equilibri più avanzati”, un tentativo per far uscire il socialismo italiano dall’isolamento. De Martino scrisse su L’Avanti – il quotidiano ufficiale, nulla a che vedere con quello di lavitoliana memoria – che il PSI aveva una funzione politica a termine: accompagnare la completa maturazione del PCI, fino alla sua partecipazione diretta al governo. Ma a bocciare la sua linea politica furono le elezioni del 20 giugno 1976. Il Psi ottenne un deludente risultato, scendendo sotto il 10%, dopo il 12% delle regionali dell’anno precedente. Al contrario, il PCI era al suo massimo storico, in un periodo di grande incertezza. Ad un indebolimento democristiano, corrispondeva un avanzamento della sinistra su posizioni non convergenti. Da lì a poco Enrico Berlinguer, segretario del PCI, avrebbe sparigliato i giochi con l’idea del compromesso storico con le forze cattolico-democratiche per il governo del paese. Oltre a dare avvio al processo che portò al progressivo distacco del PCI dal comunismo sovietico, verso l’eurocomunismo, insieme allo spagnolo Santiago Carrillo (Pce) e al francese Georges Marchais (Pcf).

LA SVOLTA DEL MIDAS – Fu in questo clima che, il 13 luglio, si svolse a Roma il Comitato Centrale del PSI, convocato per discutere del risultato elettorale. Il teatro del cambio ai vertici fu un albergo sulla via Aurelia, il Midas Hotel, che sarebbe poi passato alla storia. Fu Pietro Nenni, ormai ottantenne, ad aprire i lavori, quasi timoroso: «Questa riunione – disse – si svolge in un’atmosfera di estrema tensione. Batte alle porte del Comitato Centrale un’ondata di risentimenti e di preoccupazione». Era chiaro che De Martino avrebbe pagato la sconfitta elettorale. E con lui l’intera vecchia segreteria. I quarantenni rampanti lo costrinsero, di fatto, alle dimissioni. Anche se si tentò di far passare il ricambio come una richiesta dello stesso leader:

“Per quanto mi riguarda – precisò De Martino – ho più volte manifestato il desiderio di essere sostituito nel pesante incarico della segreteria del partito e non posso oggi che ribadire questo desiderio. Il Comitato Centrale ed il partito sanno che non vi è alcun ostacolo personale, se si vorrà intraprendere un radicale rinnovamento. Quel che non mi sembra appropriato allo scopo è di ridurre il problema alle responsabilità del gruppo dirigente centrale e credere di aver con questo indicato una buona soluzione. Queste responsabilità esistono certamente, ma il discorso non può che investire il partito complessivamente, il suo modo di essere, i suoi rapporti con la società, la sua organizzazione, la sua presenza nei grandi organismi di massa, i suoi legami con gli intellettuali e principalmente la sua democrazia interna”

Anche Craxi negherà la congiura, in un’intervista a Giampaolo Pansa:”La mia è stata soltanto una candidatura improvvisa, lo dicono i voti. Non si era mai votato tanto dentro al comitato”. Ma non era così: lo dimostrano le cronache di quelle ore. Enrico Manca, giovane delfino demartiniano, presentò un ordine del giorno con lo scopo di “superare le correnti organizzate”. Una mossa che i “fedelissimi” del segretario interpretarono come un tentativo di parricidio, per rimescolare le carte tra gli organi dirigenti. Accusarono Enrico Manca di tradimento. Quest’ultimo smentì, ma di fatto tutti i colonnelli vennero esclusi dalla nuova Direzione.

 

GLI SFIDANTI – I nomi in lizza per sostituire De Martino erano diversi: tra i più accreditati c’erano quelli dello stesso Manca, dell’ex ministro Antonio Giolitti e, appunto, di Bettino Craxi. Il primo avrebbe garantito il rinnovamento nella continuità. Questo perché, nonostante la sua giovane età, faceva già parte della nomenklatura. Era un’abile stratega, tessitore di alleanze sia in Federazione che nella Direzione. Ma a frenarlo era il suo sponsor, cioè lo stesso De Martino, dato che era cresciuto sotto l’egida del professore napoletano.

L’uomo giusto, al momento sbagliato: il partito voleva rinnovare non solo la dirigenza, ma anche la linea politica. A spingere Antonio Giolitti erano invece i sindacati, gli intellettuali di fede socialista e la sinistra interna, compreso Riccardo Lombardi. Non era però nelle simpatie dei manciniani, perché disprezzava l’apparato. Incapace, per il suo carattere distaccato, di catturare l’entusiasmo della base popolare. Non restava che affidarsi al giovane Bettino, relativamente ancora sconosciuto. Tanto che lo stesso Mancini, che caldeggiò il suo nome, lo reputò “Craxi driver“, l’uomo della transizione. Il dirigente che avrebbe incarnato la svolta socialista e la voglia di offrire una nuova immagine agli italiani.

BETTINO TRIONFA – La decisione non fu però unanime: Craxi fu eletto segretario dalla nuova Direzione con 23 voti favorevoli e 8 astensioni, quelle di Giolitti, Bertoldi e dei sei componenti della sinistra interna. Claudio Signorile, un altro degli emergenti, motivò così la sua scelta: “Non è un atto di disimpegno, ma un giudizio d’attesa seguito alle vicende politiche, anche recenti, interne al Partito”. In realtà, fu Lombardi ad imporla. Non si poteva votare per il delfino di Pietro Nenni, suo storico rivale, ma nemmeno restare tagliati fuori dalla segreteria. Che mostrerà i segni di quella congiura, con la presenza di quattro “vicesegretari”: del nuovo corso faranno parte gli ex-demartiniani Manca e Lauricella, il lombardiano Signorile ed il manciniano Landolfi. Craxi mostrerà subito di non essere un outsider, ma di sapersi giocare le sue carte.

LA ROTTAMAZIONE – La prima cosa che fece fu cancellare la sudditanza verso Botteghe Oscure. “Non sopporto chi pensa che il partito debba essere funzionale alla trasformazione del Pci. Un partito che non crede che i propri principi siano superiori a quelli degli altri ha già finito di esistere”. Non sfugge il paragone tra il suo salto al vertice e il tentativo odierno di Matteo Renzi nel Pd: dopo aver ottenuto il passo indietro di Walter Veltroni, il mezzo passo di D’Alema (“Non mi candido se vince Bersani, ma con Renzi sarà battaglia“), le promesse di Livia Turco, Pierluigi Castagnetti e Franco Marini, il sindaco di Firenze punta ora a rottamare l’agenda tematica del partito. Pensando in grande, proprio come fece Craxi.  L’obiettivo del milanese era permettere al PSI di diventare politicamente rilevante, dando avvio all’ “alternativa socialista”. Il primo Comitato Centrale post-De Martino, l’11 novembre, sarà emblematico. Un filmato dell’Istituto Luce ricorda i lavori:

“Eccetto Pietro Nenni, la vecchia dirigenza era ormai fuori dai giochi. A vedere all’opera i quarantenni d’assalto c’era il milanese Bettino Craxi, il nuovo segretario che leggerà una relazione spessa come un libro giallo. Così com’è gialla la situazione italiana. Craxi espone la sua relazione: col blocco di salari, pensioni e stipendi in casa Dc si vorrebbe il Psi al governo, in funzione di ostaggio. E i comunisti forse sarebbero ance d’accordo.Risponde Craxi: ‘Ne facciamo volentieri a mano, abbiamo il 10%, altri contano di più. Si prendano le loro responsabilità”. Al massimo il Psi di Craxi si dichiara disponibile ad un governo d’emergenza. Insomma, a una bella ammucchiata.”

PADRE PADRONE – Nella primavera del 1978, alleandosi con Signorile su una linea di accordo concorrenziale con la Dc e di antagonismo nei confronti del Pci, Craxi riuscì a conquistare il 70% del partito. De Martino e Mancini, nettamente sconfitti, decisero di sciogliere la loro componente lasciando il compito dell’opposizione al solo Michele Achilli, col 5%.Intanto proseguiva l’occupazione da parte dei craxiani dei centri del potere. Vinto il congresso, Craxi pensò immediatamente a dislocare in tutti i punti di potere i propri fedelissimi: dalle federazioni maggiori, ai parlamentari, alla stampa di partito, nei centri culturali, fra gli intellettuali, i suoi uomini si insediarono ovunque, mettendo da parte gli stessi alleati guidati da Signorile. E sempre alla rottamazione del vecchio appartiene la rivalutazione del pensiero socialista libertario, rispetto al marxismo, così come la riscoperta di Proudhon rispetto a Marx. Attraverso il saggio scritto dallo stesso Craxi sulle pagine de “L’Espresso” e intitolato “Il Vangelo socialista“, il PSI rifiutò il leninismo e il comunismo.

RISULTATI DELUDENTI – Ma quali frutti darà la rottamazione craxiana dentro il PSI? Il bottino è magro. E le condanne giudiziarie, gravissime, non possono essere dimenticate. Così come il debito pubblico, raddoppiato durante i suoi anni al potere e volato dal 60 al 120% del Pil. Certo, riuscì a trasformare il peso del partito, partendo da un quasi irrilevante 9%. Il PSI andrà al governo, prima con diversi ministri nel pentapartito, dopo con lo stesso Craxi premier. Il primo socialista a entrare a Palazzo Chigi e a rimanervi per tre anni. Una novità rispetto ai brevi governi della Prima Repubblica. Ma in breve tempo l’alternativa socialista si trasformò in semplice “alternanza”, ovvero nella teoria della governabilità. Degenerò nella competizione di potere con la Dc e nel malcostume, come dimostrerà alla fine “Mani Pulite“. Di quella fine, tragica, lui fu il simbolo. Cadde nella sua stessa fame di potere, per la sua spregiudicatezza nel mondo degli affari. Le sentenze parlano chiaro. Così come la scelta di morire da latitante, ad Hammamet, per sfuggire alle pene, nella pretesa di essere più in alto della legge. Se questi sono i risultati della rottamazione, Renzi forse sta già facendo gli scongiuri.

(Foto dall’archivio fotografico dell’Unità e della Stampa)