In difesa del Milan… e del suo presidente

13/03/2010

     
 

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A me piacerebbe vivere in un paese normale; un paese con delle priorità sane, un paese con una qualche visione e un briciolo di utopia, un paese in pace con se stesso e di cui infine si possa dire: “Ecco, lo vedete? Quello, affé mia, è un paese della cui salute mentale non è dato dubitare”. Se mi domandassero i miei desideri, io solo questo chiederei; e, in tutta onestà, non mi parrebbe di esigere troppo.

Però di fatto vivo in Italia, un posto in cui alle risibili gesta di una manica di caratteristi che impersonano con scarso successo il governo di uno Stato occidentale si risponde gridando al fascismo e organizzando rabbiose e indignate proteste, quando in realtà l’unica manifestazione che meriterebbero questi gonzi – e più in generale la situazione attuale – sarebbe la possente adunata di migliaia e migliaia di clown in abiti colorati, intenti a celebrare con coriandoli e lingue di Menelik la tenera e inguaribile goffaggine di gente troppo dilettante per risultare davvero nociva alla democrazia. Invece, lo sapete, il codardo sole di questo marzo sarà costretto ad assistere allo sciamare di folle sinceramente scandalizzate in mezzo ai gloriosi marmi romani, decise a fermare con la loro presenza la seria minaccia fascista che incombe su tutti noi; come se ci fosse davvero qualcosa di serio in Italia nel 2010.

Ma non è di questo che volevo parlare, bensì del Milan. Il Milan, come tutte le squadre di calcio, non è soltanto una squadra di calcio: ovvio che dietro gli undici che scendono in campo, dietro il gagliardetto scambiato a centrocampo, ci sia una storia, o meglio ci siano le storie di tutti coloro che tifano e si riconoscono in quella squadra; ovvio che dietro ci sia una comunità che sventola quei colori; ovvio che nella storia di una squadra confluiscano le storie personali e collettive di questa comunità, le appartenenze sociali e anche quelle politiche. In questo senso il Milan è un simbolo; ma è un simbolo grande e potente, perché raccoglie tanti sentimenti e tante storie. Il Milan, lui sì, è una cosa seria.

Per questo motivo non va bene che esso sia stato sequestrato e banalizzato e ridotto a mero catalizzatore di passioni meschine, quali la gioia maligna nel veder fallire i dipendenti di Silvio Berlusconi o dall’altro lato la soddisfazione servile, a mio modo di vedere indegna della razza bianca, nell’osservarli trionfanti; in entrambi i casi identificando quegli atleti in maglia rossonera non già come rappresentanti del primo club di Milano o della squadra che quasi da sola ha onorato l’Italia in ambito internazionale (senza nulla togliere alle vittorie europee del Bologna di Schiavio e Monzeglio), bensì solo e soltanto come pedine del triste gioco da tavolo che da sedici anni estenua l’Italia. Gioco che non so bene come e quando possa finire, peraltro, né sono qui a proporre soluzioni; un po’ perché l’enigma ha distrutto e distrugge giornalisti del calibro di Pigi Battista e statisti come Mariotto Segni, un po’ perché ho già una nutrita silloge di cazzi miei cui dedicarmi (e con questo non voglio sostenere una soluzione di stampo menandreo, ossia di ripiegamento sulla dimensione privata; è proprio che sono pieno di cazzi).

Non sono dunque qui a seppellire il Milan, bensì a dirne l’elogio; e soprattutto sono qui a perorare una semplice causa, che cioè il Milan venga lasciato in pace, come sintomo di una pessima quotidianità, e tifato piuttosto (o odiato; unicuique suum) come simbolo. Il vecchio Milan delle periferie milanesi, di gente che la rivoluzione l’ha fatta sul serio, non ricerca il biasimo degli arrabbiati né l’attaccamento viscido dei servitori; c’era prima di Berlusconi e ci sarà anche dopo. Il Milan, anche da sconfitto, è un gigante da un secolo e più di vita; che gli si affannino attorno i lillipuziani è un bruttissimo spettacolo, prima di tutto in senso meramente estetico. Andate a ballare altrove, ché mi rovinate i panorami che a me piace contemplare.

Ecco, ritengo che si possa dire in conclusione che l’Italia sarà un paese normale quando potremo dare e ascoltare giudizi sereni sul Milan. Quel giorno io e gli altri lillipuziani balleremo sollevati le nostre danze, ma avremo cura di lasciare in pace i giganti.

     
 

2 Commenti

  1. Z scrive:

    A parte la questione dei cazzi tuoi, che mi sembrava abbastanza chiara, del resto no c’ho capito molto. Sarà che del calcio, così come del Milan m’importa una sega, tanto per rimanere in tema.
    Ma sono contento di non essere tra quelli che la rivoluzione (quale? quella del modulo a zona? Mi son perso qualcosa?) l’han fatta davvero, per poi passare le domeniche a vedere undici miliardari in pigiama che prendono a calci una palla.
    Essendomi scelto altri vizi privati, dei quali peraltro non intendo fare un monumento equestre, credo di avere tutti i titoli per poter dare inizio alla normalizzazione del Paese, nella più totale serenità: Milan, Milan, vaffanculo.

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