Inchiesta

Silenzi, bugie e rifiuti tossici. Ecco cosa c’è dietro il disastro del Lambro

22 marzo 2010

Di sicuro nel fiume brianzolo che poi confluisce nel Po, sono state sversate dolosamente migliaia di tonnellate d’idrocarburi. Oggi, però, s’avvalora il sospetto che sia stato un atto deliberato per smaltire pure rifiuti tossici persino più pericolosi

Erano le tre e mezza di notte dello scorso 23 febbraio. Dalle cisterne della Lombarda Petroli di Villasanta, località brianzola che dista appena qualche chilometro da Monza, vengono versate migliaia di metri cubi di gasolio e petrolio combustibile e, forse, anche diverse altre sostanze tossiche, nel vicino fiume Lambro. In un primo momento si era pensato ad un incidente, poi rapidamente, con i primi accertamenti, si capisce che la fuoriuscita dei composti dai tre serbatoi era stata dolosa. Qualcuno azzardò persino l’ipotesi di un attacco eco-terrorista. Oggi, a quasi un mese di distanza da quel disastro, nuove gravi ipotesi si affacciano e disegnano uno scenario davvero inquietante. L’incidente sarebbe stato un atto deliberato per smaltire rifiuti ben più tossici stoccati in quei serbatoi, mischiati tra loro con gli idrocarburi. Lo smaltimento regolare, a norma di legge, sarebbe costato troppo; perché quindi – ipotizza qualcuno – non approfittare dell’oscurità e del vicino Lambro che poi, a sua volta, confluisce nel Po e quindi sfocia in pieno Adriatico?

UNA STORIA TORBIDA – Torniamo a quel 23 febbraio e seguiamo in modo cronologico come è stata gestita tutta l’emergenza che, è bene ricordarlo, apparve subito molto seria, tanto che fu allertato lo stesso sottosegretario e “gran capo” della Protezione civile, Guido Bertolaso. Dai primi accertamenti condotti dalla Polizia provinciale, è emerso che la fuoriuscita degli idrocarburi dai tre serbatoi è stata dolosa, ma non solo. La Lombarda Petroli non ha offerto collaborazione anzi, ha opposto una decisa resistenza all’accertamento dei fatti, facendo così ritardare i primi interventi. Alle 7,30, ossia 4 ore dopo il termine dello sversamento, i tecnici del depuratore di Monza hanno notato che dalle fogne era arrivata all’impianto una grande quantità di olio combustibile. Risaliti all’origine hanno quindi avvertito la Protezione civile e si sono recati immediatamente alla ex raffineria, ora adibita a semplice deposito. Alle 8.30 “Brianza Acque”, il gestore del depuratore del Lambro, ha cominciato ad accorgersi che si stava verificando qualcosa di anomalo. Sono così Intervenuti l’ARPA lombarda, la Provincia e le Forze dell’Ordine. Solo all’arrivo dei Carabinieri, ARPA e tecnici della Provincia sono riusciti ad entrare nell’azienda per capire cosa fosse successo. I dipendenti della Lombarda Petroli, infatti, fino all’arrivo dei carabinieri avevano impedito l’ingresso agli estranei dicendo che stavano provvedendo loro ad arginare la perdita. Nel frattempo, la marea oleosa e maleodorante, invece, aveva già invaso il depuratore di Monza e si era riversata nel fiume Lambro. Agli inquirenti è apparso subito evidente che gli autori dello sversamento sono stati sicuramente persone che sapevano come operare sui macchinari. Gente capace di aprire le valvole in una certa sequenza, operazione che si effettua agendo su un quadro elettrico, ed accendere poi le pompe. La fuoriuscita, come detto, è cominciata tra le tre e mezza e le quattro della notte, gli idrocarburi hanno poi iniziato a defluire nei condotti fognari cha passano sotto i depositi. Intorno a mezzogiorno, una marea nera di 40km, ha attraversato il fiume Lambro tra le province di Monza, Milano e Lodi dirigendosi verso Cremona e il Po. Tv e giornali, da subito, hanno parlato di stato d’emergenza. Da Roma, infatti, è salito subito Guido Bertolaso.

MIRACOLO, È ARRIVATO BERTOLASO! – Basta una settimana, solo sei giorni per la precisione, al sottosegretario con delega alla Protezione civile per decretare davanti alle telecamere del Tg1, “chiusa l’emergenza”. Con quella dichiarazione, improvvisamente, è calato il sipario su tutta la vicenda. L’emergenza è finita, tutto è a posto, niente rischi per l’ambiente, per la salute e persino per gli uccelli. Parola del gran capo della Protezione civile. Eppure nei giorni precedenti si era parlato di 50 mila tonnellate di idrocarburi sversati nel fiume. Lo stesso Tg1  ipotizzava questo scenario, possibile che sia stato tutto recuperato senza lasciare – a detta dello stesso Bertolaso – praticamente alcun danno residuo? Qualcuno come Massimo Soldarini, esponente dell’associazione ambientalista Lipu (Lega italiana protezione uccelli) ha voluto vederci chiaro e ha cominciato a fare molte domande. Domande scomode alle quali, nota subito Soldarini, “c’è stata poca voglia di rispondere”. Regione, Arpa, Protezione civile hanno nicchiato fin da subito o, comunque, non hanno contribuito a fare la necessaria chiarezza. L’ambientalista, dapprima, ha chiesto quante fossero davvero le tonnellate di idrocarburi sversate nel fiume? Dopo diversi giorni dalla sua richiesta è arrivata la risposta “ufficiale” dalla Regione. Secondo l’ente sono state 2.600 tonnellate, 1.800 di gasolio, 800 di oli combustibili. “Ma come, tutto ‘sto casino – ha replicato Soldarini – per una quantità così modesta? Possibile?” E se davvero fosse così, perché è stato decretato lo “stato d’emergenza” scomodando, addirittura, Bertolaso e il ministro Prestigiacomo? I dubbi crescono. L’attivista della Lipu viene poi a sapere che “Un’azienda privata che si occupa di bonifiche di questo tipo da 40 anni ed ha contratti con qualche provincia lombarda, il giorno stesso del “disastro” si è precipitata sul posto per offrire la sua collaborazione e la sua esperienza. Gli è stato risposto che non c’era bisogno. Il titolare si è permesso di obiettare che non vedeva in acqua i giusti strumenti ed ha consigliato di chiederli alle province vicine, proponendo anche di tornare lui stesso (gratis!) con quello che serviva. Per tutta risposta gli è stato intimato di andarsene oppure avrebbero chiamato i carabinieri.

LA “COSA” PUZZA – Soldarini ha contattato, quindi, un ingegnere ambientale, funzionario di una provincia, che naturalmente gli ha detto “mille volte di non fare il suo nome neanche sotto tortura…” L’ingegnere gli ha raccontato come stanno le cose. In sostanza, la gestione dell’emergenza e il coordinamento tra gli enti non ha funzionato. L’ingegnere, ha spiegato che 2.500 tonnellate sono “la quantità massima che può rimanere stoccata in un impianto senza particolari misure di sicurezza”. Un dato fondamentale questo poiché, guarda caso, l’ARPA Lombardia ha dichiarato giusto un centinaio di tonnellate in più… (2.600). Valore non casuale. Infatti, la Direttiva Severo impone di mettere in sicurezza (significa svuotare i serbatoi) siti di stoccaggio di questo tipo ed obbliga di comunicare ad ARPA, Regione, Provincia e Ministero dell’Ambiente le misure di sicurezza adottate. A questi Enti spetterebbe poi il controllo. Cosa si è scoperto? Esattamente un anno prima, la Lombarda Petroli aveva fatto domanda per uscire dall’elenco delle aziende a rischio soggette alla normativa, che vincola gli impianti a particolari norme di manutenzione e sicurezza. Ma per far questo aveva dovuto dichiarare che la quantità di materiale stoccata non era superiore ai 2.500 metri cubi; a quanto pare molto meno di quanto effettivamente fosse stoccato.

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