Domenica 7 marzo i cittadini iracheni hanno votato per la seconda volta da quando il loro paese e’ stato invaso dai nordamericani nel 2003. Nonostante i numerosi attacchi degli insorgenti in cui hanno perso la vita almeno 38 persone, circa 12 milioni di cittadini sui 19 aventi diritto non si sono fatti intimidire ed hanno espresso la loro volonta’ nel segreto delle urne.
La Commissione elettorale ha parlato di “giorno glorioso per il paese”. Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama si e’ complimentato con i cittadini iracheni affermando che “questo voto
rende chiaro che il futuro dell’Iraq appartiene al popolo dell’Iraq”. I risultati del voto saranno resi noti solo il 18 marzo, ma la percentuale relativamente alta di votanti (62%) e la violenza “limitata” (secondo il Generale Ray Odierno, il comandante statunitense in Iraq, “solo” 38 vittime rappresentano un bilancio positivo) sono considerati da Washington come una buona premessa per il pianificato “pull out” delle truppe che dovrebbe portare al ritiro completo entro la fine del 2011.
L’ELITE SCIITA - Il voto era stato preceduto dalle polemiche per l’esclusione dalle liste elettorali di centinaia di candidati per presunti legami con il partito Baath di Saddam Hussein. Tra gli esclusi figurano anche l’attuale ministro della Difesa Qadir Obeidi, il leader del partito “Fronte Iracheno per il Dialogo Nazionale” Saleh Al-Mutlaq e alcuni importanti membri del parlamento. Sembra infatti che gli sciiti oggi al potere in Iraq stiano cercando di emulare l’alleato iraniano, creando un sistema in cui l’elite e’ in grado di scegliere quale rivale costituisce una opposizione “legittima” e quale invece non puo’ partecipare al processo politico. La Commissione responsabile della decisione, non a caso, e’ dominata da due politici affiliati alla coalizione sciita: Ahmed Chalabi e Ali Faysal al-Lami. Il messaggio della nuova elite sciita irachena rischia di essere il seguente: mentre alcuni sciiti che erano alleati del regime baathista sunnita di Saddam Hussein continuano a detenere posizioni di potere nel “nuovo” Iraq, un trattameno discriminatorio verra’ riservato per i sunniti, soprattutto per quelli che rischiano di divenire troppo potenti. Questa politica sarebbe chiaramente un azzardo, in quanto alcuni leader sunniti potrebbero arrivare alla conclusione che una permanente opposizione armata condita da indiscriminati attacchi terroristici e’ la sola strategia ancora praticabile, nella speranza di destabilizzare il paese per forzare l’elite al potere a negoziare.
LE VARIABILI IN GIOCO - A chi appartiene dunque il futuro dell’Iraq, al popolo, come dice Obama, oppure a una elite di iracheni? Difficile dirlo. In realta’ e’ ancora presto per giudicare se queste elezioni andranno ricordate come un passo in avanti o un mero salto
dentro a un pantano. Sinteticamente, per poter dare un giudizio andranno verificate almeno quattro variabili.La prima e’ il periodo di tempo che impiegheranno i vincitori a formare un nuovo governo e designare un nuovo Primo Ministro. Se si trattera’ di mesi, come accaduto dopo le scorse elezioni, allora con ogni probabilita’ i leader politici continueranno a subordinare i bisogni del paese – sicurezza, infrastrutture, elettricita’, acqua, lavoro e altri beni primari – ai loro giochi politici. Durante questo periodo la situazione della sicurezza probabilmente continuera’ a deteriorare, e il progressivo disimpegno nordamericano non facilitera’ certo la situazione.La seconda variabile riguarda le nomine dei nuovi ministri – saranno tecnici competenti o, come in passato, oscuri funzionari di partito e rappresentanti di potenti lobby economiche?La terza e’ il grado di aperture della nuova leadership, destinata ad essere in gran parte la stessa di quella uscente, verso i leader delle minoranze. Includere pezzi significativi della societa’ sunnita e curda nella gestione del paese mostrerebbe maturita’ e sarebbe probabilmente l’unico modo per addolcire i termini dello scontro intertribale.L’ultima variabile sara’ la reazione dei perdenti.




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Premesso che certamente quella irachena non è certo un modello di democrazia compiuta e trasparente, non capisco come mai quella sciita venga definita un’elite. Da un punto di vista etnico gli sciiti sono di gran lunga il gruppo dominante in iraq (circa il 55%), mentre i sunniti sono il 45% in cui bisogna includere i curdi (circa il 15%)che odiano cortesemente i loro conterranei (d’altra parte i sunniti erano la vera “elitè” che governava il paese sotto Saddam e li sterminava allegramente).
Gentile commentatore,
ma guardi il caso, ho appena passato un bel pomeriggio a chiacchierare con un signore di nome Viktor. Ma il suo penso sia un nickname, sbaglio?
Ad ogni modo, il mio nome e’ Alessio Fratticcioli.
Nell’articolo si parla di elite sciita perche’ non ci si riferisce al 55% di sciiti dell’Iraq ma all’elite sciita che attualmente sembra detenere il potere.
Ci si riferisce, insomma, all’uso neutrale del termine “elite politica”, che denota il gruppo (la casta) di uomini che detengono il potere.
Spero lei non abbia confuso i termini ben differeti di “etnia” e “elite”.
La ringraziamo per il commento e restiamo a sua disposizione per ulteriori chiarimenti.
P.S.
Religious composition of Iraqis:
Islam, 97%; Christianity or other, 3%.[96]
Two estimates of the Muslim proportions of the population are:
Shi’a up to 60%, Sunni about 40% (source: Encyclopedia Britannica).
Shi’a 60%–65%, Sunni 32%–37% (source: CIA World Fact Book).
(Da Wikipedia)