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Davide Serra, Algebris e i soldi alle Cayman: la verità

La nota Algebris non coglie il senso dell’articolo“: sta tutto in queste cinque parole il succo della risposta del Corriere della Sera a Davide Serra e alla sua Algebris, che hanno annunciato domenica querela nei confronti del quotidiano di Ferruccio De Bortoli per quanto scritto il 18 ottobre da Stefano Agnoli. Una faccenda intricata, nella quale torti e ragioni non sono dalla stessa parte. E che ha più di un retroscena che è necessario raccontare, per capire la vera materia del contendere.

DALL’INIZIO – Partiamo da quello che sembra essere l’inizio, ovvero l’articolo del 18 ottobre a firma di Stefano Agnoli nel quale si parla della storia di Davide Serra, di Algebris e delle isole Cayman. Nel pezzo prima si fa un po’ di ironia sui rottamatori con sede alle Cayman, poi si va alla vera materia del contendere (LEGGI QUI). Poche righe, ma affilate come un coltello:

Resta però il fatto che la holding proprietaria del gruppo di Serra, la Algebris Investments (Cayman) Ltd, sia stata costituita a suo tempo nelle Cayman Islands, riconosciuto e intoccabile paradiso fiscale. Luogo che non spicca per trasparenza. Tutto legale e nelle regole, se si trattasse solo di un «hedge fund». Ma in questo caso si tratta di politica. La trasparenza conta, e anche dove si pagano le tasse. Dalla holding delle Cayman sono stati versati nel 2011 alla società londinese di Serra (dati di bilancio) 6,94 milioni di sterline di commissioni. Nel 2010 erano 9,68 milioni. Non male per chi si scagliava contro gli stipendi dei manager, e ora fa il tifo per Renzi.

Nell’articolo, e su questo ha ragione Serra, si afferma una falsità. Ovvero, che la holding proprietaria (le parole sono importanti) ha sede alle Cayman. Ha facile gioco Serra a replicare a quella che sembra una palese inesattezza:

Algebris è nata a Londra nel 2006 e non alle Cayman Islands; semplicemente informandosi il giornalista avrebbe saputo che sin dall’inizio l’Inland Revenue ha stabilito che i proventi generati dall’attività di gestione di Algebris sono da considerarsi tassabili in Inghilterra, luogo di residenza dei suoi gestori e partner. In altre parole, l’Inland Revenue ha stabilito inequivocabilmente che Algebris è una partnership nata in Inghilterra, è inglese, paga le tasse in Inghilterra attraverso i suoi partner e ai fini fiscali le Cayman non c’entrano nulla.  Algebris Investments (Cayman) Ltd non è la holding proprietaria del gruppo, bensì una società di servizi controllata, nella massima trasparenza, da Davide Serra. Davide Serra, che risiede in Inghilterra, paga le tasse in Inghilterra.

Del resto, il pezzo stesso di Agnoli conteneva un’evidente contraddizione: perché, se la holding era una controllante, doveva versare a Davide Serra commissioni per 6,94 e 9,68 milioni di sterline in due anni?

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MA PERO’ – Il punto però sta ancora nelle poche righe finali del corsivo di Agnoli. Ovvero, se è vero che è palesemente sbagliato definire controllante la Algebris delle Cayman (scusate la semplificazione), i 16 e passa milioni di sterline versati a Serra seguono comunque la strada delle Cayman. E che sia questo il punto contestato si capisce anche dalla replica sul “senso dell’articolo” vergata dal Corrierone. La traduzione di quelle cinque parole è: “Il punto non è chi controlla, ma quelle commissioni passate (?) dalle Cayman”. Su questo Serra risponde: ” È evidente che da ovunque provengano i profitti, questi sono stati tassati in Uk, non commentabile l’osservazione di costume sui tanti o pochi profitti di chi sostiene Renzi”, e questa è un’ovvietà. Quello che sta contestando il Corriere, secondo questa interpretazione, è proprio la somma che passa per le Cayman. Di qui l’alzata di scudi in difesa dell’onorabilità del Corrierone contenuta nella frase finale della replica a Serra pubblicata oggi:

È per questo motivo che il «Corriere» ha deciso di controquerelare per diffamazione lo stesso Serra e il suo gruppo.

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IL PRECEDENTE – Ma c’è anche un altro elemento da tenere in considerazione in questa storia. Un elemento che il Corriere non ha sollevato (probabilmente per giocarselo in un eventuale giudizio). Ovvero, che Agnoli tutte queste cose su Algebris le aveva già scritte cinque anni fa. Proprio quando Davide Serra aveva cominciato a far parlare di sé con la giustissima campagna per Generali. Scriveva dunque Agnoli il 30 ottobre 2007 sempre sul Corriere della Sera:

Gli «attivisti di Clifford Street», titolava qualche giorno fa il Financial Times a proposito degli hedge fund che come l’ Algebris di Davide Serra si incrociano con il The Children’ s Investment di Christopher Hohn. Ma si potrebbe anche scrivere «gli attivisti delle Cayman Islands», visto che se si risale la catena di controllo della creatura di Hohn e della Algebris si approda velocemente nelle isole caraibiche. E così, oltre ad avere gli uffici allo stesso numero della stessa strada londinese, i due fondi condividono anche indirizzo e casella postale dei rispettivi azionisti di controllo: P.o. Box 309 Gt, Ugland House, South Church Street a Georgetown, Grand Cayman. Lì dove offre i propri servizi legali lo studio Maples and Calder, specializzato in finanza offshore, e dove si appoggiano altri investitori internazionali. Il fondo Algebris Investment Uk (una partnership a responsabilità limitata) è un prodotto della Algebris Investment Ltd (che ha come direttori Serra e il suo socio francese Jean Halet), il cui capitale di 200mila azioni ordinarie è nelle mani della Algebris Investment Cayman Ltd. Identica struttura per Tci, la cui scatola di controllo è The Children Investment Fund Management Cayman Ltd. Tutto legittimo, una pratica condivisa anche da alcuni fondi di private equity, ma non proprio la credenziale migliore per chi dichiara di battersi per la trasparenza e la «bontà» della corporate governance delle aziende di cui prende una partecipazione.

Come si vede, dunque, anche all’epoca Agnoli parlava – sbagliando – di controllante. E precisava ancor meglio quanto voleva dire all’epoca e ribadire qualche giorno fa:

La decisione di affidarsi alla permissiva legislazione della Cayman Islands non ha poi solo motivi di carattere fiscale, per non pagare cioè troppe tasse sulle commissioni incassate (circa l’ 1,5% sui fondi presi in gestione e il 13-16% sulle plusvalenze realizzate). Ma consente anche di alzare un muro insormontabile su finanziatori, proprietari e accordi di partnership.

A questo punto bisogna unire i puntini. Posto che per questo articolo il Corriere e Agnoli non potranno mai essere chiamati a rispondere in tribunale, perché la soglia di querelabilità è di 90 giorni (a meno che – è difficile – Algebris non dimostri di non aver mai letto il pezzo prima di oggi, il che pare difficile da sostenere visto che stiamo parlando del più importante quotidiano italiano), probabilmente l’avvocato del quotidiano potrà chiedere “Come mai Serra querela oggi e non ha detto nulla cinque anni fa?”.

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E IL RETROSCENA – Ma la lettura di quell’articolo ci dice anche altro. Perché nel seguito l’autore si concentrava invece su uno dei passatempi retroscenisti più in voga all’epoca, ovvero chi ci fosse dietro Davide Serra. Un passatempo a cui si uniformò all’epoca anche l’ottimo Luca Conforti su Giornalettismo (LEGGI QUI):

Le accuse più dirette sono che Bernheim è vecchio e guadagna troppo. Quelle più argomentate sono che il gruppo dirigente si garantisce la riconferma non per i risultati che ottiene, ma grazie al vecchio schema delle relazioni. Il forziere Generali investe nelle società indicate dei suoi azionisti più importanti (MediobancaUnicreditoe alcune fondazioni amiche delle prime due) e nel solito circolo dei salotti buoni (Rcs, Italmobiliare, Telecom, Pirelli). Risolvere i problemi agli imprenditori amici è più importante che ottenere rendimenti positivi per i propri azionisti

All’interno dell’articolo di Agnoli sul Corriere si ricordava invece che il fondo TCI ( The Children’ s Investment di Christopher Hohn) aveva una quota (minima) in Algebris e si batté, all’epoca, per mantenere Matteo Arpe alla guida di Capitalia fermando un’Opa di Abn Amro. Alla fine, arriva un’altra stilettata:

La lunga battaglia di Amsterdam è terminata con lo smembramento della banca a favore del trio Rbs-Fortis-Santander. E il Santander di Emilio Botin, che «guadagnerà» Antonveneta, è socio sia di Mediobanca (l’ 1,34% col «gruppo francese») sia di Generali (sotto il 2%), nel cui consiglio siede la figlia Ana Patricia.

Che però va tradotta dal finanzierese dei salotti bene all’italiano: senza scriverlo esplicitamente, Agnoli ipotizzava che dietro la guerra scatenata all’epoca al management di Generali di Serra ci fosse il Santander. Il riferimento a Matteo Arpe, odiatissimo da Cesare Geronzi dominus di Capitalia e poi di Mediobanca faceva anche parte di uno scontro “generazionale” (potremmo chiamarlo così, in omaggio proprio a Renzi) tra giovani e vecchi banchieri. O, per meglio dire: tra banchieri orientati al mercato e banchieri orientati alla politica.

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PERCHE’ E’ COMINCIATA LA GUERRA – Stamattina Dario Di Vico, vicedirettore del Corriere della Sera, intervenendo ad Omnibus dichiarava la più totale indipendenza di Agnoli e la sua completa libertà di parola, senza conflitti di interesse nei confronti degli azionisti. Ovviamente, nessuno fatica a credergli. Però è difficile, di rimando, non notare che all’epoca l’articolo su Algebris contribuiva a fomentare l’alone di mistero nei confronti di Serra, e contribuiva a validare i sospetti esternati dagli azionisti della Rizzoli Corriere della Sera, che erano al centro della querelle con Serra. Ecco quindi che la storia di Serra e del Corriere, finita (per ora) oggi con la promessa di scambio di querele, è da inquadrare all’interno di una guerra più complessa tra mondi della finanza. Dove torti e ragioni non sono da dividere o sommare: semplicemente, non esistono. Perché gli interessi sono molto più importanti.

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